Maghette giapponesi e identità sessuali (2): dalle CLAMP a Ikuhara

Seconda parte di un dossier, diviso in tre capitoli, in cui ripercorriamo l’evoluzione del majokko attraverso le sue opere e autori principali. La prima puntata, incentrata su Sailor Moon, è qui.

La forza magica dell’amore: Card Captor Sakura

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Nel pieno dell’inarrestabile “febbre da maghette” che segue il successo di Sailor Moon vede la luce anche Card Captor Sakura (1996), la serie majokko delle CLAMP. Nato nell’ambito dell’autoproduzione di doujinshi a sfondo omosessuale, CLAMP è un collettivo di autrici che ha fatto dell’ambiguità dei propri personaggi un marchio di fabbrica.

Anche Sakura, pur essendo un prodotto destinato a un pubblico di bambini, non fa eccezione.

Attorno all’ingenua Sakura si sviluppano affetti e s’intrecciano relazioni chiaramente omosessuali. A cominciare da quella tra suo fratello Touya e il suo inseparabile compagno di scuola Yukito, che si comportano come una coppia fatta e finita, passando per la passione che l’amica Tomoyo nutre verso la protagonista. Fino ad arrivare a Shaoran, coetaneo di Sakura e suo rivale sia nella caccia alle Carte di Clow che nell’amore unilaterale per Yukito, che però nel corso della serie s’innamorerà di lei.

Yukito e Touya
Yukito e Touya

Forse a causa della giovane età dei protagonisti, in Sakura si avverte molto distintamente una tensione, un sottile equilibrio, tra la morbosità apparente e l’intima purezza di tali rapporti.

Per esempio se, da un lato, Tomoyo ama vestire Sakura con i costumi più disparati (da gattina, da cameriera, alla marinaretta…) e riprenderla con la sua videocamera non appena le si presenta l’occasione, dall’altro risulta chiaro che il suo amore per l’amica è quanto di più candido e disinteressato possa esistere – al punto che, conscia della sua irrealizzabilità, Tomoyo si rassegna di buon grado a starle accanto e vegliare su di lei in veste di amica/angelo custode.

In altri casi, la fascinazione di alcuni personaggi per altri viene motivata all’interno della storia in termini di “forze magiche” che si attraggono a vicenda. E così, se Shaoran è tanto turbato in presenza di Yukito, è solo perché in lui avverte la presenza di Yue, il custode delle carte di Clow. E lo stesso discorso dovrebbe valere per Touya, anche lui detentore di energia magica. Una ritrattazione da parte delle CLAMP? Beh, sicuramente un appiglio per tutti quei detrattori che vedono sbocciare un amore eterosessuale a ogni accenno di rossore, ma di fronte a due ragazzi che s’imboccano a vicenda parlano di “profonda amicizia”.

Sakura e Tomoyo card captor sakura
Sakura e Tomoyo

Ad ogni modo, al di là delle giustificazioni narrative fornite dalle autrici (e della questione se fossero o meno necessarie), Sakura resta un manga in cui si parla d’amore tra persone dello stesso sesso e senza traccia di biasimo o anche solo di stupore, equiparandolo a quello eterosessuale, conferendogli la stessa importanza e caricandolo dello stesso valore – che è sempre, invariabilmente positivo. E, con buona pace dei sostenitori delle “profonde amicizie”, se ne parla in modo inequivocabile. Quando nel corso del fumetto viene affermato che “il ‘ti voglio bene’ di Tomoyo è diverso da quello di Sakura”, o che “Touya ha trovato la persona che ama di più, e quella persona è Yukito”, è piuttosto chiaro con che tipo di sentimento abbiamo a che fare. Le CLAMP, del resto, sono le prime a scherzare sulla logica del “si mostra ma non si dice”, con gag ricorrenti in cui i vari personaggi, nel bel mezzo di quelle che sono con ogni evidenza delle dichiarazioni d’amore, puntualmente vengono interrotti nei modi più assurdi e pretestuosi.

Non solo scettri: le maghette con la spada e con gli artigli di Kunihiko Ikuhara

Non c’è dubbio che Naoko Takeuchi, per quanto riguarda il gusto per i personaggi e le tematiche queer, si trovi sulla stessa lunghezza d’onda di Kunihiko Ikuhara (lui), regista della versione animata di Sailor Moon a partire dalla seconda stagione.

Un po’ David Lynch, un po’ enfant terrible dell’animazione giapponese (i produttori lo amano così tanto da avergli permesso di realizzare solo tre serie, nell’arco di quasi vent’anni), Ikuhara ha lasciato la direzione di Sailor Moon alla fine della quarta stagione, quando gli venne bocciata l’idea per un lungometraggio incetrato su Uranus e Neptune che culminava in un bacio tra le due. Da allora ha dedicato buona parte del resto della sua carriera ad analizzare e decostruire gli stilemi del majokko e, in generale, dello shoujo.

Utena
Cast di Shoujo Kakumei Utena

L’esempio più lampante è la sua opera più articolata e complessa, Shoujo Kakumei Utena (1997). Pur non trattandosi di un majokko nel senso stretto, il progetto Utena nasce come sorta di fratello spirituale (e completamente pazzo) di Sailor Moon, ed è ampiamente debitore dei suoi meccanismi a livello narrativo, stilistico e tematico.

La protagonista è una ragazza che, grazie a un misterioso anello, scopre di essere uno dei duellanti predestinati a scontrarsi per ottenere il Potere di Rivoluzionare il Mondo. Tale potere è custodito e può essere elargito solo dall’enigmatica Anthy Himemiya, la Sposa della Rosa che viene messa in palio a ogni duello e diventa, di volta in volta, di proprietà del vincitore.

Il personaggio di Utena è imperniato sulla figura fiabesca del principe: impugna una spada e veste una divisa maschile di stile militaresco, riminescente di Versailles No Bara – Lady Oscar (come del resto lo è l’intero impianto estetico dell’opera: l’altra grande passione di Ikuhara sono gli shoujo degli anni Settanta). Ed è decisa ad appropriarsi anche del ruolo che nelle storie, tradizionalmente, spetta al principe o comunque all’eroe maschile, difendendo la principessa Anthy e spezzando l’incantesimo che la intrappola.

utena clamp ikuhara
Utena e Anthy

Utena e Anthy formano la coppia principale della storia, che dapprima incarna e poi finisce per sovvertire i ruoli tradizionali maschili e femminili, mettendo in crisi la struttura narrativa stessa che richiede la presenza di un principe che salvi la principessa. Tant’è che, alla fine, sarà lei a salvarsi da sola.

Ma è coi personaggi secondari che Ikuhara si sbizzarrisce. Grazie a un cast ricchissimo di coprotagonisti, antagonisti, personaggi secondari e comparse, il regista intreccia un dedalo di storie e relazioni più o meno sane, molto spesso di natura omo o bisessuale. Un discorso che, a dispetto della predilezione di Ikuhara per lo yuri, si estende anche ai bishonen di turno. Anzi: chi può vantare il maggior numero di conquiste, di entrambi i sessi, sono proprio i maschietti. Maschietti che, nel grande gioco delle parti che si dipana di pari passo con la trama, possono a loro volta diventare… principesse.

Quanto al famigerato lungometraggio ispirato alla serie, Adolescence Mokushiroku (1999), noto soprattutto per la scena in cui Utena si trasforma in un’automobile rosa (…), diciamo che prende una piega parecchio esplicita. Del tipo che finisce con Utena e Anthy che si baciano. Sulla bocca. Completamente nude.

Anche il lavoro più recente di Ikuhara, Yurikuma Arashi (2015), prende in prestito meccanismi e atmosfere di matrice chiaramente majokko. Questa volta abbiamo a che fare con orsi che si trasformano in ragazze per confondersi con gli esseri umani. Yurikuma è un vero e proprio tripudio saffico, con un cast al 99% femminile (i pochissimi maschi sono relegati ai margini della trama) e quasi totalmente omosessuale.

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Yurikuma Arashi

Pur non essendo una serie del tutto riuscita, Yurikuma brilla per la sfrontatezza con cui spezza il silenzio d’ufficio che circonda le relazioni omosessuali nelle opere che non sono strettamente yuri o yaoi. Quel meccanismo per cui raramente viene detto qualcosa d’esplicito, anche quando i fatti parlano chiaro, viene completamente distrutto fin dal primo episodio, in cui si parla esplicitamente e altrettanto esplicitamente vengono mostrate relazioni amorose tra ragazze. Basti pensare che la missione della protagonista, Yurika, è vendicarsi degli orsi che hanno sbranato la sua fidanzata – non “amica più cara”, non “persona speciale”: fidanzata – durante un incontro romantico.

Yurikuma è una storia che parla senza mezzi termini (col rischio, anzi, di sfociare nel didascalico) di discriminazione, di alienazione e dell’importanza di smantellare qualsiasi convenzione sociale possa essere di ostacolo al coronamento dell’amore. Il vero nemico da sconfiggere è quella Tempesta Invisibile, fatta di pregiudizi e conformismo, che riduce le persone al silenzio e le costringe a sopprimere la loro diversità.

Tuttavia, la purezza degli intenti di Ikuhara si scontra con una regia che esibisce uno sguardo estremamente feticistico sulle protagoniste. Anche se, vista la scelta del character design infantile e grazioso, viene il dubbio (o la speranza) che possa trattarsi di un commento a una certa deriva assunta dall’estetica moe, che ha ormai fatto delle suggestioni saffiche il suo selling point per un pubblico composto per la stragrande maggioranza da uomini adulti, single e con una bella scorta di fazzoletti di carta alla mano.