La post-post apocalissi di Alan Moore, in Crossed +100

di Dario Fonti

alan moore Crossed 100

«È un fumetto post-post apocalittico, parla della rinascita della civiltà» è un’ottima sintesi dello scrittore Simon Spurrier per definire quest’ultimo lavoro di Alan Moore. Crossed +100 parte dall’idea di un “what if…” ambientato cento anni dopo la diffusione della pandemia che ha sconvolto e quasi distrutto il genere umano in Crossed, lo zombie survival creato da Garth Ennis e Jacen Burrows (Panini Comics).

Conoscere la serie principale («la scrittura di Garth – dice Moore – è molto profonda, si sente il peso delle emozioni, è viscerale») non è però vincolante alla lettura di +100, basti sapere che il virus agisce per contatto trasformando le vittime in zombie semi senzienti, che non solo sbranano chi gli capiti a tiro, ma danno libero sfogo alle peggiori abiezioni umane, perpetrando orrori che vanno persino oltre il cannibalismo.

La visione del ‘Magus’ è invece rivolta a un mondo in cui i sopravvissuti possono finalmente pensare alla ricostruzione della civiltà. La natura selvaggia ha vinto sopra tutto e le città sono ormai ruderi invasi da vegetazione e animali, anche esotici come leoni ed elefanti, finalmente liberi da zoo e circhi. Gli zombie, i “Crossed” (sui volti delle vittime del contagio compare un eritema rosso a forma di croce) sembrano avere avuto la peggio e sono confinati, anche se – ci mancherebbe – sempre a un morso di distanza dai pochi sopravvissuti del genere umano.

Il primo passo verso l’evoluzione è a ritroso, verso la conoscenza. La storia è filtrata dai toni introspettivi della protagonista, Future, un’archivista che insieme a un ristretto gruppo di compagni esplora il Midwest degli USA a bordo di una locomotiva steampunk modificata, alla ricerca dei valori e dei beni del passato. Ogni informazione “storica” reperibile è preziosa, ogni traccia della civiltà passata, da documenti personali a manuali e guide di arti e tecniche perdute, fino a romanzi Wi-FI (la science-fiction come la conosciamo oggi diventa wishful fiction, letteratura dell’illusione) diventa fonte di sapere.

Alan Moore ci racconta della ricostruzione di una civiltà e come ogni Tolkien che si rispetti (nelle vesti di filologo, non di scrittore fantasy: ogni altra analogia finisce qui), il barbuto bardo parte dal linguaggio. Viene in mente piuttosto Burgess, ma a un ulteriore livello di iperviolenza, cannibale e macabra, diffusa e letteralmente malata.

L’arancia +100 è marcita ma ha fatto a tempo a rinascere e i neologismi non sono più isolati e gergali, bensì linguaggio comune, mentre l’uomo cerca di evolversi da una mera sopravvivenza tribale. È una lingua influenzata da ricordi di cose ormai perdute ma di cui si tramanda il suono (air play-in per airplane), il significato simbolico (to casper per spaventare) e i traumi recenti (to rash, significa far arrabbiare dove rash = eritema), fondendo la cultura di Moore con altri elementi più “terreni” (to opsy per controllare, investigare, con un’eco militare aggiunta al greco opsis, vedere).

Il nuovo linguaggio è naturalmente più semplice e basilare, nella struttura lessicale e nell’uso di parole composte… ma certo non lo è per il lettore! È piuttosto faticoso, invece e sono necessari almeno un paio di albi (e forse qualche rilettura) prima di capire il significato di alcune parole e di riuscire a muoversi in un linguaggio incomprensibile per definizione, perché nuovo. Armatevi quindi di pazienza, immaginazione e fantasia. Ne sarete ripagati.

alan moore Crossed 100

Il passo narrativo è piacevolmente lento: Moore si prende il tempo necessario per introdurre l’ambiente e i personaggi. Le note del diario di Future ripercorrono gli avvenimenti, ma portano anche riflessioni sui compagni e il futuro. L’orrore marcio e cannibale è però dietro l’angolo, pronto a riapparire per movimentare la scena introducendo Crossed più pericolosi perché apparentemente più organizzati, più “intelligenti”.

Crossed +100 è un’opera d’ambientazione splatterpunk, quindi molto gore, con violenza inaudita, sesso deviato e malsano, ma d’adozione è sci-fi al 100%. Rappresenta tutto l’amore e la conoscenza di Moore per questo genere, che viene omaggiato a più riprese. In primo luogo, per esempio, da una specie di “Instagram” della serie, costruita tramite copertine variant – ideate dall’autore – che riprendono temi e titoli di grandi romanzi di fantascienza e, al contempo, introducono elementi dei cento anni che precedono la narrazione, cesellando un quadro completo. Ma i segnali di affezione sono numerosi, e vanno dall’Enciclopedia che Future trova in una biblioteca, ai (tanti) libri negli scaffali. Vedremo dove ci porterà questo primo ciclo narrativo di sei numeri di Alan Moore (giunto da poco al quarto numero) e magari attendiamo che Ennis ricambi il favore,  cimentandosi con l’universo creativo dell’amico inglese.

Nota finale sui disegni di Gabriel Antrade (all’opera anche su Ferals sempre della Avatar Press, non nuovo quindi al gore), che mette in gioco un tratto realistico e riferimenti classici, diremmo popolari e un po’ vecchia scuola. Il che è perfettamente intonato alla precisa narrazione grafica – in rigorose tavole composte da sei vignette – di un fumetto post-post apocalissi.