Storie di architetti e architetture. Giacon su Sottsass e Akab su Gehry [Intervista]

Debutta questa settimana la nuova collana di graphic novel del Sole 24 Ore curata da Sergio Caruso e Francesca Bazzurro, dedicata alle vite e alle opere di celebri architetti e designer. I primi due volumi sono Ettore di Massimo Giacon (QUI in anteprima) e La città danzante di Akab (QUI l’anteprima), in distribuzione nelle librerie a partire da giovedì 22, mentre verranno presentati il 25 al Mudec (Milano, via Tortona – ore 17).

Ettore è un racconto dedicato a Ettore Sottsass; affronta l’immaginario dell’architetto designer da un punto di vista personale (per l’autore del libro). Tra le pagine del graphic novel, le esperienze di Giacon, che con Sottsass ha collaborato e da lui è stato profondamente influenzato, si uniscono a dati biografici e analisi della sua produzione.

La città danzante è invece un racconto che alla figura del visionario Frank Gehry e alle sue opere si ispira per creare ed evocare suggestioni nuove, ripercorrendo lo spirito contorto e per certi versi perverso di Gehry, ma nella caratteristica cifra cupa e criptica di Akab.

Per scoprire e capire come i due autori hanno lavorato e che tipo di legame li unisce ai due architetti, li abbiamo coinvolti in una conversazione a più voci; mettendo a confronto due approcci diversi al fumetto, quasi opposti, due sguardi verso due designer lontani tra loro, ma uniti da una visionarietà moderna, che trascendeva il reale e piegava le forme e le dimensioni con un gusto – in uno pop e nell’altro surreale – che si rivela ideale a ispirare un fumetto.

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Qual è lo spirito della collana?

Giacon: È uno spirito libero. Non voglio parlare per voce dei curatori, ma fin dall’inizio ci è stato detto che non si volevano delle agiografie, e nemmeno dei testi che facessero didattica. Si trattava di inventarsi delle storie DENTRO le architetture e gli oggetti di un autore, e attraverso questo divagare raccontare qualcosa della sua vita e del suo lavoro.

Cosa avete amato di più, nell’opera di questi architetti? Qual è, per voi, l’opera più interessante (o preferita) di Sottsass e Gehry?

Akab: Direi la Casa Danzante, anche conosciuta come “Ginger e Fred”, è sicuramente stata la suggestione alla base del libro.

Giacon: Le mie opere preferite di Ettore sono elencate nel libro, però usando un paradosso potrei dire l’opera di Ettore che mi piaceva di più era Ettore stesso. L’architettura della sua personalità era molto ben disegnata. Di Gehry – se posso – mi piacevano invece molto le sue case disegnate a Los Angeles. Sono i primi lavori che ho visto, e sono i primi lavori che l’hanno reso famoso, perché disegnava architetture di ville come se queste fossero già parzialmente crollate, decadute, e allo stesso tempo erano perfettamente funzionali.

Nel tuo caso, Massimo, hai scelto una strada molto personale, in cui hai messo in gioco tutta la tua esperienza diretta con Sottsass. Perché?

Perché Ettore aveva scritto molte cose su di sé, anzi scriveva molto sul suo lavoro, costantemente, e anche sulla sua vita. Ha lasciato davvero moltissimi scritti biografici e analitici sul suo lavoro e sul suo modo di vedere il mondo. E tutto era scritto meravigliosamente, con il suo stile un po’ alla Hemingway e un po’ beat… Per cui…non potevo essere all’altezza. E così ho scritto la mia versione della storia, partendo da me, da questo ragazzino che faceva fumetti e che di colpo viene proiettato nel grande flusso della creatività italiana che stava facendo la Storia, del tutto inconsapevolmente.

In questo tuo lavoro si nota una sorta di ritorno alle origini, graficamente, sia nel segno che nei colori. Anche questo è parte del tuo personale viaggio a ritroso nel passato?

Racconterò una cosa strana. A un certo punto mi sono trovato ad dover tirar fuori del materiale d’archivio per il libro. Si trattava del primo fumetto disegnato per lo Studio Sottsass Associati, e parlava di un ristorante che lo studio doveva costruire in California. Invece di scansionare il materiale d’archivio ho rimontato e disegnato tutto, in maniera filologica, disegnando esattamente quella scena lì, cambiando solo le cose che ormai proprio non sopportavo più del mio disegno di allora. È stata la mia personale macchina del tempo: mentre ridisegnavo quelle scene, la mia mente ricordava in maniera sempre più chiara, e le mie mani tornavano indietro nel tempo. Lo so, è una cosa un po’ da matti, ma ha funzionato.

A differenza di Giacon, che ha avuto una esperienza diretta a ispirarlo, Akab, con quale criterio hai scelto di raccontare il mondo di Frank Gehry?

Nel mio caso mi è stato proposto direttamente dal Sole24Ore. Ma devo dire che mi è subito andato bene, per via di questa tendenza comune a usare linee storte e sbilenche.

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Anche il tuo approccio è diverso: distante, e tutto immaginario. Cosa volevi sottolineare con la metafora del demone che vaga per luoghi Gehriani?

Nessuna metafora. Non mi interessava raccontare la biografia di Gehry o un bigino del suo lavoro, anche perché il libro ha una sezione dedicata a questo tipo d’informazioni. Volevo sottolineare, piuttosto, come uno sguardo alieno fosse il più adatto per apprezzare cose che diamo per scontato, come ad esempio la forma dei palazzi. In quanto al demone, credo sia un inconscio omaggio a Geppo, fumetto che leggevo al mare da piccolo e che ho sempre preferito a Topolino…

Al di là della trama, nell’affrontare questi architetti così “unici”, vi siete posti domande su quale linguaggio grafico utilizzare, o in quali aspetti ‘adattare’ il vostro per farlo risuonare con il loro?

Akab: Tendo a cercare uno stile adatto per ogni storia che racconto, ma non ho ragionato in direzione dell’architetto, bensì verso un disegno più grottesco e buffo, che mi permettesse di dare un tono leggero e facilmente fruibile per il lettore.

Giacon: Ho diviso il libro in due parti distinte. Nella prima parte sono più denso e concitato, perché volevo rendere l’impatto di quel periodo e di quel momento pieno di idee, ma anche di scadenze continue da rispettare, di nuovi clienti da rincorrere, di personaggi surreali che commissionavano il lavoro, e il mio vivere all’interno di questo turbine. Nella seconda parte ho lasciato che parlasse Ettore, e dunque il libro si sposta nel suo pensiero, che non è una cosa per niente facile da disegnare, e a cui ho dedicato tavole ariose e luminose: come le camere delle case che disegnava lui, che sembravano molto semplici, ma contenevano in vece informazioni sulla luce e sul colore molto sofisticate.

Raccontare il lavoro di architetti vuol dire, a volte, avere a che fare non solo con le loro opere finite, ma con i loro disegni. Li avete visti o tenuti in considerazione?

Akab: Gli schizzi e gli studi preparatori di Gehry sono stati la cosa che ho guardato di più. Ho usato quei tremolanti segni come guida nella costruzione della mia città immaginaria.

Giacon: Ettore disegnava molto bene. D’altra parte, mi confessava spesso che da giovane avrebbe voluto dipingere e basta, ma poi il padre l’aveva spinto alla professione. Oggi designer e architetti presentano i progetti direttamente in 3D e PowerPoint, e la capacità di disegnare un progetto su carta si sta un po’ spegnendo. I disegni, le architetture di Ettore erano invece vivi, e non avevano bisogno di essere troppo complicati e dettagliati: i suoi disegni su carta giapponese e colorati con acquerelli ed ecoline già riuscivano a dare molte informazioni, senza che ci fosse il bisogno di scrivere nulla.

Che idea ha del disegno, secondo voi, un architetto?

Akab: La stessa che ha un musicista delle note o un cavernicolo dei graffiti. Proietta una visione, per poterci entrare.

Architettura e fumetto hanno spesso molti punti di incontro: basti pensare a quanti fumettisti sono anche architetti, e a quanti architetti usano il disegno. Ma un pensiero diffuso tra diversi critici e autori è che lo stesso fare fumetti sia una specie di lavoro architettonico. Siete anche voi di questa idea?

Akab: Io no. In questo senso si potrebbero trovare punti in comune con qualsiasi altro mestiere. Dal contadino al macellaio. Penso sia una inutile speculazione intellettuale.

Giacon: A livello teorico io sono invece abbastanza d’accordo. Ma questo perché sono nato con la cultura del progetto, e i miei professori mi han fatto una testa così sul fatto che il progetto era importante, ancora più importante del disegno stesso. Alla fine, dài e dài, l’ho capito. Certo, essere bravi disegnatori aiuta, ma non è la cosa fondamentale, per fare un buon fumetto. Infatti molti autori con l’andar del tempo asciugano sempre di più il disegno per dedicarsi con maggiore attenzione allo storytelling. Come Ettore, d’altra parte, che piano piano, verso la fine della sua vita artistica, era sempre più interessato agli elementi intangibili dell’architettura e del design: la luce, le ombre, il colore, lo spazio occupato dall’oggetto…

*Intervista realizzata con la collaborazione di Matteo Stefanelli