Rubriche Lo scaffale di... Lo scaffale di Paolo Castaldi

Lo scaffale di Paolo Castaldi

Per la rubrica Lo scaffale di…, a commentarci le sue letture più recenti, questa settimana ospitiamo Paolo Castaldi, autore molto prolifico che ha già all’attivo diversi libri come Etenesh, Diego Armando Maradona, Chilometri Zero, Gian Maria Volonté e il recente Pugni (sceneggiato da Boris Battaglia), tutti editi da BeccoGiallo.

Prima di iniziare, Paolo ci ha tenuto a fare una breve precisazione: «Quando mi è arrivata la richiesta di Fumettologica tra me e me ho esclamato: “Come si fanno a segnalare i cinque fumetti preferiti nella mia libreria? Sono troppi i miei preferiti!”. Ma anche “che noia però, i miei preferiti sono i preferiti di altre milioni di persone, sai che divertimento per i lettori del sito”. Serviva un criterio di selezione specifico, quindi. Non i preferiti del mio scaffale in assoluto, non gli ultimi cinque che ho letto (poco rappresentativi), non i cinque che considero i più importanti per la storia del fumetto. Ho scelto di raccontarvi quali sono stati i cinque fumetti che più hanno segnato e indirizzato il mio percorso di autore, sia dal punto di vista del disegno, sia dal punto di vista della narrazione. Ognuno a modo suo, ognuno per qualche elemento ben preciso.»

L’Uomo Ragno Classic n. 18, “Amara vittoria”, di Stan Lee e John Romita (Star Comics)

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L’Uomo Ragno è il mio supercalzamagliato preferito e il personaggio dei fumetti al quale sono più affezionato. Questo albo è il primo fumetto che ho acquistato in edicola con la paghetta settimanale, con coscienza quindi. Ed è stato un vero colpo di fulmine. Prima leggevo qualche Topolino che trovavo in casa, distrattamente, ma questo era una cosa diversa! Lo percepivo come più adulto, c’era l’avventura, era dinamico, c’erano i superpoteri e i supercattivi come Kingpin, c’erano le storie d’amore adolescenziali, c’erano i disegni incredibili di Romita, per Dio!

Letto questo volumetto sono andato da mia madre e le ho detto: “mamma è bellissimo, voglio fare la collezione! E da grande voglio fare i fumetti!”. Avevo 9 anni. E’ stato un po’ l’inizio di tutto il mio percorso. Quindi sempre grazie, Uomo Ragno!

La Casta dei Meta-Baroni, di Alejandro Jodorowsky, Juan Giménez (Alessandro Editore)

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Leggevo già qualche fumetto d’autore quando ho scoperto La Casta dei Meta-Baroni. Lo dico subito: di per sé la scrittura di Jodorowsky non mi entusiasmava, però c’era Giménez che, dopo una breve sfogliata al primo volume, è diventato di colpo (almeno per un annetto), il mio disegnatore preferito. Ho consumato i volumi della Casta. Li ho studiati e ristudiati. Ogni giorno. Giménz mi aveva mostrato per la prima volta cosa era la tecnica del disegno accademico, pura, virtuosa, associata al fumetto.

Ma soprattutto mi sono innamorato della sua paletta colori. Le terre e gli azzurri sporcati con il grigio, i rossi rubino, la luce bianca. Con due tonalità cromatiche dominanti riusciva a colorare volumi interi creando un’omogeneità che invidiavo molto e a cui aspiravo. Ho fatto molta ricerca sui colori de La Casta dei Meta-Baroni e la mia “paletta” ne è stata influenzata moltissimo, mentre quel concetto di disegno, così realistico e di “maniera” ha iniziato ad annoiarmi poco dopo.

Daredevil: Wake Up, di Brian Michael Bendis e David Mack (Marvel Comics)

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Durante gli anni della Scuola del Fumetto di Milano avevo quasi del tutto abbandonato la lettura superoistica che mi aveva accompagnato durante tutto il liceo. Era il tempo dei volumi di Pratt, Manara, Pazienza, robe che mi sembravano più stimolanti. Amavo l’acquerello e volevo vedere come veniva usato dai Maestri. Un giorno poi, il mio professore di fumetto realistico Beppe Quattrocchi mi ha prestato alcuni albi di Alex Maleev, Bill Sienkiewicz e David Mack. Gente che non conoscevo affatto. Altro colpo di fulmine Made in Usa… Questi erano pittori, artisti veri, che però facevano i supereroi, roba mainstream… Figata!!! Il connubio mi pareva potentissimo.

Quello che mi ha colpito di più è stato David Mack, il meno bravo della cricca, sia chiaro, ma aveva un acquerello stupendo, brillante, fatto di macchie nette e di velature perfette. Faceva cose che mi sembravano impensabili da proporre ad un mercato come quello dei supereroi Marvel. La saga scritta da Bendis e disegnata da lui, (in Italia conosciuta come “Svegliati!” su Devil e Hulk nn. 79/82, me la sono comprata in lingua originale, non potevo aspettare l’edizione italiana… Appiccicava tessuti, foglie, adesivi, sulle quelle tavole… Dalle quali traspariva un enorme senso di libertà che mi ha fatto capire quanto il fumetto non avesse limiti espressivi. Vale tutto, si può far tutto, a patto di saper padroneggiare il linguaggio e la tecnica. Una lezione fondamentale (detto questo, Sienkiewicz lo preferisco).

Ilaria Alpi, di Marco Rizzo e Francesco Ripoli (BeccoGiallo)

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I miei cinque libri editi da BeccoGiallo nascono da qui. Mi sono innamorato dei loro fumetti grazie a Ilaria Alpi, di Rizzo e Ripoli, il primo libro di
graphic journalism che ho sfogliato e acquistato. I disegni di Ripoli mi hanno colpito per la freschezza, per l’acquerello leggero, quasi abbozzato in toni di grigio, per il segno realistico, descrittivo e un po’ sporco allo stesso tempo. Non conoscevo né la storia di Ilaria Alpi, né l’editore, né il fumetto di realtà più in generale. Dopo averlo divorato ho pensato: “Ok, questa BeccoGiallo ha avuto un’idea fantastica!”

Poter alzare la voce, mantenere viva la Memoria attraverso i fumetti è importante e i fumetti lo fanno benissimo. Il linguaggio si presta perfettamente. Lo capisco ogni volta che vado nelle scuole a parlare di immigrazione con Etenesh, ad esempio. Il fumetto può (e deve) fare la sua piccola parte. Amo gli autori che prendono posizione attraverso la loro opera, con coraggio, sempre. E i libri BeccoGiallo hanno questa prerogativa, per questo mi sento così a mio agio con loro. Il graphic novel sulla storia di Ilaria Alpi mi ha ricordato tutto questo, non poteva mancare nella cinquina.

Unastoria, di Gipi (Coconino Press/Fandango)

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Unastoria non poteva mancare nella top five dello scaffale per un motivo molto semplice: è il fumetto che vorrei fare io, magari tra qualche anno.
Come spirito intendo, non che lo ricopio! Leggendo, guardando, sbavando sulle incredibili tavole di Gipi, ci si rende conto (come poi ha confermato in numerose interviste l’autore stesso) di quanta leggerezza e “menefreghismo” rispetto a tutto e tutti, ci sia dietro. Un libro nato per far pace con il disegno, per la gioia di stare al tavolo e raccontarsi qualcosa.

Senza pensare ai lettori, senza pensare ai premi, senza pensare alle vendite. Questa magia la si coglie davvero… Io credo nella sincerità d’intenti. A mio parere è un fattore importantissimo per la buona riuscita di un lavoro, al pari di uno spunto narrativo originale o di uno stile di disegno potente. Se cerchi di fare il ruffiano, o semplicemente “il mestierante”, non farai mai un capolavoro. Al massimo puoi fare un buon fumetto, buonissimo. Ma non un capolavoro. Serve quel distacco, da tutto, da tutti. E’ difficile averlo sempre, per quello ci sono pochi capolavori in giro. Lo “stato di grazia” è un lusso che arriva e se ne va. Se gli altri quattro fumetti già citati sono stati un punto di partenza per un “qualcosa” nel mio
percorso, Unastoria vuole essere un punto di arrivo prossimo.

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