Dal Vernacoliere a Los Angeles, passando per il Troio. Intervista a Andrea Camerini

Un sabato mattina a casa di Andrea Camerini, a San Vincenzo, costa toscana 60 km a sud di Livorno. Una tazza di caffè e una lunga chiacchierata con l’autore del Troio, mitico personaggio del mensile satirico livornese Il Vernacoliere, esuberante scansafatiche labronico con una passione smodata per le femmine.

Andrea ha lavorato al fianco di Massimo Cavezzali per Comix e per Lupo Alberto. Ha fatto l’autore per la radio e collaborato con Mediaset e La 7, disegnando per Crozza Italia, Striscia la Notizia e Mai dire martedì. Un passaggio anche in Rai, segnato da quello che il 41enne definisce «un piccolo incidente di percorso». E poi il cinema, tanti corti autoprodotti pubblicati sul web e un progetto ambizioso per il futuro.

Tutto però è cominciato sulle pagine del Vernacoliere, diretto fondato e da Mario Cardinali.

troio andrea camerini

Andrea, in principio fu Il Vernacoliere?

Si, sono entrato nel 1991, il più giovane collaboratore, ero ancora al liceo. Mandai delle vignette in un giorno di marzo, passa l’estate e al rientro a scuola un amico mi corre incontro urlando come se fosse scoppiata una bombola del gas: “Camerini! Sei sul Vernacoliere!”, per me fu un onore, anche se chiaramente non vidi una Lira visto che tutto il materiale inviato si intendeva perso dal punto di vista dei diritti. Per me fu un onore, avrei pagato per essere pubblicato. All’epoca il giornale aveva già una storia alle spalle, c’erano i pezzi satirici del Cardinali e i fumetti di Federico Sardelli, a scuola lo leggevo seduto all’ultimo banco e me la facevo addosso dal ridere.

Quando gli chiedo di parlarmi del Troio, personaggio che lo ha reso celebre e che negli anni è diventato un cavallo di battaglia del Vernacoliere, Andrea mi mostra la “genesi”, l’originale della prima tavola uscita nel 1994, che conserva gelosamente come tutte quelle uscite in questi 22 anni, «queste preferisco conservarle, con i disegni invece sono molto generoso, a volte li mando anche a chi me li chiede via Facebook per il matrimonio del cognato». 

iltroio

Il Troio nasce come parodia di alcuni bizzarri personaggi che passavano dal ristorante dei miei genitori nel golfo di Baratti. Ciurme di motociclisti fiorentini, vestiti di pelle nera anche in estate. Uno mi colpì molto, aveva un tatuaggio di un teschio fatto a mano (male) sul ginocchio. Una delle cose più brutte che abbia mai visto in vita mia. Erano brutti e sudici, bevevano le birre e morivano sotto al sole sulla spiaggia. Per me erano degli eroi moderni, chi va a giro vestito di pelle a luglio? Poi ha le tare e i tic tipici di un certo tipo di livornese, quello che va a fare surf anche con il mare piatto per dire. E’ la parodia di un fumetto, negli anni ho introdotto e sviluppato nuovi personaggi – dalla mitologica cugina di Ponsacco al babbo Enio, ndr – anche il background e la personalità del protagonista sono emerse progressivamente. Oggi la pagina Facebook del Troio ha 50mila fan. Pubblichiamo poesie, massime, sulle donne e sull’amore, in puro stile Troio, spesso nemmeno associate a un disegno. Sono la cosa più conosciuta del mio personaggio che gira sul web. Tanto che in diversi mi scrivono per consigliarmi di farne un fumetto.

E’ un progetto al quale sono molto legato. Non ho mai voluto svenderlo o farlo diventare quello che non era. Per me è un po’ come il golfo di Baratti, non ci hanno mai costruito i palazzi, non l’hanno mai contaminato. Negli anni è sempre rimasto così.

Come ti spieghi questo successo?

Intanto c’è voluto molto per sapere che il Troio piaceva a qualcuno. Non era come oggi che appena condividi qualcosa hai immediatamente un feedback. Quando siamo andati per la prima volta a Lucca Comics, dopo 15 anni che il fumetto usciva sul Vernacoliere, abbiamo incontrato migliaia di appassionati e lì abbiamo capito che avevamo un grande seguito.

Credo che il Troio piaccia perché in un certo senso è l’ultimo vero uomo rimasto, di fronte a un maschio che diventa sempre più sensibile e delicato. E’ una specie di Lebowsky, non è cattivo, è semplicemente fatto così. D’altra parte è il Troio, non Geppo: i suoi interessi sono sempre quei due lì, e il secondo è il Livorno. E’ impermeabile a tutte le mode ma non si comporta in modo ipocrita, e quando è il momento di comprarsi il cellulare perché serve a far colpo sulle ragazze non fa lo snob e se lo procura. E poi, a suo modo, è l’ultimo dei romantici, solo che invece della rosa offre un’altra cosa.

Rispetto al rapporto che ha con le donne a volte mi sono chiesto se qualcuno che non conosce il contesto del personaggio possa fraintendere. In realtà si tratta di un gioco delle parti, nel quale è la donna ad essere in una posizione dominante. Senza le donne il Troio non esisterebbe. Per questo quando vedo che l’ultimo successo cinematografico è Cinquanta sfumature di grigio mi viene in mente che con questo fumetto diciamo la stessa cosa da più di vent’anni.

tromba

Le tue prime “pubblicazioni” però non sono uscite sul Vernacoliere, ci racconti di Visi Pallidi?

Visi Pallidi era il giornalino che facevo al liceo insieme ad alcuni compagni di classe. Erano due fogli A3 ripiegati per un totale di 8 pagine di pettegolezzi con tanto di nomi e cognomi. Da denuncia. Mi ricordo che avevo trasformato la bidella, che si chiamava Neva, in Nathan Neva, per dire. La vendevamo a 1.000 Lire e tiravamo anche diverse copie, facevano la fila per comprarla. A quel tempo lavoravo già per il Vernacoliere, su Visi Pallidi finivano le cose che il direttore rifiutava dicendo che erano troppo pesanti, pensa te.

La passione per i fumetti viene da mio padre che collezionava Tex, Zagor, Diabolik, glieli ho distrutti ritagliandoli e colorandoli, solo La mano nera si è salvato. Ho sempre disegnato fin da quando ero molto piccolo, vivendo a Baratti ero un po’ isolato e spesso solo, passavo il tempo a disegnare. C’eravamo io e il mio amico Canessa, ma farmi accompagnare a casa sua a Populonia (distante pochi km, ndr) era come prendere un aereo per andare a Londra. Arrivato al momento di scegliere il liceo provai timidamente a chiedere di andare all’artistico, ma era a Grosseto che per mia madre era come dire dall’altra parte del mondo. Poi ho anche provato a entrare all’Accademia d’arte di Firenze ma non mi selezionarono, presero quello arrivato dietro di me che doveva essere più raccomandato di me, che comunque conoscevo il rettore. Dopo qualche anno dall’Accademia mi hanno richiamato per collaborare a un corso di nudo, ma ho rifiutato perché amo la vendetta.

A Firenze però ci sei andato lo stesso, e lì hai conosciuto Sauro Ciantini e Massimo Cavezzali…

Un periodo molto importante per me. Con Ciantini abbiamo fondato uno studio di grafica, lavorare per cinque anni al suo fianco mi ha aiutato a elaborare il mio tratto. Tra le altre cose facevamo illustrazioni per libri scolastici, io qualche volta ci infilavo una bandiera del Livorno sullo sfondo, un centurione con l’orologio o un mammut con la targa, ci sono molti messaggi subliminali in quei sussidiari.

Ciantini era l’autore di Palmiro, che usciva su Comix, io nel giornale entrai come “negro”, così si diceva allora, di Massimo Cavezzali, disegnavo Ava paperotica (i due oggi continuano a firmare Kika, la ragazza dei gatti su Lupo Alberto). A un certo punto vinsi un concorso organizzato da Comix con una storia scritta mentre ero al corpo di guardia durante il servizio militare, disperatissimo. Mi pubblicarono tre storie e due settimane dopo il giornale chiuse. A quel punto li, alla metà degli anni Novanta, il fumettista era un mestiere che non esisteva. O entravi in Bonelli o in Disney, ma io non ero portato. Non c’erano più le riviste storiche e il graphic novel era un formato ancora agli albori.

troio andrea camerini

Tu nel frattempo avevi cominciato a sviluppare un forte interesse per il cinema e per le immagini in movimento in generale…

Produco corti con la Grezzo Film dal 2000 circa, li pubblicavo a cadenza regolare sul web all’epoca in cui non c’erano ancora né Youtube né Facebook. Nel 2014 con Aglien, parodia del colossal di Ridley Scott, abbiamo vinto quattro premi al Los Angeles Web Series Festival. Anche per l’edizione 2015 ci hanno invitati in California, presenteremo i primi corti, che sono considerati tra i primi esempi di web series. Uno dei video che realizzammo è piaciuto a Maurizio Crozza, che mi ha proposto di disegnare i cartoni animati del suo programma su La7. Poi è arrivata Striscia la notizia, in Mediaset ho anche cominciato a lavorare come autore, scrivendo i testi dei personaggi di Ubaldo Pantani (le parodie di Massimo Giletti, Flavio Insinna e Lapo Elkann ndr) a Mai dire martedì. Ho proseguito a fare l’autore per Radio 101, un periodo molto formativo, anche se mi sono dovuto trasferire a Milano. E poi mi sono successe un sacco di cose che non avrei mai detto, come conoscere Gerry Scotti, scoprire che è un grande fan del Troio e trovarsi a disegnarlo in una storia dietro sua esplicita richiesta (Gerry Scotti è comparso sulle pagine del Vernacoliere come lo zio di Milano del Troio, ndr).

Animazioni ‘La nave dei veleni’, Crozza Italia

Sei passato anche dalla Rai, a disegnare in live a Uno Mattina con Roberta Capua…

Un’esperienza segnata da un incidente di percorso. Facevo ritratti ad acquerello degli ospiti, la cosa funzionava e ad un certo punto la Capua propose di microfonarmi. Io accettai, ma non conoscendo affatto il mondo degli studi tv ignoravo il fatto che i microfoni fossero accesi anche durante i fuorionda.

Era il periodo del secondo governo Berlusconi e a Rai Uno c’era Clemente Mimun. Così all’ennesimo servizio esultante per la vittoria di Berlusconi alle regionali mi sfogo in una serie di improperi irripetibili, ma colgo subito gli sguardi interrogativi dei cameraman e di chi era in regia. Ci hanno messo poco per capire che ero stato io, e la mia esperienza in Rai è finita così.

Una volta ho recuperato una scaletta di Uno Mattina stampata su un foglio intestato di Forza Italia. Questa cosa è uscita anche sui giornali, ne sono contento perché credo abbia dato un piccolo contributo alla testimonianza di quello che era il clima che si respirava all’epoca in Rai. Paradossalmente in Mediaset, nella tana del lupo, non ho mai avuto problemi di censura in ambito satirico, nemmeno quando ho disegnato Mastella travestito da scimmia che rubava le banane.

vernacoliere

Tornando a oggi, per il Vernacoliere cosa ha significato la strage di Charlie Hebdo?

Personalmente sono rimasto molto scioccato e ho pensato subito a come la cosa sarebbe stata strumentalizzata. Wolinski l’ho conosciuto di persona, per me era un mito. Pur essendo legato a tanti disegnatori francesi, da Willemin a Reiser, Charlie Hebdo non mi è mai piaciuto particolarmente, credo anche che ci siano esempi di satira molto più graffiante in Francia. Ma voglio vivere in un mondo dove chiunque possa comprarlo, per appenderlo al muro o per bruciarlo. Rispetto alle vignette su Maometto, è un tipo di satira che non mi appartiene. Io non credo in niente, ma se devo fare una battuta sulla cristianità la faccio sul prete pedofilo, sulle babbucce del Papa, sugli sprechi della Chiesa. Qualche volta mi è scappata una vignettaccia su gesù, ma preferisco ridere su chi agisce nel mondo reale in nome della religione, dell’ipocrisia di chi si professa difensore della famiglia tradizionale e poi ha tre figli da quattro mogli diverse. Poi su una banda di tagliagole come quelli dell’Isis secondo me c’è poco da scherzare. Non si tratta di paura, ma di incapacità di fare ironia su una cosa del genere.

Qualcuno ha criticato il Vernacoliere esortandoci a occuparci dell’Islam anziché sempre del Papa, se ne avevamo il coraggio. In realtà al Vernacoliere è stata dura, ci hanno definito “lo Charlie Hebdo italiano”, la redazione è stata presidiata dalle forze dell’ordine e alla festa del giornale c’era un grosso dispositivo di sicurezza.

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