Le cose schifose

Se aveva ragione Walter Benjamin (e ce l’aveva) i passages di Parigi sono i luoghi chiave per capire la cultura occidentale. Il passage d’Odessa si trova nel 14° arrondissement, a due passi dalla stazione di Montparnasse.

Nel fervore del maggio ’68 un gruppo di amici invade il passage e occupa i locali di una piccola fabbrica di ventilatori dismessa e abbandonata. In pochi mesi ci attrezzano un teatro satirico, Le Café de la Gare. In questo gruppo di giovanissimi attori spiccano tra gli altri Romain Bouteille, Miou-Miou e Co- luche. Il successo sarà tale che presto i 180 posti che poteva ospitare il vecchio deposito nel passage d’Odessa non saranno più suf- ficienti e nel 1972 il teatro cambierà sede, spostandosi nel 4° arrondissement e diven- tando, con i suoi 450 posti, il teatro-café più grande di Parigi. Esiste ancora. Ma non è questa la parte della storia che ci interessa. Quello che ci riguarda succede nel triennio 69-71.

hara kiri reiser

Romain Bouteille frequentava da anni la redazione di Hara-Kiri; aveva scritto svariati articoli per il giornale di Choron e Cavanna e aveva recitato in quasi tutti i fotoromanzi che avevano realizzato. La banda di Hara-Kiri ricambiava capitando spesso agli spettacoli del Café de la Gare e, alle volte, persino finanziandoli. Charlie Hebdo in quegli anni lì vendeva quasi 80.000 copie, mentre i due mensili Hara-Kiri e Charlie superavano insieme le 100.000. Ce n’era per tutti. E si scialava.

Reiser non si perdeva una serata in cui ci fosse Miou-Miou che cantava. Diceva che ne era emozionato. Boh… se l’hai vista in Les Valseuses di Bertrand Blier, puoi capire perché. Altro che emozionare. Ora: Miou-Miou era la compagna di Coluche. Non so se tra lei, l’attore e Reiser si instaurò lo stesso rapporto che nel film matura tra Jean-Claude, Pierrot e Marie-Ange. Lo sospetto, dato lo spirito dei tempi, ma non lo so. Sta di fatto che ben presto Coluche e Reiser si legarono di un’amicizia indissolubile. Divennero praticamente fratelli. Legati anche da una fortissima comune passione per le motociclette: erano entrambi ottimi meccanici.

Quando, nel 1970, Coluche lascia il Café de la Gare per dare vita al suo Theatre Vulgaire si rivolge proprio a Jean-Marc Reiser per farsi realizzare t-shirt promozionali e il manifesto del suo primo spettacolo: Therese est triste. Reiser disegna una specie di tanghero malrasato in tuta da lavoro, praticamente il ritratto di Coluche, mentre tocca il culo a delle signore.

GROS DEGUEULASSE reiser

Fioriranno poi leggende le più disparate sul personaggio che lo ha ispirato, tipo quella del pensionato che viveva di fianco alla redazione di Hara-Kiri, ma la genesi di Gros Dégueulasse è questa. Ci vorranno ancora tre anni perché il personaggio con “il coglione sinistro più geniale della storia del fumetto” (cit.) prenda vera vita, ma è già tutto lì!

(Piccola nota polemica: Gros Dégueulasse diverrà noto in Italia, pubblicato agli inizi degli anni 80 su Linus, con il nome di Il Porcone; esempio di imperdonabile banalizzazione, ma sorvoliamo).

E arriviamo all’agosto del 1973. Sul numero in edicola di Hara-Kiri compare, a firma di Reiser, una tavola di una crudezza degna delle “peggiori” uscite di quel mensile. Nel suo tipico secco, a tratti incerto, abbacinante bianco e nero Reiser realizza un trattato di esistenzialismo che Sartre, per favore, levati. Dopo una impietosa sequenza in cui la noiosa assurdità della nostra solitudine di consumatori occidentali è ritmata dal reiterato acquisto, nello squallore di un supermercato, della stessa scatola di legumi, Gros Dégueulasse sfugge alla propria ossessione tagliandosi le vene con il coperchio dell’ultima scatoletta di legumi aperta. Questa morte ferocissima non è una fine. È un inizio. E c’è promesso tutto quello che questo personaggio sarà negli anni a venire. Quando nel 1982 Albin Michel raccoglierà in volume le storie di Gros Dégueulasse, questa finirà a chiudere il libro. Milano Libri per l’edizione italiana del 1986 non si discosterà da questa scelta. Non so se è stata una scelta dell’autore o una scelta editoriale. Spero la seconda perché è comunque una scelta sbagliata. Tutte le dissacranti situazioni a venire hanno un senso ben diverso se nascono dall’atto lucidamente estremo del suicidio per mezzo della merce, la più risibile delle merci: i fagioli in scatola. Farle invece concludere con il suicidio è un po’ come normalizzarle quali atti di un disperato. Come banalizzare Ciccione Schifoso in Porcone. Linus esiste ancora, Hara-Kiri no. Non sarà un caso.

E a me manca Reiser. Cazzo se mi manca.

*Questo articolo è originariamente apparso su Scuola di Fumetto n. 102