Nello studio di Stefano Piccoli

Questa settimana, per la rubrica #tavolidadisegno, siamo entrati nello studio di Stefano Piccoli, autore dei graphic novel Roots 66Kuore nella notte (Tunué) e tra gli organizzatori dell’ARF Festival di Roma.

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A cosa stai lavorando attualmente?

Ho terminato un libro per bambini insieme a Militant A di Assalti Frontali, adattando il loro brano Storia dell’orso Bruno (che era comunque un pezzo rap scritto per i più piccoli); ho osato addentrami in un territorio quasi vietato, cioè quello dell’illustrazione per l’infanzia, nonostante io non sia propriamente un illustratore. E presto sveleremo anche CHI ce lo pubblica!

In questi mesi sto invece lavorando ad un libro a fumetti quasi biografico – un’incursione nel graphic journalism? – su Vittorio “Vik” Arrigoni, che vedrà la luce il prossimo autunno per Round Robin Editrice. Un libro a cui tengo tantissimo, che avevo in mente da diversi anni. Un lavoro molto impegnativo, non solo per la storia vera e propria, ma anche e soprattutto per il coordinamento editoriale di tutte le numerose firme che ne completeranno l’apparato di approfondimento: giornalisti, reporter di guerra, attivisti e associazioni, fino ai direttori delle testate per cui ha scritto e/o collaborato Vik. Non ultimo, la presenza “ufficiale” di sua mamma Egidia Beretta e di sua sorella Alessandra Arrigoni, che “supervisioneranno” l’intero avanzamento del volume e ne scriveranno l’introduzione. Credo che sarà un’opera che ci darà grandissime soddisfazioni sia professionali che umane.

Questo per quanto riguarda propriamente i fumetti come autore. Alrtimenti (credo oramai lo sappiano pure sulla Luna) l’impegno più “devastante” dell’ultimo anno è stato l’ARF! «Festival di storie, segni e disegni» che ho ideato e realizzato insieme a Daniele “Gud” Bonomo, Mauro Uzzeo, Paolo “Ottokin” Campana e Fabrizio Verrocchi, in assoluto uno dei progetti più grandi e belli che abbia mai sviluppato in vita mia! Si è concluso quasi un mese fa, ma ovviamente sto già lavorando intensamente alla seconda edizione.

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Quali sono gli strumenti e le tecniche che prediligi per disegnare?

Da questo punto di vista – l’ho sempre detto – sono un autore piuttosto “grezzo”! Non utilizzo carte pregiate o pennini ricercati e costosissimi. Disegno sempre su fogli Fabriano F4 lisci, uso matite 2H e 2B che poi “sgommo” via alla prima stesura leggera dei neri (quindi senza il passaggio al tavolo luminoso, perdendo di fatto suddette matite), dopodiché pennarelli Staedtler a punta 0.3 e il mio inseparabile Uniposca nero, che per quanto mi riguarda resta la più grande invenzione del secolo scorso! Fino a qui, dunque, tutto all’insegna della vecchia scuola. Zero tavolette grafiche. Zero digitale. Poi però la fase successiva è la scansione, perché tutto ciò che viene dopo la tavola in bianco e nero assoluto è rifinito con Photoshop: textures, eventuali toni di grigio, lettering, etc. Se serve il colore, anche il colore. Ma raramente lavoro a colori, se non per le copertine o immagini promozionali.

Utilizzo spesso riferimenti fotografici, ma – nel limite del possibile – basandomi sempre su foto fatte da me, quindi originali, di cui sono comunque autore. Cioè che non potrai mai “sgamare” alla prima ricerca immagini su Google!

Ultimamente sono tornato a divertirmi anche con l’acquerello. Mi sono comprato uno di quei pennelli con il serbatoio d’acqua della Caran D’Ache che vedevo sempre utilizzare dai miei colleghi per gli sketch in fiera. Che però, anche in questo caso, uso quasi esclusivamente con il nero (ivory black di Winsor & Newton), su carta Fabriano Watercolour a grana fina. Ho usato questa specie di “tecnica mista” fatta di acquerello & Photoshop sia in Kuore della notte che ne La storia dell’orso Bruno.

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Hai qualche rituale, qualche abitudine prima di metterti a disegnare: musica, disposizione luci?

No, nulla di particolarmente specifico. Sono un autore molto pigro, quindi di conseguenza anche poco produttivo. Ma una volta che mi siedo al tavolo per disegnare, sapendo che la cosa durerà tante ore, mi basta sapere di avere caffè e sigarette a sufficienza per il resto della giornata. O della nottata. Mi piace molto ascoltare musica mentre disegno, ma mi accorgo che le mie scelte sono sempre più casuali. Nel senso che tanti anni fa sceglievo ogni singolo album che avrei ascoltato nelle ore successive (e solitamente mi spaccavo di rap e soul); oggi invece – a meno che non abbia appena acquistato/scaricato un disco nuovo e sia davvero curioso di ascoltarlo – tendo ad accendere la radio. Quindi la selezione diventa la loro, non la mia. Per contro, l’ascolto è molto più variegato, passando dal rock alla musica italiana.

Poi scrivo anche di musica per diverse testate italiane. Ecco, in quel caso i dischi non li ascolto mai mentre disegno. Se ne devo scrivere, devono avere la mia massima concentrazione in termini di composizione, arrangiamento, produzioni, missaggi, suono, testi e via dicendo. Disegnando, non riuscirei ad “analizzarli” come invece ritengo debba essere fatto.

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Quali sono gli autori di riferimento? Ci sono libri che devono essere a portata di mano quando disegni?

La prendo alla larga: a differenza di tanti colleghi più blasonati e illustri di me che vedo sempre con meravigliosi casali in campagna o studi della Madonna stracolmi di librerie ordinatissime, io disegno in casa, nel salone. In caso di belle giornate, anche in terrazzo (ma ci torno dopo). Questo perché fino a qualche anno fa, in casa, avevo un “mio” studio. Poi nella mia vita è arrivata una certa bambina e il mio studio è diventato la sua cameretta! Quindi lavoro nel tavolo del salone, sia quando disegno che quando sto al computer. Ma se solo alzo gli occhi dal foglio o dal Macintosh, di fronte a me – ad un metro da me – ho una libreria tanto incasinata quanto straordinaria: Juan Gimenez, Lorenzo Mattotti, Jordi Bernet, Horacio Altuna, Art Spiegelman, David Mazzucchelli, Will Eisner, Joe Sacco, Gipi, Baru, Masamune Shirow, Neil Gaiman, Dave McKean, Tamburini e Liberatore, Alberto Breccia, Paolo Eleuteri Serpieri, Munoz & Sampayo, Moebius, Andrea Pazienza, Magnus, Vittorio Giardino, Hugo Pratt, Frank Miller, Bill Sienkiewicz, Danijel Zezelj, Alan Moore, Dave Stevens, Jeff Smith, Dave Sim, Mike Mignola, fino ai più “recenti” Paco Roca, Tony Sandoval, Alfred, Bastien Vives, Jeff Lemire, Cyril Pedrosa e quant’altro (mentre nella cameretta di mia figlia ho lasciato ancora un paio di librerie, che prima o poi dovrò liberare per lei, in cui tengo con tutti i seriali, da Batman e Ken Parker, fino agli X-Men o all’OPERA OMNIA della Vertigo). Mi piacerebbe poter dire che ognuno di loro, da quando ero pischello e fino ad oggi, abbia contribuito/influenzato in qualche modo – anche fosse in minima parte – la mia formazione, il mio tratto, il mio immaginario, il mio stile stesso. Probabilmente è anche vero, ma resta il fatto che nei primi anni Novanta – ahimè – sono stato fottuto da Keith Giffen e il suo Lobo!!! Altrettanto vero che la “contaminazione” del mio tratto deve molto alla grafica e al writing (quindi a cose in qualche modo esterne al fumetto); a partire – su tutti – dall’immenso Mode 2.

Ricordo che una volta Akab, lucido o meno che fosse in quel momento (!), mi disse che a disegnare «sono una pippa» (!!!) ma che le mie tavole – nella composizione, nel bilanciamento dei bianchi e dei neri, etc. – hanno un grande senso grafico. Sarà.

Torno infine al discorso del terrazzo, la mia postazione estiva. Nel quale ho un grande tavolo a doghe di legno, sul quale sarebbe impossibile disegnare. Ecco allora che «i libri che devono essere a portata di mano» (fondamentali ed efficaci) sono tutti quei bei cartonati della libreria in salone, che uso SOTTO al foglio bianco a mo’ di stiratore!!! Anche se probabilmente non era questo il senso della domanda 😉

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Un aneddoto che ci vorresti raccontare, legato al tuo studio?

Ci ho dovuto pensare un po’, perché avrei tanti oggetti e altrettanti aneddoti da raccontare. Potrei parlare della mia bellissima Match Patrol (di Daitarn 3) completa in ogni suo singolo pezzo, oggetto del desiderio di qualsiasi collezionista, o ancora dell’introvabile cofanetto termo-sensibile che raccoglie tutti i singoli dei Massive Attack. Ma alla fine ho scelto un disegno di Milo Manara, che mi dedicò quando avevo circa diciott’anni. Facevo ancora il liceo artistico e il mondo dei fumetti “pro” me lo sognavo sulle pagine di Comic Art, L’Eternauta, Corto Maltese, Nova Express e Il Grifo.

In quegli anni, legittimamente anche “pruriginosi”, adoravo Manara in modo assoluto. Ricordo che a scuola, in una classe quasi esclusivamente femminile, era un punto di riferimento per chiunque. Io in realtà amavo da morire anche Hugo Pratt, i suoi acquerelli, il suo grande senso dell’avventura, il suo storytelling sempre così “colto” e al contempo romantico. La summa di entrambi – per me adolescente – culminava con Tutto ricominciò con un’estate indiana, libro che mi avevano regalato i miei genitori (nella bellissima edizione RCS – Milano Libri del 1986) e che conservavo gelosamente. Erano anni in cui, per me, dovevano ancora arrivare le fiere di fumetto (la prima sarebbe stata Lucca ’90). Però incontrai Manara qui a Roma, in una libreria. E fu una mia amica a farmi superare l’imbarazzo di avvicinarlo. Fu lei a dire a Manara che pure io disegnavo fumetti, anche per il giornalino del liceo artistico. E lui, con grande gentilezza, mi fece un piccolo disegno sul retro di un A4 fotocopiato, scrivendomi: «In bocca al lupo, Stefano!».

Poi il caro Manara negli anni me lo sono perso per strada. Ad un certo punto la sua ripetitività mi ha stufato e nel frattempo ho scoperto tanto altro che mi ha appassionato decisamente di più. Eppure la cornicetta con quel foglio A4 è ancora appesa in quello che era il mio studio, dove oggi dorme la mia bimba.