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Se Dio esiste non uccide per un disegno: i quaderni parigini di Joann Sfar

Parlare dei cahiers di Joann Sfarr non è un’impresa semplice. Soprattutto, per quanto riguarda quest’ultimo volume – il decimo – pubblicato come sempre in patria da Delcourt/Shapooing. Se Dio Esiste. Quaderni Parigini: Febbraio-Novembre 2015 è il primo cahiers dell’autore de Le Chat du Rabbin a essere tradotto in Italia. In queste pagine, in cui senza soluzione di continuità, si alterna prosa e un disegno graffiante e nervoso, Sfar – in maniera parossistica – affronta i grandi e piccoli drammi dello stare al mondo. Oscilla caoticamente tra la sfera personale e quella pubblica, intrecciando il tutto in un ordito senza forma, umorale, in cui l’illuminazione si alterna alla cronaca dell’ordinario, ma affrontando di petto la questione del terrorismo arabo e dell’identità della Francia dopo i tragici fatti di Charlie Hebdo.

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In questa ridda di pensieri, riflessioni, aneddoti e digressioni, lo spettro dei fumettisti assassinati nell’attacco alla redazione del giornale satirico francese è una presenza costante, che esplode e fa vacillare il senso stesso del monologo di Sfar, ché cozza inesorabilmente tra i poli antitetici dell’etica e della realtà. L’attentato di Parigi del 13 Novembre scorso, poi, nella sua incomprensibile violenza, esaspera e irretisce il discorso di Sfar, lo fa collassare e nel contempo lo amplifica, sino allo sfinimento del profeta che si lamenta dell’ingiustizia divina.

Vi è la lunga tradizione delle lamentazioni ebraiche in questo quaderno: da un lato Sfar – uomo vessato dalla vita, ma ottimista, nonostante tutto – sfida il senso stesso della fede, dall’altro inciampa nelle contraddizioni e combatte contro la realtà. Sonda tanto le fondamenta del laicismo richiamando la Francia a non abbattersi (“Fluctuat nec mergitur, come ricordava nelle pagine disegnate a ridosso dell’attentato al Bataclan), quanto la validità della tradizione. Nella schizofrenia propria dell’uomo contemporaneo, la scrittura di Sfar, pertanto, si fa traccia di una storia e di un’identità, ma non di una rassegnazione.

Nato da madre aschkenazita, portatrice di un’idea ormai secolarizzata di ebraismo e da un padre ebreo-algerino, legato alla preghiera e alla tradizione, Sfar quarantenne ma ancora orfano, cerca una sua peculiare identità francese nell’assenza. Ma, se combatte e comprende l’assenza genitoriale, un vuoto che fonda e dà sostanza alla sua esistenza, rigetta e offende l’assenza divina: rifiuta, esplicitamente il Dio silenzioso della tradizione rabbinica, quello propugnato da Levinas e da quanti da Pascal in poi devono far i conti sul suolo francese e non con l’idea del Deus Absconditus e con il mysterium iniquitatis.

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Certo, Sfar non è un filosofo, e aggiungerei per fortuna, perché evita così di arrovellarsi e sfinirsi in questioni teoretiche fini a se stesse, spesso semplici glosse a margine dei testi. Parte, invece e a ragione, dal dato concreto, dall’esistenza, da quanto accade e ci accade, dalla Storia e dalle nostre azioni quotidiane. Non si aspettino i lettori di trovarsi al cospetto di un libro malinconico e umbratile: c’è lo Sfar icastico e ironico, così come quello vulnerabile e deflesso. Essenzialmente, c’è l’uomo più che l’autore. Quello che illumina questi scritti è il contrasto tra le idee e i sentimenti, che rendono impervia, ma anche avventurosa la lettura.

Come dicevamo in apertura, la descrizione di questi diari non è semplice. In essi analisi politica, memoriale, confessione, fumetto, discettazione filosofica e sociale si susseguono a disegnare qualcosa di vivo e magmatico. Ci chiamano in causa in prima persona a esprimere la nostra opinione, a controbattere e, nel caso, criticare quanto detto da Sfar, che pure ripone estrema fiducia nel lettore, ipocrita forse, ma solidale e amico, poiché «il miracolo del lettore è che quando parenti e amici non ne possono più di starti a sentire, lui paga per leggerti».

Certo, l’autore si scusa apertamente, sapendo che le sue ossessioni – ritornando a galla allo stato onirico e messe a nudo su carta – diventano ridondanti e quasi patetiche. Sfar corre il rischio di apparire noioso e logorroico, perché questi diari servono prima a se stesso, in quanto costituiscono una specie terapia: il disegno, spesso costretto e messo in minorità dalla parola, diviene cura, quando riesce a prendere forma. Dinanzi allo scandalo della morte violenta, del male e dell’insensatezza, il disegno evoca e si fa incanto. Anche nei corpi deformati delle donne, Sfar parla di se stesso, si fa dialogo e domanda di senso.

Combattuto tra la difesa del laicismo e una cauta riflessione sui limiti dell’esercizio della satira – di cui ampiamente avevamo discusso in questa sede – lancia un importante monito:«Attenti ad avere il cuore puro». La purezza del cuore che si esercita e fa esercizio di sé dietro la matita, rompendo il silenzio del foglio bianco, passa attraverso il sottile discrimine tra il ‘ridere con’ e il ‘ridere di’. Nella prima modalità, la satira diviene dialogo e comunione, accettazione della diversità e testimonianza. E Sfar sa di dover farsi testimone, pur avendo ormai maturato un distacco e un disincanto verso la tradizione ebraica.

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Il filosofo francese Bernard-Henry Lévy, riflettendo sull’importanza di indossare la kippah, scrive in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera del 22 Gennaio scorso:

«Ciò che la kippah separa è, da un lato, il corpo del Soggetto e dall’altro, il cielo che egli non raggiunge e la terra che egli abita…il fatto di portare la kippah, poiché è la prova…di una delimitazione di sé….dice insomma che il mondo non è un’enorme massa dove si mescolerebbero in una pigra unità le cose di quaggiù, i nomi dell’Altissimo e il sé che li esamina […] desidero ricordare come in tutto questo ci sia un’avventura singolare, propria a ciascuno, che è una odissea dello spirito quanto della carne e del corpo e di cui gli agenti della moderna condanna a morte del tempo non hanno più la minima idea. Lasciamo in pace i francesi che portano la kippah».

Pur disconoscendo qualsiasi deriva chassidica, Sfar è convinto che nella difesa del laicismo vada contemperato il riconoscimento della differenza. Ma tutto ciò non in maniera assoluta. Contro l’antisemitismo, Sfar alza la voce e si commuove dinanzi alla fragilità dei Lubavitch, gli ebrei ortodossi, in cui intravede una forma pura di coraggio, una testimonianza incosciente di attaccamento al mondo. Una gioia che appare, paradossalmente, inadatta al mondo, perché c’è bisogno di qualcuno che li protegga, una figura paterna che li regga quando cadono, mentre danzano inermi nel centro della Sinagoga, stretti nei loro caffettani scuri.

L’incapacità della Francia, a cui Sfar fa continuamente appello, a difendere i figli ebraici, è una questione cruciale dei cahiers. La difesa di un piccolo pezzo di stoffa: qua si gioca anche e soprattutto il futuro. Perché, è «nella vita segreta dei giovani» che si gioca la partita. Dice Sfar: «Cos’hanno in comune gli aggressori? una sintassi traballante e atteggiamenti da uomini delle caverne. Sono sicuro che le SA tedesche…esprimevano il loro odio in modo altrettanto ridicolo: togliete l’istruzione e restano gli uomini delle caverne, qualunque sia la loro razza e la loro religione». E la contraddizione di Sfar sorge quando dinanzi al niqab non riconosce più l’umano: ribaltando e rafforzando quel Levinas in cui lo stesso Sfar non vuole riconoscersi, un volto nascosto dietro un velo mette a tacere la nostra naturale tendenza al riconoscimento dell’altro come assillo morale: nel volto d’altri è scritto il comandamento «Tu non ucciderai». Eppure, è proprio l’altro nella sua differenza disconosciuta a contravvenire all’unica fondamentale legge naturale iscritta sull’incidenza del volto.

Sono questi movimenti interni, questi scarti, questo stridere che rende interessante la lettura dei cahiers. Il pugno alzato verso il cielo che attesta l’inutilità di un’idea come quella di Dio e nel contempo continua ostinatamente a reclamare una giustizia paterna, un abbraccio, che non arriva e che Sfar rintraccia in una parola benevola, in una bella frase, vergata o pronunciata da un amico: l’unica presenza, nel nostro essere orfani e gettati in un mondo estraneo, che può salvarci dal baratro e dal nulla, che può salvare il futuro dall’odio.

«Diceva Romain Gary che il naso di un cane affettuoso può evitare il suicidio. Non avendo un cane, mi tocca contare sugli amici».

Caro Joann, conta anche sui tuoi lettori.

Se Dio esiste
di Joann Sfar
Rizzoli Lizard, 2016
221 pagine, 18,00 €

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