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La coscienza di James, uno psicofumetto [recensione]

Quando ci si imbatte in prodotti come La coscienza di James (Couch Fiction, 2010) è difficile dimenticarsene, perché sfugge agli immediati incasellamenti da libreria: sia per il formato, sia per le modalità con cui viene affrontato un tema relativamente vergine nel fumetto, la psicoterapia.

Il fumetto racconta il percorso di James Clarkson Smith, personaggio fittizio che si è rivolto a Pat, la psicoterapeuta protagonista, per risolvere quello che a prima vista sembrerebbe solo un problema di cleptomania ma che in realtà nasconde un intero sistema di problemi e nodi irrisolti. James è un avvocato (un adattamento dall’originale barrister, figura presente solo nel common law), ha un fidanzata, è di buona famiglia. Perché dovrebbe mettersi a rubare? Cos’è che realmente nasconde, sotto gli strati da bravo ragazzo e lavoratore indefesso?

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L’autrice è Philippa Perry, psicoterapeuta e scrittrice che ha voluto fondere insieme, nelle sue parole, Susie Orbach e Harvey Pekar:

«Ho scritto il libro che avrei voluto leggere a me stessa trent’anni fa, quando ancora mi piaceva Scott Peck. Mi sono sempre piaciuti i casi studio, da Susie Orbach in poi, ma sono dislessica e ho iniziato a leggere grazie ad Asterix! Quindi mi piacciono anche i fumetti. E poi ho scoperto Harvey Pekar. L’idea mi ha colpito come un pugno: fai sposare Pekar con la psicoterapia!»

In effetti, non sono molti i prodotti di fiction legati alla psicoterapia. Scorrendo le pagine vengono alla mente La coscienza di Zeno (titolo a cui si rifà se non altro la traduzione italiana), In Treatment ma anche The Comeback di Ed Vega. In Treatment in special modo visto che l’azione non si sposta mai fuori dalle mura dello studio di Pat. Ma dove la serie tv era costruita fino all’inverosimile, con dialoghi molto lavorati, qui c’è una trasandatezza tanto nella scrittura (scambi ridotti al minimo, tante nuvolette del pensiero espositive, frasi scorciate) quanto nel disegno, che resta nei limiti solo quando c’è da illustrare una scaffalatura o edifici esterni, mentre i personaggi sono abbozzati, colorati col pennarello grigio in maniera rudimentale.

Il disegnatore è il misconosciuto Junko Graat, uno di cui non ci sono notizie su internet; la bio pubblicata in fondo al volume dice che è uno scenografo e che adesso si è dato, forse per il bene comune, al giardinaggio. Sia chiaro, la trasandatezza è meditata, perché è evidente come ci sia una pensiero dietro, per esempio, alla funzionalità del disegno a favore del testo o alla scansione temporale, attuata attraverso una modulazione malleabile del tempo che dilata le sedute all’inizio e alla fine della storia (non ne salta una e sono tutte descritte) mentre si lascia andare a ellissi generosi nel mezzo (da un capitolo all’altro possono passare anche cinque sedute).

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Stare a dire quanto la tavola sia costruita in maniera noiosa, quanto le inquadrature siano limitate alle solite tre-quattro scelte, senza alcuna nozione di prospettiva o coinvolgimento del lettore sarebbe da stupidi (e infatti l’ho appena fatto) perché il risultato a cui puntano gli autori è una percezione pura di bellezza dell’incuria, dove non c’è alcun tentativo di abbellire i fatti o addomesticare la materia per rendere soltanto il senso più sanguineo delle cose, specie quello sessuale, che in opere del genere sono spesso lasciate da parte. È come se i disegni diventassero la natura estensione dei pensieri – spontanei, non filtrati, bislacchi – del paziente.

Portato in Italia l’anno scorso per i tipi di Codice Edizioni (che già aveva proposto Cosmicomic), La coscienza di James è un fumetto mascherato da manuale di psicoterapia mascherato da fumetto. C’è infatti un doppio binario, la lettura del fumetto prima e, sotto, le note esplicative sui meccanismi che presiedono alla terapia in atto (perché si fanno certe domande, perché il silenzio può riempire molte delle sedute, cos’è il controtrasfert, chi sono i behavioristi). In questo sua ibridarsi cade più dalla parte della manualistica che da quella del fumetto, ogni elemento è propedeutico a una finalità altra da quella dell’intrattenimento o dal compendio artistico. E, non a caso, nella postfazione si parla dell’uso scolastico del testo. Si cade un po’ nella trappola dei fumetti sulla medicina; basta farsi un giro su Graphic Medicine, sito che ha fatto sua la ricerca di connessioni tra il fumetto e la medicina e che scivola a volte in lavori-brochure su un particolare aspetto medico, che è poi il rischio di queste interdisciplinarietà.

La coscienza di James è di sicuro un esperimento degno di una lettura, anche superficiale, uno psicofumetto che sfrutta la duttilità del comic book ponendo però quest’ultimo in secondo piano – e quindi scartando molte delle sue tecniche – a favore di un’iniziativa più teorica: più psico che fumetto.

La coscienza di James. Diario di una psicoterapia
di Philippa Perry e Junko Graat
Codice Edizioni, 2014
160 pagine, 16,90 €

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