Elisabetta Romagnoli, un esordio all’insegna dell’illustrazione [Intervista]

Il libro d’esordio di Elisabetta RomagnoliFinisco di contare le mattonelle, pubblicato da Bao Publishing per la collana “Le città viste dall’alto” è di quelli che stupiscono. Dopo averne scritto – qui trovate il nostro approfondimento – abbiamo anche deciso di intervistare l’autrice, per farci raccontare alcuni dettagli della sua opera.

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Cominciamo da te: chi sei, qual è stato il tuo percorso e come sei arrivata a questo libro?

Vengo da Roma. Ho deciso di disegnare fumetti tardissimo, a ventuno anni, iscrivendomi alla Scuola Internazionale di Comics. All’inizio mi sarebbe piaciuto lavorare nell’animazione, ma alla fine sono approdata al fumetto e devo dire che sono molto più contenta, proprio per la sua completezza. Ho cominciato come colorista, arrivando infine all’illustrazione. Ho scoperto i lavori di Pascal Campion e da lì è cambiato tutto: ho studiato attentamente il suo stile, trovando una strada stilistica e grafica che mi appartenesse e un giorno, dopo una Lucca epifanica, ho deciso di creare un progetto, proponendolo alla Bao.

Il tuo volume è uscito per una collana, “Le città viste dall’alto”, in cui il luogo è scenario di storie, di vite. Il tuo luogo è Barcellona: perché?

Perché questo fumetto parla anche di me, della mia storia. Venivo da un viaggio a Barcellona, era la città che ricordavo meglio e, siccome sono priva di fantasia, ambientare la mia storia lì mi ha aiutato parecchio.

Priva di fantasia? 

È così! A volte faccio fatica a creare cose che non attingono alla realtà. In verità ho scoperto che nessuno inventa niente da zero… quindi me ne sono fatta una ragione.

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La storia che racconti in Finisco di contare le mattonelle è autobiografica?

In parte sì. Chiaramente non avrei potuto farla totalmente autobiografica, perché avrei rischiato di trasformarla in qualcosa di noioso. Quindi ho un po’ inventato e un po’ mi sono ispirata a storie vere di altre persone. Il che mi ha permesso di raccontare esperienze di altre persone che conosco.

Un aspetto tra quelli che più mi hanno colpito è lo stile che hai adottato. Qualcosa di molto vicino all’illustrazione. La scelta di abbandonare la fisicità degli oggetti e dei corpi in favore di una visione grafica specifica, credo sia il punto forte del tuo volume. 

L’ho sempre avuta, l’ho sempre sentita mia. Una volta ho seguito un corso di scrittura creativa e mi succedeva di immaginare ancor prima di scrivere delle scene. Nel fumetto è successo il contrario: prima di lavorare al layout avevo già in mente quello che volevo dire. In tal modo il disegno diventava uno strumento alla mercé delle parole. Sentivo che questa struttura era la più appropriata per questo tipo di linguaggio molto intimista.

Come ti sei trovata nel doppio ruolo di autrice e fumettista?

Fortunatamente la mia è semplicemente una storia d’amore. La mia paura era proprio quella di non essere in grado di gestire una storia, di perdermi nella storia. Per evitare questo ho pensato che la soluzione potesse essere raccontare qualcosa di un po’ più leggero, ma in una forma un po’ più originale. Doveva essere qualcosa che conoscessi bene e che quindi fosse più gestibile.

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Ci sono autori/fumettisti che ti hanno ispirato e che continuano a ispirarti?

La mia fonte di ispirazione principale è Cyril Pedrosa, soprattutto per quanto riguarda l’impatto grafico. A livello narrativo ho sempre adorato Erri de Luca, un grande scrittore che parla di niente, ma ne parla benissimo. E poi Gipi: il suo modo di amalgamare le storie con il disegno è unico. Soprattutto in Unastoria.

Hai nuovi progetti?

Sicuramente il mio prossimo libro sarà pubblicato per Bao. Ma prima devo essere sicura di quello che sto facendo. Devo sentire la storia, e farla del tutto mia.