Art Spiegelman e il problema di disegnare Maometto

La raffigurazione del profeta Maometto rappresenta un nodo sensibile all’interno dell’Islam e non tutti i musulmani hanno un’opinione condivisa in merito.

Il giornalista e critico Jeet Heer, su The New Republic, ha fatto il punto della situazione riguardo la rappresentazione fumettistica di Maometto illustrando il caso di Art Spiegelman, che ha commentato i fatti dello scorso gennaio con la tavola Notes from a First Amendment Fundamentalist, in cui l’autore mostra due immagini, uno smiley che recita «No problem» e un’altra faccina sorridente con in testa un turbante, identificata come Mohammad (invece che ‘Muhammad’), e recante la scritta «Problem». Il New York Times, The New Statesman e altre testate si sono rifiutate di pubblicare la striscia di Spiegelman e, in generale, qualsiasi immagine inerente al caso di Charlie Hebdo, per non urtare la sensibilità dei lettori.

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«Queste pubblicazioni non sono gestite da musulmani che ritengono il veto cruciale per la loro fede. E nemmeno si può pensare che sia un atto di rispetto verso di loro visto che non c’è consenso nella comunità islamica sul divieto di ritrarre Maometto da parte dei non credenti. In realtà, alcune zone hanno un ricca tradizione rappresentativa».

Heer spiega il concetto di blasfemia, un atto dispregiativo che rimane tale anche se compiuto da un non credente, menzionando G.K. Chesterton, il quale scrisse che, affinché un gesto blasfemo abbia effetto, deve scaturire da una posizione di fede e deve dipendere da convinzioni filosofiche. Nella sua raccolta di saggi del 1905, Eretici, egli disse che «La blasfemia dipende dal credo e svanisce con esso.»

Si prendano come esempio i Monty Python, Andres Serrano e Salman Rushdie, tutti cresciuti in ambienti religiosi di cui si sono presi gioco nelle rispettive opere. La blasfemia è quindi tale solo se proviene da luoghi non distanti dal vero credo e pensare che quella dei vignettisti sia blasfemia è sbagliato, perché il loro bersaglio non è Muhammad come entità religiosa, ma la sua trasformazione in logo, in emblema di una religione: «Dire che stai disegnando il profeta è il vero scandalo, più del disegno stesso […] Al Qaeda ha trattato Muhammad come la bandiera prigioniera del nemico che andava riconquistata. Ma usare il Profeta come un avatar tribale non è molto diverso dal raffigurarlo sotto forma di fumetto».

«La battaglia tra queste astrazioni», conclude il critico «è lungi dal terminare, ma sfortunatamente il sangue versato è tutt’altro che astratto.»