L’arte del collage di Jack Kirby nei fumetti

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Jack Kirby detiene più di un primato nel mondo dei comics, tra questi quello di aver introdotto l’arte del collage nei fumetti mainstream. Prima di lui, si conta solo una tavola di un altro maestro, Will Eisner, nel suo The Spirit (con The Story of Gerhard Shnobble, del 1948); in realtà si trattava di una semplice grande fotografia a cui erano sovrapposti disegni e didascalie.

Quella del collage è una tecnica povera che si diffonde nell’arte all’inizio del Ventesimo secolo, prevalentemente grazie al cubismo, e subito dopo con la seconda ondata di Futurismo, oltre all’Astrattismo, e al Dadaismo. Nella seconda metà del secolo, il collage diventò nella Pop art specchio e riflessione sull’attualità, prevalentemente nelle opere di James Rosenquist, con la sua elaborazione di ritratti fotografici, pubblicità, ritagli di giornale.

Proprio negli anni Sessanta e Settanta, l’epoca in cui l’arte si avvicinava ai fenomeni di massa come la musica rock e il fumetto – con la Pop Art e il movimento della psichedelia – Kirby inseriva nei suoi fumetti popolari pagine particolarmente stranianti e sperimentali; parentesi – non disegnate – in cui, per rappresentare lo spazio o i mondi più fantasiosi da lui creati, usava la giustapposizione di fotografie (per la precisione ritagli di riviste). In un’epoca in cui l’utilizzo di photoshop è ancora lontano tanto quanto il 3D nel cinema, la mente visionaria di Kirby mette in atto soluzioni grafiche che sfiorano l’evocazione della tridimensionalità.

 collage jack kirby Fantastic Four # 29, 1964
Una vignetta da Fantastic Four # 29, 1964

Il “Re” del fumetto americano attingeva dalla sua personale collezione di riviste popolari dell’epoca. La sua giustapposizione di immagini si ispira più al primo cinema di fantascienza e horror e al fotoromanzo, che al collage cubista o dadaista. Kirby mostra una visione proiettata verso la cultura di massa della televisione e del cinema, con tecniche avvicinabili a quelle del contemporaneo Rosenquist, oppure già accostabili agli elaborati lavori dei moderni artisti di collage contemporanei (e di essi forse antesignano), come John Stezaker, Dash Snow, Sarah Eisenlhor (nati negli anni in cui Kirby creava i suoi fumetti – o dopo – quindi probabilmente cresciuti con e grazie a essi).

Kirby iniziò nel 1964, con una delle serie più celebri da lui create, i Fantastici Quattro. Usò il collage per rappresentare il cosmo e le sue inimmaginabili meraviglie. Siamo negli anni pre-allunaggio; lo spazio è sì inafferrabile ma più che mai prossimo ad essere raggiunto; è necessario rappresentarlo con soluzioni tanto suggestive quanto realistiche e tangibili.

collage jack kirby Fantastic Four #62, 1967
Da Fantastic Four #62, 1967

Sempre negli anni Sessanta, l’intenzione di Jack Kirby era addirittura quella di rappresentare interamente in collage il primo ciclo dedicato alla Zona Negativa (la dimensione parallela costituita di anti-materia, apparsa per la prima volta su Fantastic Four #51). Dovette poi rassegnarsi a un approccio più tradizionale. L’autore tornò al collage negli anni Settanta, con la saga epica del Quarto Mondo (per DC Comics).

I lavori si fecero più elaborati, complessi e talmente suggestivi e ipnotici da essere avvicinabili alla psichedelia (cultura che in parte veniva in parte derisa e in parte celebrata nel Quarto Mondo, con i personaggi “freak” dei Forever People). Servivano per illustrare gli spostamenti attraverso il “Boomdotto” (una sorta di portale interdimensionale).

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Dalla saga del Quarto Mondo, l’albo Superman’s Pal Jimmy Olsen, 1971

I collage di Jack Kirby si fanno sempre più sofisticati nelle pubblicazioni Spirit World e In the Days of the Mob. Qui servono la narrazione avvicinandosi al fotoromanzo, o fungono come una sorta di parentesi illustrativa, e hanno un impronta più horror, anziché fantastica.

Un collage per Spirit World
Un collage per Spirit World

Nel 1975, al suo ritorno presso Marvel, i collage fantascientifici ritornarono sulle pagine a fumetti di Kirby, nell’adattamento a fumetti di 2001: Odissea nello spazio, ispirato al lungometraggio di Stanley Kubrick del 1968. Servono di nuovo per rappresentare lo spazio, evocandolo con quello che ormai era un consueto marchio di fabbrica.

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