Il grande romanzo americano, secondo Bilotta: “La terra dei vigliacchi”

Alessandro Bilotta, sceneggiatore di La terra dei vigliacchi, è tra gli autori che in questi primi tre anni e mezzo di vita editoriale della collana Le Storie di Sergio Bonelli Editore meglio ne hanno animato le pagine. Bilotta, come dimostra questo albo, è infatti scrittore dotato di una nitida voce autoriale, che riesce a declinare nei confini della scrittura bonelliana pur mantenendo una propria brillantezza.

Incarnando lo spirito stesso della collana, il suo è stato finora una sorta di tour tra i generi e le ambientazioni, che gli è valso anche un Premio Micheluzzi come Miglior Sceneggiatore nel 2014, per Nobody (Le Storie n. 10) e che prosegue con La terra dei vigliacchi, l’albo in edicola in questi giorni, le cui vicende si svolgono in California tra il 1918 e il 1939.

La terra dei vigliacchi

A chi si soffermasse solo sulle prime pagine, La terra dei vigliacchi potrebbe sembrare un classico noir americano: un detective, un duro che sa sempre quello che fa, viene inviato in una piccola città – probabilmente per una punizione disciplinare – a indagare sull’omicidio di una ragazzina. Con l’avanzare della lettura, in realtà, diventa chiaro quanto l’intreccio giallo sia solo il pretesto per raccontare una storia più articolata e intensa, quella di un uomo che ritorna alla propria terra ed è costretto a confrontarsi con i fantasmi del proprio passato. E così, alla fine, il vero colpo di scena non è la rivelazione dell’assassino, ma del segreto che il protagonista porta dentro di sé, e che rende esplicito il titolo.

A ben vedere, La terra dei vigliacchi è una storia che parla proprio di segreti, e in questo trova forti echi con la serie tv Twin Peaks di David Lynch (da noi significativamente intitolata I segreti di Twin Peaks): la ragazza uccisa con la sua vita mondana sconosciuta dai genitori, il piccolo paese della provincia americana che sembra nascondere misteri dietro ogni porta, il detective che arriva da fuori a indagare… questo e altro che non rivelo, sia per evitare una cruda lista di ingredienti narrativi, sia per non rovinare troppo la lettura. A differenza del racconto di Lynch, però, quello di Bilotta è privo di elementi onirici e sovrannaturali e lontana da tonalità grottesche, e anzi fa del suo incedere secco e asciutto uno dei suoi principali punti di forza. Ma lo scopo dello sceneggiatore sembra essere lo stesso: quello di scavare, insistentemente, nella “natura del male”, qui rappresentato in modo molto sfaccettato, fluido, penetrante.

Un male che avvolge senza che gli si possa sfuggire, perché in parte dovuto a sovrastrutture piovute dall’alto. E in questo Bilotta sembra voler richiamare Alan Moore, quando affermava: «Ritengo che il nostro ambiente ci rispecchi e noi arriviamo a rispecchiare il nostro ambiente. Se vivi in un alto e squallido caseggiato, se vivi in un cumulo di merda, alla fine forse finirai per assomigliargli: nel subconscio ti senti una merda. Se vivi in una trappola per ratti, forse penserai di essere un ratto e probabilmente modificherai di conseguenza il tuo comportamento» (da Alan Moore. Biografia, testi, fotografie di Lance Parkin, Black Velvet Editrice, 2002, traduzione di Omar Martini e smoky man). Così, nella calda atmosfera nostalgica della storia, mentre lui riscopre il suo luogo di origine, noi scopriamo pagina dopo pagina qualcosa di più del protagonista, aiutati dal perfetto parallelo tra passato (1918) e presente (1939). Fino alla completa caduta della sua maschera.

La terra dei vigliacchi

A fare da buon complemento alla storia, ci sono le matite naturalistiche di Pietro Vitrano (disegnatore del già citato Nobody), che con il loro pesante tratteggio – non sempre armonioso, e a volte eccessivamente caricato – mettono in risalto la cupezza e l’angoscia delle vicende e offrono realistici ambienti rurali, polverosi e in fermento, come ben si addice a uno scenario a metà strada tra il western e il mondo moderno. Il disegnatore, inoltre, si concentra molto nella caratterizzazione attoriale dei personaggi, tutti dotati di volti consumati e vissuti e perfettamente riconoscibili nei loro tratti. Un aspetto non secondario, in questo caso più che in altri, considerato che la storia scorre su due linee temporali parallele, con gli stessi personaggi rappresentati in età diverse.

La terra dei vigliacchi è allora un prodotto senza dubbio made in Bonelli nella cadenza e nel linguaggio grafico, ma i cui toni sono piuttosto lontani dal classico registro avventuroso bonelliano, vista l’assenza di un vero (anti)eroe e la posizione di secondo piano in cui viene relegata la trama investigativa. La sorpresa principale, in questa lettura, è il clima che consente di respirare: un’epopea psicologica che trova maggiore affinità con la grande narrativa romanzesca americana del Novecento, e non a caso, la storia si chiude con una citazione da Chiedi alla polvere di John Fante.

Un’impostazione narrativa che potrebbe suonare bizzarra, forse, per qualche lettore bonelliano “duro e puro”, ma che per la casa editrice non è di certo una novità – basti pensare a diversi episodi della saga di Ken Parker – e che serve a ribadire come, al di là di quadricromie, monocromie, copertine fosforescenti, oggi come ieri, quel che fa la differenza anche nella più classica narrazione popolare sono le storie – le buone storie.

Le Storie n. 42: La terra dei vigliacchi
di Alessandro Bilotta e Pietro Vitrano
Sergio Bonelli Editore, 2016
brossurato, 112 pp., bianco e nero
3,80 €

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