Mondi POP Televisione La serie tv Outcast non spaventa granché

La serie tv Outcast non spaventa granché

Roma, 19 aprile. Gran galà per la presentazione romana di Outcast, prima serie tv originale prodotta da Fox International Studios, tratta dall’omonima serie a fumetti di Robert Kirkman pubblicata in Italia da saldaPress (ne abbiamo già parlato QUI). La serata si è svolta in via della Conciliazione, a due passi dal Vaticano e dalla basilica di San Pietro. Un contrasto interessante per un prodotto incentrato su possessioni (demoniache?) e sulla perdita della fede.

outcast

All’anteprima del primo episodio, oltre agli attori principali e a due dei produttori esecutivi, c’erano anche alcuni alti dirigenti del network televisivo che hanno ribadito, casomai ce ne fosse stato bisogno, le grandi speranze risposte in questa produzione. La principale, esplicitata anche da un video promozionale in cui Rick Grimes passa il testimone a Kyle Barnes, protagonista di questa nuova serie, è che riesca a bissare il successo planetario di The Walking Dead. E i richiami alla famosa telenovela a base zombi non mancano di certo, a partire dall’ambientazione virginiana – la città in cui si svolge Outcast è la fittizia Rome – passando per la sigla, molto simile a quella della serie prodotta da Frank Darabont, fino alla palette scelta per caratterizzare fotografia e ambienti.

Le differenze sono però altrettante. Se, da una parte, un’inspiegabile invasione zombie offre lo spunto per raccontare le dinamiche interne ad un gruppo o a più gruppi di sopravvissuti, dinamiche che fin troppo spesso finiscono per soverchiare lo spunto orrorifico, dall’altra il racconto risulterà essere invece incentrato quasi esclusivamente sulla figura del protagonista.

In The Walking Dead, quindi, la forma è quella del racconto corale, la narrazione di un dramma collettivo, mentre in Outcast abbiamo un plot più classico, che ruota intorno alla figura di un uomo tormentato e perseguitato dal proprio passato. È però nella trasposizione da pagina a schermo che si possono trovare le maggiori differenze fra i due prodotti. Il Kirkman sceneggiatore di fumetti risulta essere, in entrambi i casi, completamente padrone della materia trattata. Partendo da spunti abusati – il racconto di zombie, la storia di possessione – non assume mai il ruolo del dissacratore iconoclasta, né quello del beffardo parodista. Lasciando intatta la gabbia narrativa scelta, senza rinunciare a nessuno degli elementi classici che da buon bricoleur ricombina con perizia, lavora entro i margini del genere per raccontare intense e credibili storie di uomini e donne precipitati in orribili e soverchianti drammi. Questo grazie ad una particolare sensibilità per la figura umana unita ad una certa soavità che, anche nei momenti apicali delle sue saghe, gli permette di non scadere mai nel ridicolo né di sfociare nel melodramma. Una narrazione in sordina, accompagnata da elementi forti mutuati dalla narrativa di genere che crea un mix angosciante, martellante, sordo e al tempo stesso credibile ed empatico per il lettore.

Nella trasposizione da un medium all’altro gli elementi caratteristici dello stile dello sceneggiatore che non sono andati perduti risultano in parte disinnescati.

Nel caso della trasposizione televisiva di The Walking Dead, l’approccio traspositivo adottato è stato quello che potremmo chiamare “mungi la vacca finché dà latte”. La trama del fumetto è stata stiracchiata e diluita sia in termini temporali che, conseguentemente di intensità, riducendo progressivamente il ruolo degli zombi da cui prende il titolo. Solo per fare un esempio, l’arco narrativo contenuto nei primi sei numeri del fumetto (circa 130 pagine) nella serie televisiva occupa il considerevole numero di 19 episodi distribuiti in due stagioni. Già dalla stagione successiva l’operazione cominciava a mostrare segni di cedimento. Arrivati alla quarta il quasi inevitabile processo di “telenovellizzazione” era giunto a compimento, cancellando tutto quanto c’era di buono nella pur apprezzabile operazione di adattamento per cui, legittimamente, si era parzialmente riscritto il soggetto iniziale. Una progressione di senso inverso a quella descritta da Evil Monkey parlando della tendenza esplicitata da Trees di Warren Ellis.

L’adattamento di Outcast, per quanto almeno si è potuto vedere nel pilota presentato all’anteprima romana, si configura quasi come un 1:1. Un albo, un episodio. Chi conosce già il fumetto sarà stato investito da un fastidioso effetto di ridondanza, riuscendo ad anticipare quasi tutti gli snodi narrativi e i – non molto sorprendenti – colpi di scena. Con tutta probabilità questo perfetto parallelismo verrà mitigato nel corso della serie. Se, infatti, l’adattamento televisivo della serie zombie di Kirkman arrivò ben sette anni dopo la pubblicazione del fumetto, per Outcast la Fox ha già programmato due serie di una decina di episodi l’una basandosi su di un prodotto che meno di due anni di vita e solo una quindicina di volumi alle spalle. Giocoforza la scrittura del fumetto e quella della serie tv proseguiranno parallelamente, influenzandosi reciprocamente e arrivando probabilmente a coinvolgere, come già successo in The Walking Dead, tutti i prodotti narrativi derivati (serie spin-off, videogiochi ecc.). Un esperimento di comunicazione transmediale (in parte attuato anche da prodotti similari come Games of Thrones) che sarà interessante tenere d’occhio.

outcast fumetto

Al di là di questi aspetti, però, il pilota di Outcast non è risultato essere né il prodotto innovativo né l’horror spaventoso che ha cercato di vendere. Ancora la volta la colpa ricade in parte nella scelta del media. Se nei racconti horror a tematica zombie i morti viventi raramente costituiscono il centro della narrazione mentre più spesso o sono il pretesto che innesca la trama e/o rivestono una funzione metaforica, i racconti di possessione funzionano diversamente. Il posseduto e il possessore sono i due poli della narrazione. Se è possibile innestare, sull’impianto di un’ambientazione zombie, racconti molto diversi senza grossi traumi rispetto ad una storia di sopravvivenza, ad una parodia o ad un dettagliato saggio storico, la cosa è sicuramente più difficile nel caso dei racconti di possessione. Questo perché i cliché di questo genere di storie, ad oggi non particolarmente stravolti né innovati, sono stati fissati da L’esorcista nel 1973.

Nel fumetto di Kirkman e Azaceta, al netto di un plot comunque non certo originalissimo, la sensazione di dejà vu è riscattata dal tratto sintetico, incisivo e doloroso di Azaceta, dalla colorazione interiorizzante di Elizabeth Breitweiser e dalla già citata sensibilità per i personaggi di Kirkman (che qui si concretizza nell’insistito uso degli insect panel sfruttati in senso soggettivo-psicologico). La serie tv è, invece, perfettamente in linea con altre decine di prodotti similari, da cui non riesce a prendere le distanza, subendo pesantemente l’eredità del genere. Ciò è evidente in particolar modo nelle sequenze di esorcismo, sulla cui violenza Fox ha più volte riportato l’attenzione. L’atmosfera opprimente che caratterizza questi momenti nel fumetto è quasi del tutto assente nelle corrispettive sequenze televisive. C’è una spettacolarizzazione un po’ posticcia che rovina la comunque riuscita atmosfera generale, e c’è un uso della violenza che a tratti sfiora la parodia involontaria strappando una gustosa risata. Quale peggiore risultato per un horror.

outcast serie tv

In sintesi Outcast, per quanto riguarda questo primo assaggio, risulta essere una serie tv convenzionale, che si siede fin troppo sul successo precedente del canale. Non riesce mai davvero né a spaventare né a convincere, nonostante una confezione seducente e sicuramente ben realizzata (una particolare menzione va alla colonna sonora di Atticus Ross). Gli elementi ci sono tutti ma restano, per ora, poco sorprendenti e in alcuni casi particolarmente abusati: la possessione, gli abusi infantili, un protagonista con una faccia eternamente dolente, il prete borderline ecc.

A differenza del fumetto, che pure si basa sugli stessi assunti, manca un guizzo, un punto di vista, un’idea di regia che avrebbero potuto riscattare un prodotto che resta invece lì. Che galleggia senza riuscire davvero ad emergere. Ci si sarebbe aspettati, per lo meno, un qualcosa di diverso da quello che questo tipo di prodotti offrono. Peccato che, invece, al di là di qualche momento un po’ gore, Outcast non spaventi mai davvero.

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