Universal War 2: La Terra Promessa di Denis Bajram

Forse la sua opera non è esattamente fra le vostre favorite, eppure non potete non provare un profondo e spassionato rispetto per Denis Bajram. Autentico e inossidabile samurai della fantascienza. Uno che oltre a concepire e portare a compimento un’opera colossale come la trilogia delle Guerre Universali, già di per sé un’impresa con ben pochi pari, si diverte pure a infilarci ogni complicazione possibile.

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Siamo alle prese con un’intransigenza ai limiti dell’ottusità. Un’attitudine tra il monastico e lo stoico avvolta in un’avversione per tutto quello che riguarda la volontà di apparire moderni pressoché eroica. Il risultato è una saga che pare concepita negli anni d’oro della fantascienza più visionaria e priva di compromessi. Si parla di religione, dell’estinzione dell’intera razza umana dal Sistema Solare, di politica, di guerre, di wormhole e di viaggi nel tempo. Il tutto adottando un tono sempre magniloquente, sfruttando la pagina come una finestra panoramica su visioni potenti e sconfinate, seppur cristallizzate in una stasi da bella cover d’altri tempi. Per quanto possa risultare paradossale, questo atteggiamento è davvero la cosa più antica che si possa fare in ambito fantascientifico.

L’ultima produzione sci-fi considerabile senza imbarazzo come seminale è il minuscolo Her, dove il futuro ha la forma di eleganti appartamenti minimali, per lavoro si scrivono finte lettere vergate a mano e per comunicare si usa un minuscolo apparecchio racchiuso in uno scrigno simile a un diario segreto. Un lavoro di worldbuilding che ha dell’incredibile, per coerenza interna e per capacità di lettura della realtà, tutto incentrato sulla figura umana e sull’abbattimento dello svolazzo folkloristico e pseudoscientifico. Proprio come l’asciuttezza spinta del sottovalutato Under the Skin, con i suoi fluidi oleosi e una Scozia mesta come non mai.

D’altro canto non è difficile vedere uno dei motivi del successo al botteghino di un sacco di blockbuster fantastici (dal nuovo Star Trek ai Marvel movies) nella volontà di restituire dimensione umana – seppur nella misura di qualche siparietto comico – a personaggi trattati per anni alla stregua di action figures da strapazzare a piacimento. Stiamo parlando dei famigerati Novanta, forse il periodo più nero del cinema spettacolare. E se vi lamentate dei kolossal odierni provate a spolverare qualche capolavoro di quella decade. Alla stessa maniera, e tornando in ambito fumetto, potremmo parlare per l’ennesima volta di Saga. Dove le imprese familiari dei due protagonisti sono molto più incisive (e appassionanti) di quelle relegabili alla consueta space opera.

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Ecco, di tutte queste cose Bajram se ne frega. E ritorna a fare le cose in grande come sarebbe stato logico fare vi se stessimo parlando dal 1960. Una scelta ostica – per le nuove generazioni – aggravata ulteriormente dal ritmo della narrazione. UW procede di capitolo in capitolo dritto per la propria strada, non prendendo neppure in considerazione tutti i ragionamenti su sviluppo verticale/orizzontale sdoganati in anni di serialità televisiva come questi.

Questo si traduce in uscite annuali di 48 pagine studiate nei minimi particolari, ma che paiono impostate come se non ci fossero intervalli di tempo così lunghi tra una pubblicazione e l’altra. Sono spezzoni di una storia enorme che presi singolarmente hanno ben poco da dire, se non far venir voglia di essere già nel 2019 e vedere dove vuole andare a parare questo secondo capitolo delle Guerre Universali (di questo ritmo invece per la vera conclusione di tutta l’epopea ci tocca tenere il fiato sospeso fino al 2025).

In un’intervista a Beau Willimon, scrittore della serie House of Cards, si diceva che l’aspetto più rivoluzionario dello sceneggiare una serie disponibile fin da subito e per intero allo spettatore (negli Stati Uniti la serie viene diffusa da Netflix in blocco, senza attesa di uscita tra i vari episodi) è il poterla concepire come un unico enorme film di 500 minuti da spezzettare alla bisogna. Bajran fa lo stesso, ma ignorando il fatto di essere ancora ancorato a sistemi produttivi e distributivi ben diversi rispetto a quelli del colosso americano. Se questa recensione non contiene la minima tracia di sinossi è proprio per l’impossibilità di avere appigli nel riassumerla a uso e consumo del lettore. Se vi chiedete di cosa parli Universal War 2 sappiate che, proprio come succede con le canzoni dei Ramones, nel titolo c’è già tutto quello che vi occorre.

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Questa incapacità di scendere a compromessi è uno dei motivi per cui tutti gli appassionati di fantascienza dovrebbero essere felici dell’uscita di ogni nuovo capitolo di questa saga. Non parliamo della sua narrazione iper classicistica – ben diversa da quella semplicemente vecchia di un sacco di altri fumetti seriali – o delle tavole follemente dettagliate. Dotate di una potenza visionaria davvero notevole, ma che paiono concepite da un futurista di inizio anni ’80 come Syd Mead piuttosto che da qualche artista di ultima generazione. Qui si stanno tessendo le lodi di un autore che sintetizza questa sua impresa– e probabile lavoro della vita – come «migliaia di sogni e passioni accumulati durante l’infanzia».

La classica passione che ti spinge a intraprendere quel tipo di impresa folle a cui tutti guardavano con ossequio. Antica forma di rispetto e timore reverenziale andata perduta a favore di un costante impeto revisionista e disgregante. Non ho idea se Bajran sia conscio di questa cosa e si sia deciso a portare avanti la sua battaglia come un novello Don Chisciotte dalle strabilianti doti tecniche o semplicemente se ne stia rinchiuso nel suo studio da talmente tanto tempo da perdere ogni cognizione del mondo esterno. Rimane il fatto che ogni anno 48 pagine di UW vengono consegnate all’editore e che un sacco di gente in giro per il mondo non aspetti che quello. E di tutto il resto al Nostro non deve importare nulla.

Universal war 2: 1
di Denis Bajram
Mondadori comics, 2014
56 pagine, 9,99 €