Focus Opinioni La pazza storia di Silver Surfer candidata agli Eisner Award

La pazza storia di Silver Surfer candidata agli Eisner Award

Quando si devono scrivere articoli su singoli numeri di serie statunitensi, spesso si tende a usufruire delle versioni digitali. Se il trade paperback si conferma l’opzione migliore nel caso si vogliano tirare le fila di un arco narrativo ormai concluso, nel caso di letture estemporanee la versione elettronica rimane, per via della rapidità con cui ci permette di venire in possesso del materiale a cui si è interessati, quella preferibile. Grazie a servizi come ComiXology è possibile procurarsi la singola uscita direttamente da casa, in tutta comodità – e vorrei ben vedere, visto il prezzo folle di 3,99 dollari a botta – e in contemporanea con gli Stati Uniti. Senza dover investire tempo e ancora più denaro importando l’albo nella sua versione cartacea.

La soluzione funziona in maniera piuttosto efficiente e senza nessuno scarto con il formato tradizionale, anche perché della tanto millantata rivoluzione del linguaggio digitale non se ne vede ancora l’ombra. Fino a qualche tempo fa sembrava che la lettura tramite device elettronico fosse destinata a portare chissà quale mutazione, con vignette in movimento, animazioni, collegamenti ipertestuali e tutta una serie di stupendi ammennicoli finiti invece chissà dove. Quella meraviglia di To Be Continued pareva destinata a essere la prassi, non un esempio unico. Invece ci ritroviamo tra le mani nulla di diverso di una specie di galleria fotografia da scorrere a colpi di ditate. Nulla di male, verrebbe da pensare: l’immobile fumetto di carta è sempre bastato a se stesso, quindi non vedo perché farne una malattia.

Poi sono state rese note le candidature agli Eisner Award 2016 e con loro l’inclusione del Silver Surfer di Dan Slott e Mike Allred in ben due categorie: miglior serie e miglior albo singolo. E se della prima nomination avremo modo di parlarne in occasione dell’uscita per Panini del volume da libreria dedicato all’araldo di Galactus, l’occasione per spendere qualche parola sul celebratissimo numero 11 era troppo ghiotta. Dalle anteprime degli scorsi anni non avevo più seguito questo titolo – scavalcando colpevolmente a piè pari la serializzazione italiana sulle pagine di Fantastici Quattro – arrivandoci quindi del tutto impreparato. Le mie lacune mi avrebbero permesso di concentrarmi unicamente sull’uscita in questione, in modo da poter valutare a mente sgombra se si trattasse di un albo capace di camminare con le sue gambe o poco più che una diramazione particolarmente pregevole del plot principale. Senza indugiare oltre apro ComiXology e incomincio la lettura.

silver surfer 11

Dopo alcune decine di minuti spengo il tablet e cerco di ragionare su quello che mi è appena passato sotto gli occhi. La trama è presto riassunta: il nostro eroe argenteo pare intrappolato in una sorta di loop temporale e ripete in continuazione gli stessi errori. Solo un minimo cambiamento del suo comportamento porterà a una svolta significativa degli eventi.

Il numero è bello, brillante e impreziosito dalle magnifiche tavole di Allred. Si tratta di una specie di Ricomincio da capo in versione cosmica, arricchito – dato che si concentra di volta in volta su un diverso punto di vista – da una spruzzata di Rashomon. Divertente senza ombra di dubbio, un pugno di pagine gradevoli e fluide come solo due professionisti del fumetto saprebbero orchestrare. Si capisce chiaramente come la vicenda si svolga in una sorta di anello di Moebius, anche se l’influenza maggiore di questo aspetto sulla storia rimane la simpatica trovata di ribattezzare la sezione di spazio dove è ambientata come Giraud expanse. I cui abitanti parlano francese e si muovono su pterodattili robot, naturalmente. Sorrido, ma continuo a non capire il clamore venutosi a creare attorno a questo numero. Così come non riescono proprio a tornarmi quelle enormi fasce bianche disseminate sulle tavole. Comincia a venirmi qualche dubbio, così cerco di approfondire un minimo l’argomento. Non ci metto molto a capire come versione fisica e digitale siano due cose completamente diverse, con la seconda brutalmente privata della carica visionaria della controparte tattile.

Il motivo di tale scelta è semplice: rispetto alla carta, il digitale ha dei limiti invalicabili. Sembra un paradosso ma è la pura verità. Non può essere ruotato tra le mani, né essere piegato o manipolato dal lettore. Si tratta solo di immagini da far scorrere con un click del mouse o un colpo di dita. Motivo per cui, quando si deve digitalizzare un’opera basata su una delle proprietà appena elencate, si deve correre ai ripari e cercare di contenere i danni il più possibile. Per rendermi conto di quanto lavoro di semplificazione sia stato investito nella trasmigrazione tra un formato e l’altro di Silver Surfer #11, non mi rimaneva che una sola cosa da fare: stamparmi tutta la versione digitale e cercare di ricomporla sul layout di quella fisica.

silver surfer 11

Con la prima parte dell’albo è facile, e si ottiene oltretutto una spettacolare visione d’insieme dell’anello di Moebius in cui è intrappolato il nostro eroe. Suddivido per pagine e capisco come in realtà le grosse fasce bianche vadano occupate con la parte superiore – inferiore – dell’anello, impaginata per forza di cose al contrario rispetto a quella che si sta leggendo. Cerco di immaginare quanto possa essere disorientate trovarsi per la prima volta di fronte a un fumetto con il 50% delle sue vignette stampate rovesciate. Un piccolo enigma che, se preso sottogamba, potrebbe costringerci a rileggere più e più volte gli stessi passaggi, perché potremmo perderci la Regina del Mai e le sue esortazioni a girare, sia metaforicamente che fisicamente, pagina. Nella versione digitale il tutto è suggerito semplicemente caricando due volte di fila le stesse tavole, da rileggere in un monotono ordine cronologico.

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A questo punto dovrebbe già essere chiaro di che razza di raffinata opera d’ingegneria si stia parlando. Riunendo tutti gli indizi disseminati tra le pagine, possiamo mettere maggiormente a fuoco la trama. Silver Surfer deve riparare a un suo errore trovando una nuova casa alla popolazione di un pianeta che ha contribuito a distruggere. Si ritrova così prigioniero in questo Giraud expanse, dove quotidianamente viene attaccato dai suoi bellicosi abitanti. L’unico modo per allontanarsi in maniera abbastanza rapida è piegare – tenete bene in mente questa parola quando leggerete voi stessi l’albo – lo spazio tempo e sfuggire tra le sue maglie. Peccato che per un piccolo errore l’operazione non funzioni, e noi torniamo puntualmente all’inizio della vicenda. Così l’epopea galattica di Silver Surfer diventa sfiancante routine, il cui unico modo per fuggire è un minuscolo gesto al quale quasi non si prestava attenzione. Una volta capita questa cosa, si passa alla parte complicata.

silver surfer 11
Le quattro pagine successive alla sequenza appena descritta rinchiudono una grossa svolta narrativa che per essere afferrata richiede la risoluzione di un enigma un poco più complicato rispetto a quello appena descritto. Ho provato a montare e rimontare le tavole in questione in tutti i modi possibili, senza mai ottenere nulla che avesse un minimo di senso. Poi scopro questa recensione e svelo l’arcano: in questo caso non solo le pagine sono state rimontate in ordine cronologico, ma è stato cambiato perfino l’ordine delle vignette e il contenuto di qualche balloon. Tutto è più facile, privo di soddisfazioni e, come spiega bene l’autore dell’articolo «come trovare un giornale in treno e scoprire che qualcuno ha già completato il sudoku». Anche se la cosa più grave rimane come l’opera abbia perso del tutto il senso per cui era stata progettata dai suoi autori.

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Al di là dello sfondo cosmico, mi pare evidente che si tratti di una storia costruita sulla nostra quotidianità, sulla brutta abitudine di ripetere sempre gli stessi riti e gli stessi errori. Per poter sfuggire a questo grigio scenario – altro che la psichedelia pop di Allred – è necessario cambiare qualcosa. Un’operazione non certo facile, per la quale sono richiesti molti tentativi e qualche sacrificio, ma che rimane l’unico modo per sfuggire al nostro personale anello di Moebius. Magari prima che questo ci conduca a qualche conclusione ben più cupa – aspetto trattato in maniera davvero dura all’interno della storia – di quelle che potremmo sopportare. Poche volte mi sono trovato tra le mani fumetti che mi parlassero così direttamente, richiedendomi oltretutto una partecipazione tanto attiva. Il fatto che quella indicata sia una delle pochissime recensioni a parlare di questo aspetto mi fa capire come questo passaggio non sia stato colto da molti, probabilmente confusi dalla letale iper-semplificazione della versione digitale.

A questo punto verrebbe da chiedersi se si tratta di un errore di progettazione da parte dei due autori – sapevano benissimo che il numero sarebbe dovuto sbarcare sulle piattaforme di digital delivery – o di una affezionata presa di posizione nei confronti del formato fisico.

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