L’impossibilità di raccontare Michael Jordan meglio di Nike

Un problema di metodo

Il 20 aprile del 1986, dopo una partita vinta da Boston in doppio over-time 135-131, Larry Bird, portatore di soprannomi quali Larry Legend e Basketball Jesus, cintura nera decimo dan di trash talking – non esattamente il re dell’endorsement – pronuncia la seguente frase:

Non pensavo esistesse qualcuno capace di fare quello che Michael ha fatto contro di noi. È il più esaltante e fantastico giocatore attualmente in circolazione. Penso che in realtà sia Dio travestito da Michael Jordan.

Potevo elencare i punti fatti, le convocazioni agli All-Star Game, i premi di MVP e miglior difensore, l’inserimento nei quintetti ideali di fine stagione. I 6 anelli. Perfino i 230 milioni di dollari fatti da Space Jam (e l’aver recitato con Bill Murray). È un punto come un altro – al di là della prontezza retorica di Bird nello scegliere un adynaton per commentare la prestazione di un tuo avversario dopo che hai appena finito due tempi supplementari di una gara di play-off – per introdurre il più grande problema quando si racconta Michael Jordan: che senso ha raccontarlo?

michael jordan biografia fumetti

Paradossalmente, non è il racconto di un’esistenza bigger than life, perché di vita vera non ha niente. Quando pensate a Jordan, cosa pensate? Vincente. Infallibile. No, sul serio, MJ ha mai fallito? Un sacco di volte, a dir la verità. È lui stesso a ricordarcelo in una celebre pubblicità della Nike. Eppure, quando pensate a MJ, ve lo ricordate mai che si becca una schiacciata in testa? Che non mette un tiro decisivo nel clutch-time, che spadella?

La narrativa intorno a Jordan è semplice e noiosa: GOAT. Dal tiro negli ultimi secondi con cui fa vincere a North Carolina il campionato NCAA del 1982 a quello di Salt Lake City del 1998, la carriera di Jordan non è nient’altro che un grosso climax, una passeggiata verso il ruolo di sportivo più famoso di sempre.

Ma è davvero così?

La risposta è no. È un problema, appunto, di narrativa. Quella cosa che fa dire alla gente che l’Italia vince i Mondiali quando ci sono gli scandali perché rafforza l’unione del gruppo, che il Milan si esalta(va) nelle notti di Champions o che vi fa bollare per sempre come ritardatari dai vostri prof perché avete fatto tre ritardi nel primo mese di scuola in prima liceo. Non importa che l’Italia (o il Milan) vincano perché hanno giocato semplicemente meglio (sorpresa!) o che poi non abbiate mai più fatto ritardi nella vostra vita. Quella è la storia che si racconta quando si parla di quell’argomento: la percezione collettiva.

Come scriveva Zach Lowe su Grantland (RIP) qualche mese fa, l’NBA è fondata sulle narrative, e quasi sempre la loro forma è determinata dal numero di anelli vinti. È nel 1991, col primo titolo vinto contro i Lakers, che viene posto il primo mattone della narrativa di Jordan come infallibile competitore, una narrativa poi definitivamente sancita col tiro di Salt Lake City nel 1998.

Da quel momento in poi, è sparita ogni traccia di ostacolo dalla carriera di Jordan. Cancellati in un solo colpo le scoppole prese da Detroit, la morte violenta del padre, un probabile silent ban per una storiaccia di scommesse e gioco d’azzardo, una fallita incursione nel baseball professionistico (tenetela lì, fra poco ci torniamo) e i fallimenti come dirigente sportivo (KWAME BROWN) e proprietario di franchigia.

Quando si racconta MJ, l’agiografia sembra l’unica via. Perfino uno dei migliori narratori sportivi, Federico Buffa, non è riuscito a scappare da questo destino quando ha deciso di raccontare MJ, finendo per raccontare soltanto di una sequela fatale di successi.

https://www.youtube.com/watch?v=CGXiZZbiX8s

Un modo di raccontare Jordan

Il 24 agosto 2010, nella serie di documentari sportivi 30×30 (prodotti e trasmessi da ESPN), negli Stati Uniti va in onda Jordan Rides the Bus. Diretto da Ron Shelton, è il racconto della breve (e fallimentare) esperienza di Michael Jordan come giocatore di baseball. Si parte dall’estate 1993, con il primo ritiro di Jordan all’indomani del terzo titolo NBA vinto con Chicago, e si finisce con la celebre conferenza stampa in cui con un semplice ‘I’m back’ MJ annuncia il suo ritorno al basket. In mezzo, il sangue, la fatica, le lacrime e il sudore di Jordan.

https://www.youtube.com/watch?v=yJ3qNW3PrgU

Shelton sceglie di concentrarsi su un aspetto poco approfondito della vita (sportiva) di Jordan – spesso derubricato come ‘colpo di testa dovuto alla morte del padre’ – e mette in mostra un Jordan finalmente umano e fallibile. Michael col fiatone, Michael sudato che si allena con scarsi risultati, Michael sconsolato dopo una delle tante pessime prestazioni, Michael messo all’angolo dai cronisti in spogliatoio e circondato dallo scetticismo (se non dalla derisione) della gente e dei tifosi.

Ed è proprio questo l’aspetto intrigante del documentario. Non il sentimento hipsteristico ‘il mio Jordan preferito è quello che non conosce nessuno’, né il gretto piacere di vedere un dio nel fango. Jordan Rides the Bus racconta la stessa storia che vi raccontano sempre su MJ. In realtà è lo stesso Michael di sempre, soltanto come se lo stessimo osservando attraverso un negativo fotografico. Il Jordan che conosciamo è lì, solo che, una volta tanto, viene scelta la strada del fallimento per raccontarci che uomo è: il rapporto con il padre, l’infinita voglia di competere ed essere il migliore, la sua dimensione di icona mediatica globale.

Icone a confronto

Nonostante quello che ha provato a farvi credere il Don Draper della Nike (non assistito dalla fortuna: l’ammirazione del padre di Cristiano Ronaldo per Ronald Reagan ha portato l’altro Ronaldo a vedere il suo nome usurpato da un calciatore altrettanto forte e forse finanche più mediatico), esiste un solo giocatore di calcio capace di rivaleggiare a livello di sovrapposizione metonimica fra persona e sport: Diego Armando Maradona.

maradona-mano
“La Mano de Dios”

A parte questo però, i due non potrebbero essere più agli antipodi di così: Maradona vs Jordan è lo scontro fra dionisiaco e apollineo. Maradona è un dio pagano come quelli greci, un umano alla seconda, con gli stessi vizi e le stesse virtù degli uomini; Jordan è un dio monoteista: rigoroso e infallibile. Esiste un solo modo di raccontare Jordan, mille per raccontare Maradona (pensate alla schizofrenia di Argentina-Inghilterra al Mondiale del 1986, quando nel giro di 5 minuti Maradona ha segnato il gol più infame e quello più bello di sempre). La rappresentazione su un piano cartesiano della vita di Maradona è y=sin (x), quella di Jordan y=mx. Michael è stato il giocatore più forte della squadra più forte che sia mai stata assemblata, il Dream Team, con la quale ha rifilato 43.8 punti di media agli avversari all’Olimpiade di Barcellona del 1992; Maradona ha guidato una delle rappresentative di calcio dell’Argentina meno talentuose di sempre a vincere il Mondiale ’86 in Messico, segnando due gol leggendari all’Inghilterra (avete mai provato a chiamare le Malvinas ‘Falklands’ davanti a un argentino? Non lo fate, se ci tenete alla sua amicizia).

Anche Maradona ha avuto un fumetto a lui dedicato, Maradona (BeccoGiallo) di Paolo Castaldi. Il libro, pur con alcuni limiti (troppa retorica ‘eroe Maradona dei poveri’, poco approfonditi i lati oscuri della sua vita), rappresenta quello che la bio a fumetti su Jordan scritta e disegnata da Santiago avrebbe dovuto essere e invece non è: un dialogo dell’autore con la persona e col personaggio e un catalizzatore per raccontare altre storie, quella di un’epica collettiva condivisa e quelle personali e affettive.

L’ennesima voce del peana

Alla luce di tutto questo, il fumetto di Santiago è colpevole di una cosa ancora più grave che essere brutto: è irrilevante. Non racconta la storia sconosciuta dell’unsung hero né è capace di prendere da una nuova prospettiva una storia nota. Si rivela piuttosto una debole sequela di momenti sportivi dal periodo più vincente di Jordan, inframmezzati da anonime istantanee dalla sua vita di ragazzo e da un’inutile storia di cornice (che vorrebbe raccontare – senza riuscirci – l’impatto di MJ sulla vita di un adolescente qualunque). Questa biografia non è nient’altro che un’altra voce nel coro del peana, l’ennesima secchiata nel mare della letteratura evangelica su MJ.

Ciò su cui invece il libro eccelle è la resa disegnata di tutta la potenza sprigionata da Jordan sui campi di basket: i suoi salti sopra il canestro, le sue schiacciate, la sua straripante fisicità, i muscoli tesi, le smorfie nel pieno dello sforzo. Allo stesso modo sono felici alcune scelte grafiche come quella di rappresentare Laimbeer come un mostro ritardato da scatenare contro i Bulls, o il Jordan versione cyborg negli spogliatoi dopo gara 3 delle Finals NBA 1991.

Era il 1985 quando andò in onda negli Stati Uniti il primo spot delle Air Jordan con protagonista MJ. A oggi possiamo dire che nessuno ha ancora saputo creare una narrativa diversa da quella raccontata da Nike in questi ultimi trent’anni.

Air Jordan 1
Le Air Jordan I, prima versione di un brand di scarpe che nel 2014 negli Stati Uniti possedeva una quota del 58% in un mercato, quello delle scarpe da basket, del valore di 4,2 miliardi di dollari