Daredevil Recap S01 E12: Le penultime volontà del Diavolo

Il lamentoso «I want some more» di Oliver Twist non è la prima richiesta che mi verrebbe da fare ai produttori dello show. Manca ancora un episodio alla fine della prima stagione e mi sento già sazio. Nonostante un ritmo che renderebbe una stagione da network generalista di ventidue episodi una nuova forma di tortura cinese, Daredevil porta a casa il penultimo capitolo dalla saga dedicata allo scavezzacollo Marvel.

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Episodio 12, stagione 1 – The Ones We Leave Behind (Spoiler)

Devil riesce a smantellare la linea di produzione di droga di Madame Gao, costringendola ad abbandonare la città. Karen inizia a bere e diventa paranoica perché teme che Kingpin venga a scoprirla responsabile della morte di Weasley. Grazie a una talpa nel Bulletin, Fisk scopre che Ben Urich era andato a trovare sua madre e lo incolpa per l’omicidio dell’amico. Poi, prima che il giornalista riesca a pubblicare la sua inchiesta online, lo strozza.

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Oh, succede anche dell’altra roba (tipo Foggy chiede aiuto a Marci, la moglie di Ben fa da coach motivazionale al marito, Fisk parla con la madre), ma è tutto affogato nei dialoghi. E non dialoghi alla Elmore Leonard (o chi vi pare, anche Aaron Sorkin se vi va di avere la puzza sotto il naso), ma scambi inconsistenti che non portano da nessuna parte e creano gravi vuoti di interesse. Mi sono trovato in più punti a pigiare sul tasto dell’acceleratore senza neanche rendermene conto, solo per portare a conclusione scene che si trascinano stancamente al successivo plot point. Non è materiale di cattiva qualità, è materiale di qualità irrilevante, che forse è anche peggio. Legato a questo aspetto c’è anche il ritmo lento che ammazza un po’ tutto e certe scelte narrative, tipo far sembrare la rivelazione che c’era Leland dietro all’avvelenamento di Vanessa una sorpresa, visto il modo da scemo in cui recita Owlsley.

E un mentacatto ha pure avuto il coraggio di dire che «Daredevil non è uno show che la tira tanto per le lunghe». Il problema è che all’inizio avevano davvero il piede di piombo ed episodi di 50 minuti sembravano scoppiare, talmente zeppi erano. Ora con trenta minuti hanno già detto tutto il dicibile. Due volte e in almeno quattro lingue. Il peggio è che sono lenti nel grande arazzo, mentre nelle sottotrame, nella costruzioni delle relazioni glissano con la facilità con cui io glissavo sui motivi delle mie assenza scolastiche («C’era un così bel sole!»).

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The Ones We Leave Behind si risolleva nel finale, con un bel momento tra Urich e Fisk che svela, con l’inquadratura su The Power Broker, la biografia dell’urbanista Robert Moses, il tema della gentrificazione. Dal tomo, scritto da Robert Caro nel 1974, emerge un uomo di alto ingegno ma con un carattere instabile, un visionario i cui sogni non comprendevano la salvaguardia dei meno fortunati. Sia Moses che Fisk rappresentano la figura dell’urbanista avanguardista. A fronteggiare Moses negli anni Sessanta ci pensò l’attivista Jane Jacobs, che combatté per un’urbanistica a misura d’uomo che valorizzasse l’eterogeneità dei quartieri e rispettasse le comunità. «In Daredevil», scrive Jeet Heer, «Jane Jacobs indossa una maschera.»

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È interessante poi che nell’episodio in cui questa tematica emerge così di netto ci sia una sequenza in cui Matt salta sui tetti, a mo’ di contrappunto a tutti i sordidi discorsi sotterranei, alle inquadrature ad altezza uomo della serie. È rimarchevole perché mostra la città dall’alto e conclude il discorso sulla rappresentazione della città. Una città di cui si era tanto discusso, ma di cui avevamo visto solo angoli neri, spicchi oscuri, stanze pulciose e skyline distanti. Pochissime panoramiche, poche establishing shot. Ha anche un po’ il gusto dei fumetti ma è montata senza un climax, per evidenti ristrettezze economiche. In più, in un paio di punti si vede pure la faccia dello stuntman (sarà che girare a New York deve aver drenato tutto il resto del budget). Ecco, questo era l’unico frammento, oltre al finale, che mi è rimasto impresso dalla prima visione. Se per il resto sono dovuto andarmi a riguardare la puntata, tanto effetto non deve avermi fatto.

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Parafrasando il titolo della puntata, quelli che ci lasciamo dietro sono episodi dal segno ambivalente, ma che hanno fresato il terreno per una buona coltura. I giochi sono fatti, le carte sono state svelate e tutto è pronto per il gran finale.

Qualche osservazione sparsa:

– Karen ha dei pessimi gusti in fatto di birra.

– Noi stiamo qui a ridere e scherzare sul fatto che il compare di Matt sia il nuovo testimonial del movimento ‘no poo‘ ma intanto Foggy “Faccio ironia auto-deprecativa e sottolineo che sono tutti migliori di me” Nelson ha cuccato tanto quanto Matt Murdock. Beccatevi questo, addominali e igiene personale.

– Steel Serpent!!!! K’un-Lun!!!! (questo in realtà non è citato, ma Gao parla di un posto molto più distante della Cina, uno fa 2+2).

– Dario Forti mi fa notare che la miglior descrizione di cosa sia l’internet la dà Kingpin in questo episodio definendo il web come un posto dove si trovano soltanto «matrimoni di celebrità e video di gattini. Le questioni importanti, quelle che contano, richiedono troppa concentrazione». So cosa state pensando: «Uao, è una critica sibillina ma potente all’utenza che lamenta contenuti da click-baiting ma poi non arriva al fondo di articolo più lunghi di tremila battute». O quello, o: «Kingpin ha davvero detto ‘video di gattini’?»

– In realtà tutta la sezione dedicata all’inserimento di Pugno d’Acciaio sembra proprio ‘la sezione dedicata all’inserimento di Pugno d’Acciaio’ e niente più.