Miguel Brieva disegna e lotta insieme a noi

Leggete attentamente il sottotitolo del primo graphic novel di Miguel Brieva. Io mi sono accorto del gioco di parole solo mentre ero a metà libro. C’è scritto: “Diari e deliri di un giovane intraperdente”.  Sì, “intraPERDENTE” (nell’originale spagnolo: “emperdedor”). È su questo neologismo che si gioca la costruzione del protagonista: Victor, 32 anni, precario e depresso, incapace di reagire di fronte allo sfacelo di un sistema economico e politico di cui si sente estraneo nella stessa misura in cui ne è vittima.

Victor è – in maniera piuttosto esplicita – l’alter ego di Brieva (che di anni ne ha pochi di più, essendo nato nel 1974) ma è soprattutto la personificazione del giovane-non-più-tanto-giovane europeo di classe media, nato troppo tardi per avere vissuto l’age d’or degli anni ’60 e ’70 e troppo presto per poter godere del privilegio dell’innocenza. La sua storia riguarda una generazione ben definita (di cui, per la cronaca, faccio pienamente parte) e ne descrive con coscienza di causa il disagio emotivo e intellettuale.

Leggi l’anteprima del volume

Brieva

Il titolo del libro è Quello che mi sta succedendo e anche qui dobbiamo leggere bene, perché quel “mi” è scritto in corsivo rosso, come se fosse stato aggiunto a posteriori, come se l’autore ci tenesse a sottolineare l’ambivalenza della sua narrazione: da una parte, il racconto collettivo della crisi e di ciò che questo comporta su una moltitudine di uomini e donne; dall’altra la consapevolezza di poter sempre parlare solo per se stessi e dal proprio, limitato punto di vista sul mondo. È lo stesso autore ad avvertirci dalla prima tavola:

«Questo libro racconta quello che ultimamente sta succedendo al mondo e a me, o forse a me da quando sono nato e al mondo da tempo immemorabile…Questo lo lascio giudicare a voi.»

brieva1

C’è però una differenza sostanziale – e molto politica – tra ciò che negli ultimi anni un trentenne precario ha vissuto in Italia e ciò che ha vissuto un trentenne precario in Spagna. Questa differenza ha un nome: “Indignados”. Miguel Brieva non lo nasconde: il movimento di contestazione sociale che nel 2011 mobilitò centinaia di migliaia di persone in tutto il suo paese, non può essere considerato – oggi – come un fuoco di paglia. Al contrario, è proprio in quella lotta che è possibile cercare una ragione di riscatto per il futuro. Il cinismo e il nichilismo di cui siamo impregnati vanno bene fino a un certo punto. Oltrepassato quel limite, la risposta alla crisi è nella coesione, nella solidarietà, nella collettività. Gli indignados sono i perdenti della società ma sono anche quelli che non desistono, sono quelli che hanno la forza per intraprendere un percorso di crescita, nonostante tutto. Proprio come tenta di fare Victor.

brieva2

Brieva non si accontenta di illustrare un manifesto politico. Il suo tentavo è più ambizioso e – sebbene forse non riesca a raggiungerlo completamente – bisogna ammettere che in pochi, oggi, tentino di percorrere la sua stessa strada. Insieme alla denuncia sociale, l’autore spagnolo evoca infatti anche una componente fortemente onirica, visionaria, quasi psichedelica, in grado di sovvertire le regole del mondo nel quale i personaggi si muovono. Il suo stile di disegno – come conferma lui stesso – fa il verso all’estetica patinata degli anni ’50 statunitensi proprio per capovolgerne il messaggio, sulla scorta dei grandi dell’underground (Crumb su tutti). Il mondo è un grande delirio, da tutti i punti di vista. Questo sembra essere il messaggio di fondo. E solo uno sguardo paziente e sensibile può cercare di vederci attraverso.

Attenzione, infine, alla parola “delirio” (presente anche nel sottotitolo). Victor tenta di curarsi con la psicanalisi, ma inutilmente. Alla fine, l’ordine antico crollerà, che lo si voglia o no. E nuove regole dovranno essere scritte. Ecco perché mi torna alla mente questa dichiarazione di Gilles Deleuze – autore certamente noto a Brieva – che forse può ben sintetizzare il concetto:

«Desiderare è, in un certo modo, delirare. (…) Non si delira sul padre o la madre, ma su tutt’altro. Il delirio concerne il mondo intero. Si delira sulla storia, la geografia, le tribù, il deserto, i popoli, le razze, il clima (…) Il delirio è geografico-politico, mentre la psicoanalisi lo riconduce ogni volta a determinazioni familiari. Si delira il mondo, non la propria famiglia.»

Quello che mi sta succedendo
di Manuel Brieva
Eris Edizioni, 2015
112 pagine, 16,00 €