Focus Il periodo interlocutorio di DC Comics, tra DC YOU e Rebirth

Il periodo interlocutorio di DC Comics, tra DC YOU e Rebirth

Guidare una Ferrari e vedersi superare da una R4. Deve essersi sentita più o meno così la DC Comics quando ha dovuto chiudere i registri contabili del 2015, ammettendo di non riuscire a far funzionare proprietà intellettuali conosciute da chiunque – vere icone, e forse è proprio questo il problema – mentre la rivale Marvel è occupata a trasformare personaggi di serie B in franchise miliardari.

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Con il settore televisivo che tutto sommato va avanti (cinque gli show all’attivo: GothamSupergirl, Arrow, The Flash e Legends of Tomorrow) e un 2016 che spera di vendicare il vuoto pneumatico dell’anno scorso con Batman v Superman: Dawn of Justice e Suicide Squad, il ramo della DC che merita più attenzioni è quello fumettistico.

David Harper ha provato ad analizzare un anno di dati e numeri (per gentile concessione di Comichron), andando a guardare come si è comportata la DC nel 2015. Analizzando gli ultimi mesi dell’anno, in particolare novembre, rispetto a due anni fa – periodo in cui l’eco del rilancio The New 52 si era dissipata e i dati di vendita si erano normalizzati – i numeri si sono mantenuti stazionari. Un calo modesto, ma nulla che giustifichi allarmismi di sorta. Certo, che il mercato cresca mentre la compagnia non segue questa scia è un punto che i capoccioni DC dovranno cercare di risolvere. Nella classifica dei mille fumetti più venduti dell’anno, pur essendo la seconda per giro d’affari, la DC si è trovata 26 titoli in meno rispetto al 2014. Nelle prime trenta posizioni la DC è presente con soli due titoli, e sono entrambi marchiati The Dark Knight: The Master Race. E anche nel settore dei volumi (o graphic novel), pur essendo la detentrice di più posizioni, ne ha comunque perse 52 nell’arco di dodici mesi.

Il problema grave è che questi conti sono drogati da The Dark Knight III: The Master Race e dalle sue 55 copertine alternative. Le 440.000 copie vendute del primo numero sono un risultato discreto per un fumetto dall’elevato prezzo di copertina (5,99 dollari), ma potrebbe non essere abbastanza per un progetto che ha avuto una copertura mediatica importante. Anche perché la DC non potrà contare su DKIII per il lungo termine. Nella classifica dei rivenditori Diamond del mese di novembre, la DC compare nella top ten solo una volta, al primo posto. Allargando lo sguardo ai primi cinquanta posti, le occorrenze DC salgono a sette. Nello stesso mese del 2013, tra i cinquanta titoli più venduti, 21 erano DC, di cui cinque nei primi dieci posti.

Dov’è che la ruota DC ha forato, allora? Le ragioni di questo affaticamento hanno tutte a che fare con il punto editorialmente più alto per l’azienda, quando, il 31 maggio 2011, fu annunciato il reboot The New 52, che forniva un nuovo punto d’inizio per tutto l’universo DC.

Il progetto è ricordato ancora come una delle mosse più ardite e di successo dell’industria, che infatti la Marvel tentò di replicare poco dopo. Non sarà stato l’apice creativo del gruppo, ma The New 52 riaccese i consumi del settore, non soltanto fornendo la scusa ai rivenditori per la sagra della vendita facile, ma portando un nuovo bacino di pubblico.

La difficoltà si presentò quando, per tenere fede all’idea di base del rilancio, la DC continuò a produrre per quattro anni 52 testate al mese, le più spendibili secondo i dirigenti. E quando una delle testate perdeva lettori, la DC la rimpiazzava con un altro titolo, la seconda scelta più vendibile, e nel momento in cui questo titolo faceva peggio del predecessore arrivava un altro rimpiazzo, e così via a scendere. Se i loro albi di punta volavano alti nelle vendite, i loro panchinari erano in caduta libera. Fuori dalla zona di sicurezza, la casa editrice era – ed è – incerta sul da farsi. «Cancellare e rimpiazzare testate è una pratica comune», scrive Harper. «Il problema sorge quando si continua a sostituire titoli senza mercato con titoli che sono più “senza mercato” dei precedenti e i lettori perdono interesse. È questo che è successo alla DC.»

Sembrava che avessero imparato la lezione: il successivo progetto DC YOU puntava su meno titoli. Ma i dati di dicembre hanno rivelato un’inversione di marcia: 135 titoli distribuiti sul mercato, 14 in più del loro massimale nel 2015. E nemmeno il rimescolamento di DC YOU ha funzionato granché. Ci sono state delle sorprese di vendita (Justice League of America e Black Canary), ma l’intera linea è affondata negli ordini e certi fumetti si sono salvati solo grazie all’attaccamento dei fan (vedi il caso di Omega Men).

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Altra rilevazione riguarda il parco autoriale: all’epoca di The New 52 i vertici DC aveva azzardato con un progetto enorme, mettendo i loro principali artisti al lavoro sulle testate. Ma non tutti i titoli erano coperti da grandi nomi, e quando Image attrasse a sé molti degli autori di punta Marvel, questa andò a pescare i rimpiazzi nel mare DC (gente come Charles Soule, Kenneth Rocafort e Tom Taylor). In DC sono corsi ai ripari solo ora, mettendo Scott Snyder a capo di un corso per sceneggiatori che vada a rimpolpare le fila DC. The New 52 aveva anche evidenziato una magagna che DC YOU ha tentato di sbrogliare con serie come We Are Robin: l’omogeneità grafica dell’azienda. Lo stile di casa DC, ossia quello di Jim Lee, non offre novità agli occhi del pubblico e va quantomeno ridimensionato. Heidi MacDonald, giornalista ed ex editor DC, ha scritto in proposito: «Curt Swan era il migliore negli anni Settanta, ma ora non andrebbe lontano, e nessuno stile rimane attuale per sempre.»

L’altro grande nodo è la gestione della continuity, che la DC ha maneggiato goffamente. The New 52 ha fatto tabula rasa di tutte le storie, tranne per Batman e Lanterna Verda, e questa estate DC YOU ha fatto vanto di etichette come ‘prismatica’, ‘leggera’ o ‘a due velocità’ per indicare un nucleo di storie integranti attorno a cui orbitano titoli liberi da ogni convenzione. Lo scontro è interno al DNA conservativo dell’editore. Un editore che tenta di stare sul pezzo pur non essendone predisposto (il personaggio bandiera, Superman, è quello più vicino al concetto di mito greco che esista nei fumetti) e che così facendo ha perso i lettori fedeli: «Li hanno persi rimuovendo alcuni concetti chiave delle loro testate, il senso di eredità e di storia. Cose che la DC portava avanti da 75 anni.»

La possibilità era stata probabilmente preventivata, ma la speranza era di attirare lettori casual. Speranza che si è scontrata con la realtà. Secondo MacDonald, il problema è che «i lettori sono recettivi verso storie divertenti di personaggi che amano, come sono sempre stati, e questa è una tecnica di racconto che le aziende non sanno maneggiare bene».

Il carico da novanta l’ha poi aggiunto il trasloco degli uffici da New York a Los Angeles, che ha imposto due mesi di sospensione delle pubblicazioni. Harper lascia intendere che chi legge fumetti affronta problemi simili agli alcolizzati: «Cambiando i loro ritmi di assunzione, dai loro l’opportunità di riconsiderare quello che stanno facendo e rivedere le loro spese fumettistiche». Alcuni titoli, anche forti (come Batgirl), si sono visti calare gli ordini del 30% dopo la pausa. E la soluzione prevista per il 2016, produrre più materiale in modo da poter far diventare i titoli di punta bimensili, non sembra promettere bene.

Il co-publisher Dan DiDio ha lamentato che l’insuccesso dipenderebbe dall’impostazione delle storie, pensata per un pubblico di non adepti, che avrebbe però allontanato i fan fedeli. Ora che le vendite gli hanno dato ragione, la DC potrebbe tornare a storie meno sperimentali, a una continuity più stringente. Tra tutti questi grattacapi, l’unico a non dare problemi è Batman, le cui testate mostrano di resistere più delle altre all’erosione di lettori, grazie alla coordinazione dell’editor Mark Doyle.

Cosa dovrebbe fare la DC ora? La risposta più ficcante l’ha fornita sempre Harper, su Twitter:

Nel suo pezzo, l’autore si augura che il 2016 sia un anno migliore per la casa editrice, perché «il mercato sta bene se tutti stanno bene. Conosco tantissime persone che hanno iniziato a leggere fumetti (o vi sono ritornati) grazie a The New 52, e che ora magari sono passati a Saga o Super Mutant Magic Academy

Tra pochi mesi, le testate battezzate nel 2011 da The New 52 raggiungeranno il numero 52, e Comics Beat ipotizza che l’intenzione sia quella di festeggiare l’avvenimento ritornando alla continuity precedente al grande evento. Rebirth, questo il nome del probabile reboot in arrivo a giugno, prometterebbe anche di aggiustare le recenti sviste di marketing crossmediale (il fumetto digitale Supergirl, che sarebbe stato un prodotto da associare all’uscita dell’omonima serie tv, è stato distribuito solo quando questa era ormai a metà della sua corsa) facendo debuttare nuove collane tra agosto e settembre, il periodo in cui usciranno prima il film Suicide Squad e poi le nuove stagioni degli show televisivi.

Alla luce di questi rumor e tweet sibillini, Harper si sente tuttavia di sconsigliare un ennesimo reboot, «perché i nuovi numeri 1 delle testate sono un trampolino di lancio solo se c’è qualcosa in cui lanciarsi. E con un altro riavvio, l’editore potrebbe perdere anche il resto dei lettori».

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