4 problematiche che l’industria del fumetto americano sta affrontando

Il mercato dei fumetti in America sembra godere di un buon momento. Nonostante ciò, dopo un periodo in cui le dinamiche di vendita sono rimaste pressoché invariate – pochi scossoni, solo tanti alti e bassi – in questo 2015 il settore sta affrontando un periodo di grandi cambiamenti.

Todd Allen, analista e autore del libro Economics of Digital Comics, ha spiegato su Publishers Weekly i quattro maggiori fattori di rischio per l’industria del fumetto statunitense, riassumendo alcune delle tematiche di cui si è discusso negli ultimi mesi.

Un'immagine dalla serie tv The Big Bang Theroy | Foto Sonja Flemming © CBS
Un’immagine dalla serie tv ‘The Big Bang Theory’ | Foto Sonja Flemming © CBS

Le incertezze di Marvel e DC

DC e Marvel dominano il mercato da sempre. Insieme rappresentano il 70% del venduto. A erodere il loro impero ci sta pensando Image Comics che, in alcuni segmenti del mercato, si è imposta come forza trainante (confermata anche da ottimi dati di vendita). Le due grandi aziende sono tuttora alla ricerca della formula segreta del successo, la cui criticità principale si riscontra nella numerazione degli albi, un aspetto che frena gli acquirenti casuali.

DC You, la più recente iniziativa editoriale DC Comics, ha deluso gli addetti alle vendite. I continui reboot Marvel – l’ultimo è atteso per ottobre, dopo la saga Secret Wars – e l’alto numero di varian cover pubblicate sono serviti solo a drogare i dati di vendita delle prime uscite. Attualmente, l’unico vero successo continuativo di Marvel Comics è la linea di Star Wars, non esattamente la definizione di fumetto supereroistico per cui è nota la casa editrice.

La costante diversificazione della produzione editoriale e la grande quantità di nuove proposte che vengono pubblicate – sia nuovi titoli che variant cover – ha portato il pubblico a frammentarsi in tante piccoli fonti di guadagno più difficili da raggiungere e accontentare. Per i rivenditori, inoltre, c’è il rischio di ordinare più copie di quante in realtà poi se ne vendano.

La divergenza di pubblico

Il mercato statunitense si è sempre fondato sulla forza dei comic book e dei periodici che fidelizzano il lettore. In anni recenti, questa certezza è stata intaccata dalla presenza dei graphic novel, dei fumetti young adult e delle raccolte. Il fatturato di questa tipologia di pubblicazioni è in continua crescita ed esponenzialmente più elevato rispetto agli spillati.

Comichron riporta che nel 2014 i volumi hanno generato ricavati per 460 milioni di dollari contro i 375 degli spillati. Sktchd ha mostrato come siano soprattutto le librerie a guidare l’aumento di lettori: Barnes & Noble – famosa catena di librerie statunitense – ha annunciato che raddoppierà lo spazio della sezione fumetti nei propri negozi. Le fumetterie, invece, inviano segnali contrastanti: con un totale vendite di 353 milioni di dollari, gli spillati hanno generato il doppio degli introiti rispetto ai volumi (177 milioni). Il giro d’affari dei volumi, inoltre, è composto anche da un sommerso che gonfierebbe il numero di molto: tanti ordini non passano più per Diamond, il principale distributore di fumetti in America, ma vanno direttamente agli editori, uno su tutti Scholastic, etichetta che vanta in catalogo autori bestseller come Raina Telgemeier, Jeff Smith e Kazu Kibuishi.

Un mercato a due facce che tende a disperdere lettori. Il problema è duplice. Da una parte, gli editori degli spillati non riescono a capitalizzare nell’immediato sulle raccolte delle loro serie (un titolo fortunato come Lumberjanes ha dovuto attendere nove mesi dall’uscita dell’ultimo numero contenuto nel volume alla pubblicazione dello stesso), con l’eccezione di Image, che pubblica i propri paperback nel giro di due mesi dalla fine di un arco narrativo; dall’altra le fumetterie nel direct market privilegiano la serializzazione, che ha il pregio di fornire liquidità immediata.

I graphic novel, invece, hanno una vita editoriale diversa, più lunga e variegata nella loro rimuneratività. Sono concepiti come oggetto libro e il loro mercato dovrebbe quindi adattarsi a un ciclo di vendita diverso, traslando sempre di più da un esercizio che si basa sulla vendita dei periodici a uno che pensa sulla lunga distanza. E non tutti sono pronti a fare il salto.

Il monopolio della distribuzione

A parte Last Gasp di San Francisco, un distributore minore che si occupa di manga underground e fumetti alternativi, fino a qualche anno fa ci si poteva rivolgere a Haven, che però ha chiuso nel 2011 lasciando a Diamond Comic Distributors il monopolio della distribuzione. Con tutti i pro e i contro della situazione.

Negli anni Diamond è stata accusata di bullismo e censura verso i piccoli editori (rifiutò di inserire nei propri cataloghi serie come Miracleman e Void Indigo), ed essendo l’unica figura nel settore della distribuzione, se dovesse succedere qualche imprevisto – la distruzione dei magazzini in Mississippi, per esempio – non ci sarebbe nessun piano di salvataggio.

Il monopolio del digitale

I download di fumetti digitali nel 2014 hanno raggiunto la notevole cifra di 100 milioni di dollari, sebbene il tasso di crescita di questa categoria sia calato rispetto agli anni precedenti: tra il 2012 e il 2013 (anno in cui furono venduti fumetti digitali per 90 milioni di dollari) l’incremento era stato infatti del 29%, mentre fra il 2013 e il 2014 la crescita s’è fermata all’11%.

Anche nel digitale il problema è quello del monopolio: ComiXology, la principale piattaforma di distribuzione di fumetti in digitale acquistata nel 2014 da Amazon, ingloba circa il 90% del mercato fumettistico digitale. Il restante 10% è composto da compagnie come iVerse Media, Madefire o Dark Horse Digital, che si spartiscono le briciole. Questo significa che ComiXology detta legge in termini di prezzi e percentuali (la quota che incassa su ogni acquisto è del 50%) e dalla sua ha la possibilità di gratificare l’utente permettendogli istantaneamente di trovare e leggere il fumetto desiderato.

«In generale» scrive Allen in conclusione del suo pezzo, «l’industria è in uno stato migliore rispetto al bienno 2010-11, prima della scossa data da DC Comics con l’iniziativa editoriale The New 52, che ha inavvertitamente energizzato le vendite dei fumetti indipendenti, ma nessuno sembra in grado di trovare dei modelli di business stabili. I grandi attori sono in equilibrio precario e gli indipendenti non hanno abbastanza forza da imporsi su larga scala. I prossimi mesi saranno cruciali per determinare i piani degli editori sul medio termine.»