Focus Profili “Le variazioni d’Orsay, il mio esercizio di stile”. Intervista a Manuele Fior

“Le variazioni d’Orsay, il mio esercizio di stile”. Intervista a Manuele Fior

«È un libro diverso da quelli precedenti, mi piace definirlo un esercizio di stile. Ho cercato di fare una cosa più compatta, 64 pagine, anche perché si tratta comunque di una deviazione di percorso rispetto ai miei libri, sui quali riprenderò presto a lavorare. Ci ho lavorato un anno e mezzo, durante il quale ho potuto esplorare in lungo e in largo il Musée d’Orsay». È in libreria dal 1° ottobre Le Variazioni d’Orsay (Coconino) di Manuele Fior, secondo fumetto di tre della serie nata dalla collaborazione tra la casa editrice Futuropolis e il museo parigino che custodisce i capolavori dell’impressionismo e del post-impressionismo. Un progetto in cui Manuele Fior arriva dopo la francese Catherine Meurisse (Moderne Olympia, 2014) e prima – sembrerebbe – di Craig Thompson, il fumettista statunitense autore di Blankets, a cui toccherà il terzo libro. Abbiamo intervistato Fior, che ci ha spiegato la genesi di un libro che potrebbe coincidere con un passo importante nella sua carriera.

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Innanzitutto è il primo libro che scrivi in francese, vero?

Sì. Tutti i testi che ho letto prepararmi erano in francese, scriverlo in italiano per poi tradurlo non avrebbe avuto senso. Nella versione francese ho giocato con il verlan (lo slang della strada, ndr), perché non potevo scrivere nel francese dell’800. Ho utilizzato molte espressioni gergali, la lingua che ho imparato per la strada, in modo da rendere più vicino a noi il modo di esprimersi dei personaggi dell’epoca. Anche perché i protagonisti della scena dell’impressionismo erano per la maggior parte degli scalzacani, non parlavano certo in modo forbito. Questa cosa in italiano l’ho dovuta un po’ adattare, e forse si è persa. Ma d’altra parte non so molto cosa aspettarmi da questo libro in Italia, che è un libro che parla di un museo francese e di artisti francesi. Vedremo.

Hai disegnato il “dietro le quinte” del museo, hai avuto la possibilità di visitarlo? 

Sì, ho visto i magazzini e ho disegnato quello che ho visto. Quello che si può esporre nel museo è solo la punta dell’iceberg delle collezioni. Molte opere non possono essere esposte, un po’ per questione di spazio e poi perché si rovinano. Alcuni pastelli di Degas per essere mostrati 4-5 mesi devono rimanere 10 anni all’oscurità. Trovi delle enormi rastrelliere dove i quadri sono messi un po’ alla rinfusa, fa un po’ effetto. Ne apri una e dentro c’è Van Gogh, Renoir, tutti uno accanto all’altro senza nessuna particolare accortezza. Da una parte fa effetto dall’altra ti rendi conto che sono semplicemente dei quadri, dei pezzi di legno con una tela dipinta, non dei feticci come ormai son diventati adesso. Riesci a guardarli in maniera disincantata. Ogni museo aggiunge un’aura simbolica a qualsiasi opera. I quadri di un personaggio come Van Gogh, che era pazzo e non ha praticamente mai venduto un quadro in vita sua, adesso sono una specie di feticcio religioso per i turisti che vengono da tutto il mondo.

Perché hai scelto di concentrarti su Degas?

Per prepararmi ho letto molte biografie di artisti francesi vissuti a cavallo tra XVIII e XIX secolo, un testo che mi è piaciuto molto è Degas, Danse, Dessin di Paul Valéry. L’autore era amico di Degas e riporta diverse chiacchierate che facevano. Ne viene fuori il ritratto di un personaggio molto controverso: antisemita, estremamente misogino e riottoso. Tutti i protagonisti dell’impressionismo, come succede per tanti artisti del passato, vengono dipinti con un area un po’ bonaria che li fa sembrare inoffensivi. Lui al contrario era fastidioso, molto intelligente, provocante. Da prendere con le pinze. D’altra parte era il più grande disegnatore della sua generazione.

Come succede per le persone in generale, non si può mai elaborare un giudizio definitivo, ci son sempre delle cose sulle quali il giudizio deve rimanere aperto. E poi leggendo ho scoperto un sacco di cose divertenti su Degas, tipo che sosteneva davvero che bisognasse fucilare chi dipingeva all’aria aperta («la pittura si studia al museo» affermava Degas nello scontro tra accademia e avanguardie, ndr). Così mi sono divertito a mettere insieme una piccola raccolta di aforismi.

Lui aderiva al gruppo ma aveva posizioni concettuali molto diverse, veniva da una famiglia borghese al contrario di Monet e Renoir, che facevano la fame. In sostanza Degas è lo stronzo della situazione per cui io mi immedesimo in lui molto facilmente (ride). Scherzi a parte, mi piaceva dimostrare che tante volte pensi di racchiudere un gruppo di persone con un nome, in realtà ci sono individualità molto diverse.

Hai lavorato seguendo il tuo solito metodo, senza nessuna traccia scritta da seguire?

Ho navigato a vista, più di quanto faccio solitamente, senza scrivere niente. Non volevo  una storia classica con un personaggio principale, perché volevo essere libero, c’erano molte cose da raccontare. Sono andato avanti visitando il museo e improvvisando. Poi ho cercato di dare al racconto una forma un po’ più chiusa, armonica, perché non fosse un affresco troppo sparato. L’ho chiamato Variazioni di Orsay perché è un esercizio di stile, come quello di Queneau, una serie di variazioni sul tema. Avevo voglia di approfittare per sperimentare dal punto di vista narrativo, senza fare quello che faccio di solito quando ho a che fare con personaggio principale, antagonista, risoluzione del conflitto e tutti gli altri elementi classici di una trama strutturata. Credo sia l’esercizio di improvvisazione più estremo che ho fatto fino ad ora.

Leggi anche: Come disegna Manuele Fior

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Per quanto riguarda la tecnica, come è evoluta dopo L’intervista?

Ho utilizzato la gouache, un particolare tipo di tempera che mi è servita per tutta la serie di illustrazioni che ho fatto per Repubblica. Essendo un libro sulla pittura ho pensato che potesse essere adatta, perché la gouache è un po’ la sorella povera dell’olio. Ho imparato molte cose facendo questo libro, sono rimasto anche 3-4 giorni su una pagina. Per questa volta mi sono spinto molto nella direzione della pittura, per i prossimi fumetti invece vorrei declinare questo tipo di tecnica in forma più grafica, più leggera, e mantenerlo come stile. Giunto ai 40 anni non continuerò a dedicarmi ogni volta a tecniche nuove.

Proseguirai anche nella direzione del formato breve?

Adesso nel mio lavoro vedo due direzioni sulle quali avanzare in parallelo. Da una parte il formato corto e compatto, grande formato e poche pagine, dall’altra l’estremamente lungo, su più volumi. Ho 40 anni e fra 10 ne avrò 50, mi piacerebbe impiegare il mio tempo per fare una lunga saga con i personaggi introdotti con L’intervista, portare avanti i personaggi alla Corto Maltese, per dire. Ho già buttato giù qualche tavola di quello che potrebbe diventare il mio capolavoro (ride).

Nelle prime e nelle ultime pagine della storia ti sei disegnato, è la prima volta?

In realtà l’avevo già fatto in un primissimo libro mai uscito in Italia, Le gens le dimanche (Atrabile, 2004), mi ero ripromesso di smettere e invece l’ho rifatto. Ho cercato di farmi il più brutto possibile, non voglio rischiare di essere tacciato di autocelebrazione (ride). A scanso di equivoci mi sono fatto cesso.

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