Focus Profili Angelo Stano e la sfida di Tex

Angelo Stano e la sfida di Tex [Intervista]

Il 24 febbraio arriverà in edicola la terza uscita della collana Tex Romanzi a fumetti, inaugurata esattamente un anno fa da Paolo Eleuteri Serpieri e poi proseguita in autunno da Mario Alberti (insieme a Mauro Boselli). La caratteristica di questa collana è quella di presentare storie autoconclusive in un formato inusuale per l’eroe di casa Bonelli, il cartonato alla francese, che lascia molto più spazio alla creatività dei disegnatori, veri protagonisti della pubblicazione.

Così, dopo Serpieri e Alberti, non avrebbe potuto non esserci un altro grande nome come quello di Angelo Stano, colui che nel 1986 disegnò la prima storia di Dylan Dog e che ha legato sempre più il suo nome a quello dell’Indagatore dell’Incubo, di cui ha realizzato tutte le copertine della serie regolare a partire dal n. 42 e numerose avventure. Nel 2015 è uscito un suo albo a colori per Le Storie, “Mohawk River”, un western atipico sceneggiato da Mauro Boselli, in cui si è messo in gioco come illustratore a tutto tondo.

Se le ambientazioni di “Mohawk River” erano fredde e innevate, per il suo esordio su Tex invece a fare da sfondo c’è un deserto acceso e assolato, il Painted Desert del titolo dell’albo, ancora una volta sceneggiato da Boselli, e sul quale abbiamo rivolto alcune domande a Stano, in vista dell’esordio in edicola.

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Qual è stato il tuo approccio a un personaggio così iconico come Tex?

Tex è un monumento del fumetto italiano e come tale ti mette una certa soggezione. Pertanto se ti confronti con lui, lo devi fare con la massima cautela e il rispetto che si deve a un personaggio che ha segnato un’epoca e più generazioni di lettori.

Hai guardato in modo particolare a qualche disegnatore di Tex del passato o del presente?

Giovanni Ticci degli anni di “Sulle piste del Nord” ha donato a Tex una solidità e una dinamicità che da ragazzo mi aveva davvero impressionato. Claudio Villa oggi gli conferisce una monumentalità ed epicità impareggiabile. Sono loro quelli a cui ho guardato di più.

Le storie di Tex spaziano tra diversi tipi di scenari, dato che le sue avventure avvengono in Alaska così come in Messico. Hai concordato con Boselli un’ambientazione preferita o la scelta è stata casuale?

No, la scelta è esclusivamente di Mauro Boselli.

Rispetto a Dylan Dog, con i suoi scenari solitamente urbani e oscuri, in Tex, così come in “Mohawk River”, ci sono paesaggi naturali forse oggi più estranei al lettore tipo. Come cambia secondo te la funzione del paesaggio tra Dylan Dog e Tex e che uso ne hai voluto fare in questa storia? A me è sembrato che abbia un funzione fortemente descrittiva, e non tanto un modo per creare atmosfera (o più semplicemente per riempire le tavole).

Hai ragione. In Dylan Dog il paesaggio è funzionale al racconto ma è più un’estensione dell’anima del personaggio che un’elemento reale, mentre Painted Desert è una zona desertica dell’Arizona caratterizzata da un paesaggio molto pittoresco e non fa da semplice cornice alla storia, ma svolge un ruolo attivo divenendo un elemento importante della stessa.

Immagino che una delle difficoltà nel disegnare Dylan Dog sia di trasmettere visivamente sensazioni come orrore, paura, disagio, sgomento… in questa storia di Tex invece cosa hai cercato di trasmettere?

L’impianto della storia è decisamente in linea con l’epica della classica avventura western con fuorilegge, rapine, fughe, inseguimenti e tradimenti. Non manca un’incursione nelle leggende della mitologia indiana. L’approccio non poteva che privilegiare l’azione a tutto campo con inquadrature tipicamente cinematografiche.

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Quali aspetti hai trovato stimolanti nel confrontarti col genere e quali più difficoltosi?

L’elemento fondante di una storia di Tex è “l’Avventura”, quella che ha segnato tutta la mia infanzia attraverso il cinema western americano e non solo, ed è anche ciò che più mi intriga in una storia, indipendentemente dal genere. Poi c’è l’attenzione alla caratterizzazione dei personaggi, fondamentali per rendere interessante la narrazione e non ultimo lo scenario che, come dicevo, qui svolge un ruolo di primo piano. La difficoltà maggiore è nella complessità degli elementi costitutivi dell’immaginario del West. Occorre prestare molta attenzione alla ricostruzione storica di tutto ciò che si rappresenta attraverso una meticolosa documentazione.

Ti sei trovato a tuo agio con le tavole più grandi della storia e una griglia più alla “francese”?

Certamente. La formula editoriale in albo di grande formato, articolato su quattro strisce e un numero maggiore di vignette di ampiezza variabile, è ottimale per privilegiare le inquadrature che possono spaziare tra ampie panoramiche e dettagli con maggiore libertà compositive rispetto a una griglia del classico albo bonelliano. Inoltre il colore qui svolge un ruolo di importanza fondamentale.

A proposito del colore, l’impressione è che, rispetto al recente “Mohawk River”, tu abbia optato per delle tonalità più calde. È dovuto solo alla diversa ambientazione?

Il paesaggio infuocato del deserto non poteva che essere rappresentato da una tavolozza di colori caldi e la maggiore luminosità possibile.

Pensi che il tuo bianco e nero sarebbe stato altrettanto adatto per una storia di Tex, o avresti dovuto operare degli accorgimenti?

Direi che il bianco e nero in questo caso sarebbe stato più descrittivo del solito. Tendenzialmente i neri netti si adattano maggiormente a storie cupe come quelle di Dylan e meno a una storia western.

Ti sei divertito a realizzare una storia di Tex? Ti rivedremo sul personaggio, in futuro?

E’ stata una sfida importante e ne sono soddisfatto. Ora però sono alle prese con un nuovo racconto per la collana Le Storie che si aggancia all’episodio di “Mohawk River”, riprendendone il filo narrativo. Poi c’è Dylan che mi aspetta con una certa impazienza. Chi vivrà vedrà.

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