‘L’estate diabolika’, un gioco letterario fra passato e presente

Thierry Smolderen – noto come uno massimi esperti mondiali della Nona Arte – si è saputo costruire negli anni una discreta credibilità come sceneggiatore. Grazie al connubio artistico con il giovane Alexandre Clérisse si è ritagliato un’identità ben precisa, che ha fatto dell’omaggio e della citazione il tratto caratteristico. Clérisse ben asseconda la passione dello scrittore per il passato, grazie ad uno stile al tempo sintetico e prezioso, sapientemente attento a dosare carattere e dovizia di particolari, ponendosi in una via media che cattura l’essenzialità del segno grafico degli anni Cinquanta e Sessanta e la dinamicità del tratto cartoonesco à la francese. Già rodati con il piacevole Souvenir dell’Impero dell’Atomo, dominato da una nostalgia per il futuro che si faceva gioco meta-narrativo e rompicapo narrativo, la coppia ritorna in libreria con un volume dall’eloquente titolo: L’estate diabolika (Bao Publishing).

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Ambientato sulla riviera francese nell’estate del ’67, il volume affronta due intense giornate piene di avvenimenti misteriosi che sconvolgono al vita del giovane Antoine, giovane promessa del tennis infatuato delle lingue classiche. Ispirato alla letteratura pulp e noir degli anni Sessanta e Settanta, Smolderen imbastisce una trama fatta di giochi di specchi e personaggi ambigui e sfuggenti, in un gioco a rimpiattino con il lettore. Il tono, nonostante l’approccio noir, ha un che di giocoso: Smolderen ha un approccio mellifluo, concedendo ampi spazi alla commedia, attardandosi sui patemi amorosi del giovane protagonista e incastonando qui e là riferimenti alla creatura delle sorelle Giussani.

L’estate diabolika è un romanzo di formazione mancata: mostra il dibattersi furioso di Antoine con il suo passato attraverso la pagina scritta, in un memoriale che caracolla a destra e a manca cercando di dare un senso a quanto accaduto, ma soprattutto a quanto si è diventati. E le parti mancanti sembrano essere riempite non tanto dai tasselli della memoria personale, ma da quella collettiva: in cui si rifrangono figure archetipiche e sotterranee. Ecco il perché del palesarsi della polverosa figura in maschera di Diabolik, certo più vicina a quella immortalata da Mario Bava nel ’68 che a quella delle sorelle Giussani.

Tuttavia, questo viaggio a ritroso ha come arrivo l’adolescenza, visto come luogo dissolutivo e antagonista per eccellenza. Una sede ideale, per portare alla luce la stretta connessione tra il proibito e la sua stessa “mercificazione”, all’interno di uno dei momenti storici cruciali del secolo scorso, quei tardi anni Sessanta in cui la categoria dei “giovani” irrompe definitivamente nel mercato, diventando il soggetto principe del consumo, da quello musicale a quello sessuale. Non è un caso che i “giornaletti” – si pensi all’esperienza della EC Comics – diventano il luogo dove fare esperienza del proibito e dell’alterità: laddove esorcizzando le paure collettive, legate all’attualità, queste si incarnano – o sarebbe dire meglio “si incartano” – nelle figure del macabro e dell’orrore che popolano la cellulosa scadente delle riviste per ragazzi.

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Ma quelle stesse riviste spesso strabordavano di soluzioni grafiche e narrative insolite, coraggiose, eccentriche. Quasi incuranti di qualsiasi limite, e in maniera famelica, queste suggestioni cannibalizzavano tutto, costruendo un rococò psichedelico dalla forza magnetica per i giovani lettori. Ecco che allora, L’estate diabolika assume un senso che va al di là della sua consumazione narrativa. Non è solo un romanzo grafico da leggere – anzi forse la capacità di intrattenere il lettore è blanda, quasi nulla per certi versi – ma è soprattutto un gioco letterario.

E qua ne va di ogni possibile critica all’opera di Smolderen e Clérisse: perché da un lato, ci si sente presi in giro da una storia “telefonata” e il cui gioco di rifrazioni tra passato e presente è poco più che un’espediente narrativo; dall’altro, invece, il tuffarsi bulimico di Clérisse in un’estetica retrò popolata da innumerevoli spettri (dal primo Druillet ai cartoni animati – della UPA, più che dello studio Hanna-Barbera – passando per J.C. Forest e i cromatismi lisergici di Peellaert con la sua Jodelle o i suoi diamond dogs; e i riferimenti puntuali alla pittura di David Hockney etc etc) diventa nel sovraccarico barocco il valore aggiunto.

In queste tavole, non c’è più soluzione di continuità. Tutto salta: tutto è passato e presente, allo stesso tempo. E chiuso il volume, lo si riapre per leggere tra i margini e a margine dei segni, più che delle parole.

L’estate diabolika
di Thierry Smolderen e Alexandre Clérisse

Bao Publishing, 2016
168 pagine, 22,00 €