Recensioni MPH di Mark Millar, o i supereroi ai tempi della Grande Recessione

MPH di Mark Millar, o i supereroi ai tempi della Grande Recessione

L’idea che sta alla base di lavori creator-owned di Mark Millar – il Millarworld – è molto semplice. In sostanza, l’autore scozzese prende un archetipo del fumetto mainstream americano, come un personaggio, un tipo di ambientazione, o un modello narrativo, lo affida a un disegnatore capace, e aggiunge riferimenti pop. E poi vende l’opzione a Hollywood.

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D’accordo, sono stato riduttivo (ma efficace, no?). Con  questo modello, però, possiamo inquadrare almeno sommariamente Nemesis come una rilettura di Batman, Starlight come un omaggio alla fantascienza classica, e Kick-Ass come una variazione sul tema ‘supereroi nel mondo reale’. I risultati sono altalenanti, ma in linea generale le storie sono comunque godibili, spesso spiritose, confezionate da uno sceneggiatore che è in grado di capire e prevedere le tendenze. Poco tempo fa, ad esempio, avevamo tessuto le lodi – nei limiti, diciamo – di Jupiter’s Legacy, che grazie anche (o soprattutto?) alle capacità di Frank Quitely si è rivelata una piacevole rilettura dei motivi utopici nel fumetto supereroico. Peccato non poter fare lo stesso con MPH.

Serializzata tra 2014 e 2015, e disegnata dal britannico Duncan Fegredo (noto ai più per il lavoro su Hellboy), MPH è un chiaro omaggio a una specifica declinazione del supereroe, ossia il ‘velocista’ (in inglese speedster), il cui più celebre esempio è il lo scarlatto Flash. Prendendo così le mosse dal sempreverde eroe di casa DC, la vicenda narrata in MPH assume una marcata vocazione contemporaneista, nonché una specifica vena sociale e politica.

La vicenda ruota intorno infatti a quattro giovani misfits di Detroit, più o meno invischiati nel mondo criminale, e alla loro scoperta di una droga sintetica (la MPH del titolo) in grado di fornire una super-velocità. I problemi narrativi di MPH iniziano fin dall’acquisizione del superpotere, che è tratteggiato in maniera abbastanza confusa. Non è molto chiaro infatti come funzioni la droga, né quali siano gli effetti precisi – e non basta farci scherzare sopra i personaggi per ovviare a quella che è un’evidente pigrizia compositiva: «There’s one thing I don’t understand: how can we still hear each other if we’re faster than the speed of sound? Do these pills make us telepathic?» «Dude, how the hell should I know? Just sit back and enjoy the ride».

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Ai lettori più scafati, però, non sarà facile “sit back and enjoy the ride”. La breve vicenda raccontata è infatti appesantita da forzature, e da caratterizzazioni dei personaggi davvero poco convincenti, specialmente nelle battute finali. [SPOILER: Ad esempio, la conclusione della storyline di Baseball, e delle modalità in cui il ragazzino riesce ad arricchirsi, sono davvero ridicole. Non aiuta un plot-twist telefonatissimo, che conduce a un finale davvero troppo conciliatorio. FINE SPOILER].

È evidente che, almeno nell’intento autoriale, MPH voglia esplicitare il legame tra declino socioeconomico e nascita della narrativa supereroica. Da un punto di vista storico, la concezione per cui i supereroi della Golden Age possano essere interpretati, nelle parole di Grant Morrison, come «bold humanist response to Depression-era fears of runaway scientific advance and soulless industrialism» (dal suo Supergods, 2012, p.6). In maniera non dissimile da quanto fatto – con maggior sottigliezza – in Jupiter’s Legacy, Millar vuole immaginare quali forme di supereroismo possano scaturire dalla Grande Recessione del 2008, nello specifico in un contesto problematico come Detroit. E, soprattutto, di utilizzare questo genere come strumento di “denuncia sociale”, per parlare delle condizioni delle persone a) povere e b) di colore ai tempi della crisi – magari con il sostegno ideale di un rappresentante famoso (dei neri, non dei poveri) come Barack Obama.

Il problema è che, nel suo riferimento alla Golden Age, MPH fatica a discostarsi dalle ingenuità narrative che hanno caratterizzato gli albori del fumetto e, per estensione, della fantascienza. Secondo Millar, quindi, il ravvedimento morale di un supertizio povero e nero (il passaggio da grande potere a grande responsabilità, quindi) passa attraverso la lettura del Capitale di Marx, e nell’adozione di un moralismo populista, didascalico e condiscendente che neanche in un’utopia di H.G. Wells.

Tutto questo potrebbe essere trascurabile (nel complesso le opere di Millar sono, a livelli diversi, “ingenue”) se MPH non fosse anche ideologicamente sospetto, nella sottile ma evidente operazione di whitewashing cui sottopone il protagonista. Infatti il giovane Roscoe, apparentemente afroamericano, ha perso qualche tonalità di colore nel passaggio dai materiali promozionali alla pagina definitiva, come sottolineato anche dal sito americano Bleeding Cool. È cioè passato dall’essere palesemente “nero” a una sfumatura rosacea ed indistinguibile dai personaggi caratterizzati come “bianchi”. Ricorda un po’ le polemiche in merito alla rappresentazione della cantante Beyoncé all’interno della pubblicità americana, dove viene spesso photoshoppata e schiarita di un paio di hues.

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Tornando a MPH, non riesco proprio ad immaginarmi perché Millar e/o Fegredo abbiano optato per la diluizione cromatica. Possiamo considerarli in buona fede, e pensare che abbiano deciso in extremis di trasformare Roscoe da black a (una sorta di) mulatto, per diversificare il pool razziale di MPH (ma era necessario?). Oppure possiamo optare per la cattiva fede. Avete presente Lighten Up di Ronald Wimberly? Ecco.

MPH è un lavoro minore e tutto sommato trascurabile nella carriera di Millar. La performance di Fegredo è più che dignitosa, senza picchi compositivi o virtuosismi grafici, ma in grado di inscenare quel blockbuster cafone e caciarone “che piace tanto ai giovani”. Quello che rimane a fine lettura è l’impressione di un soggetto che aveva poche carte in mano, e che la ha giocate malino. Di un fumetto che oscilla tra l’essere inutile e l’essere persino dannoso, nella rappresentazione goffa e turistica di problematiche assai complesse. Un’opera che insomma ci vuole parlare di droga, di povertà e di persone di colore, ma che forse ha paura a rappresentarle per quello che realmente sono.

MPH
di Mark Millar e Duncan Fegredo
Panini Comics, 2016
144 pag., 16,00 €

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