Focus Perché Topolino sarà per sempre protetto da copyright

Perché Topolino sarà per sempre protetto da copyright

Due orecchie nere e i pantaloncini rossi sono i segni distintivi del personaggio più conosciuto al mondo, Topolino. Con una conoscenza del marchio mondiale pari al 97%, Topolino è più famoso di Superman, Babbo Natale e Gesù. Anche se nel panorama delle licenze Disney a macinare introiti in questi tempi sono soprattutto le property Marvel, Star Wars e Frozen (i dati parlano di un picco nel 1997 per Topolino, scemato nel tempo ma ora stabile), il personaggio creato dallo zio Walt incarna l’essenza stessa della compagnia nonché un patrimonio, tra oggettistica e produzioni varie (serie tv, videogiochi), a cui l’azienda non vuole certo rinunciare. Il problema è che nel 2023 scadrà il copyright del Topo e questi diventerà di dominio pubblico.

La nascita stessa di Topolino è legata a una storia di copyright. Walt Disney lo creò nel 1928 dopo aver imparato la lezione «mai creare nulla di cui non si possiedano i diritti». Poco prima, infatti, il produttore Charles Mintz aveva portato la sua precedente creazione, “Oswald il coniglio fortunato”, alla Universal, privando Walt non soltanto del personaggio ma dell’intero staff di animatori che vi lavoravano. Con il solo Ub Iwerks rimastogli fedele, Disney si ributtò nella mischia e ne uscì con Mickey Mouse, nato ufficialmente il 18 novembre 1928, giorno dell’anteprima del corto Steambot Willie (ufficiosamente era stato protagonista di due corti di prova, nei mesi precedenti a Stambot Willie).

Topolino, essendo nato nel ’28, fece riferimento all’allora legge del copyright in vigore, il Copyright Act del 1909, che gli concesse 56 anni di protezione, senza alcun diritto di proroga. Negli anni Settanta, a pochi anni dallo scadere dei diritti, la Disney iniziò a preoccuparsi. I film non andavano benissimo, e il topo parlante era il volto dell’azienda. Per dire del suo potere attrattivo: in quel periodo era uscito il disco Mickey Mouse Disco, una raccolta di canzoni Disney rifatte per la pista da ballo, che aveva venduto milioni di copie. Così i dirigenti Disney fecero cordata con altri grandi marchi, volarono a Washington e si fecero lobbisti al Congresso per promulgare una nuova legislazione in termini di copyright.

Risultato: nel 1976 il Congresso modificò la legge nazionale sul copyright, conformandosi agli standard europei. I nuovi copyright registrati dal 1978 sarebbero durati tutta la vita del suo creatore, più 50 anni di estensione, nel caso di un’opera di proprietà di singoli; 75 anni dalla data di pubblicazione o 100 da quella di creazione nel caso di opere detenute da aziende. La durata dei copyright già registrati dopo il 1922 fu invece estesa da 56 a 75 anni (quelli prima del ’22 divennero di dominio pubblico). La data di scadenza di Topolino passò quindi dal 1984 al 2003.

Nello stesso momento storico, iniziarono a comparire parodie e riutilizzi dei prodotti Disney, un marchio istituzionalizzato che si portava dietro una serie di valori avversi alla controcultura dell’epoca. Il copyright serviva anche per combattere queste parodie. Il caso più celebre è quello del collettivo Air Pirates, fondato da Dan O’Neill, che aveva dato alle stampe il fumetto Air Pirates Funnies, al cui interno veniva presentata una parodia dai toni underground di Topolino.

Il nome derivava da un gruppo di antagonisti con cui Topolino si era scontrato negli anni Trenta. Per il collettivo, Topolino e gli altri personaggi Disney rappresentavano la deriva distorta del folklore statunitense ed europeo nonché l’ipocrisia conformistica della cultura americana. Stando al libro The Pirates and the Mouse: Disney’s War Against the Counterculture, in cui si raccontano gli sforzi del colosso per combattere le appropriazioni dei loro personaggi, O’Neill voleva che la Disney notasse le loro effrazioni e fece in modo di portare delle copie della rivista nella sala delle riunioni del consiglio direttivo dell’azienda, con l’aiuto del figlio di uno dei membri.

Topolino copyright
Il Topolino di O’Neill

Nell’ottobre 1971, la Disney fece causa al gruppo per violazione del copyright e del trademark. La linea di difesa di O’Neill, che secondo le cronache tenne un atteggiamento di sfida per tutta la durata del processo, usava il “fair use” come scudo. Il giudice dette ragione alla Disney ma O’Neill fece ricorso e, per pagare le spese legali, iniziò a vendere le tavole originali del gruppo – le stesse che ritraevano i personaggi Disney. L’iter giudiziario andò avanti per anni, durante i quali O’Neill continuò a disegnare parodie di Topolino, affermando che «fare qualcosa di stupido una volta è stupido e basta. Fare qualcosa di stupido due volte è filosofia». Alla fine, nel 1978, la corte decise in favore della Disney (tranne nel caso della violazione di trademark, fatto che, secondo la sentenza, non sussisteva) e a nulla servì il ricorso alla Corte Suprema. L’anno successivo, durante il processo di revisione della legge, il fumettista costituì il Mouse Liberation Front per protestare contro l’estensione del copyright. I legali Disney capirono che non avrebbero mai ottenuto da O’Neill le spese del processo e il risarcimento pattuito e lasciarono perdere, in cambio della promessa degli Air Pirates di smettere con le parodie.

Il problema si ripresentò a metà anni Novanta, quando i copyright di Topolino, Pluto, Paperino e Pippo erano in procinto di scadere in un arco temporale compreso tra il 2003 e il 2009. Con una mossa che sembra uscita da House of Cards, la Disney formò un PAC (Political Action Committee), un comitato di raccolta fondi, e investì milioni di dollari per promuovere una nuova legge, che passò alla Camera e al Senato senza udienze pubbliche, dibattiti o annunci di generi, nonostante l’opposizione di alcuni. Va detto che è impossibile stabilire con precisione quanto l’influenza Disney abbia impattato sulle politica del Campidoglio statunitense. Tuttavia, se la legge è anche nota come Mickey Mouse Protection Act (o anche Sonny Bono Act, in onore all’omonimo cantante che aveva voluto con forza questo rinnovo), un qualche motivo c’è.

La nuova legge, il Copyright Term Extension Act del 1998, aggiungeva altri vent’anni di diritti alle due tipologie di copyright (quelli creati tra il 1922 e il 1978 e quelli dopo il 1978), portando il totale, nel caso di Topolino, a 95 anni. Non era il risultato sperato, ma almeno era qualcosa. L’obiettivo, infatti, era ottenere un copyright ‘eterno’ che però risultasse ‘limitato’ come impone la Costituzione (la parlamentare Mary Bono Mack, vedova di Sonny Bono, aveva pure proposto l’improbabile limite «per sempre meno un giorno»).

La questione posta dagli Air Pirates è ancora più attuale oggi, nell’era dei remix e della creatività diffusa in Internet, che rimodella il noto per dare forma a un contenuto nuovo. A favore di queste estensioni si usano argomenti classici: i lavori protetti creano ricchezza non solo per i loro detentori ma per il paese tutto, e – visto che il copyright fu pensato in origine per dare sostentamento a due generazioni di discendenti di un creatore – le leggi dovrebbero rispecchiare i nuovi parametri demografici della vita media. «Tutte cose false o, al limite, non dimostrabili empiricamente», ha spiegato lo studioso Dennis Karjala a Priceonomics. «Le estensioni sono a beneficio delle aziende e basta e, anzi, hanno danneggiato la società.» Uno dei danni di cui parla Karjala è stato dimostrato nel saggio How Copyright Keeps Works Disappeared di Paul J. Heald, professore dell’università dell’Illinois. Nonostante l’orizzontalizzazione della cultura portata dal Web, Heald ha dimostrato, prendendo a campione il sito di e-commerce Amazon, che esistevano più libri disponibili al pubblico a fine Ottocento che negli anni Novanta. Un rilievo che si potrebbe applicare a Topolino, in un certo senso. Quanti lavori derivativi (magari pessimi, magari capolavori) come quello di O’Neill sono stroncati sul nascere dalle norme sul copyright?

topolino copyright
Come disegnare Topolino (immagine dell’utente di Reddit Mau-el)

A oggi, l’orizzonte degli eventi è impostato al 2023. I lobbisti Disney saranno già al lavoro per una nuova legge allungavita, ma se ciò non avvenisse e Topolino diventasse di dominio pubblico, che cosa succederebbe?

Non molto. La Disney possiede ancora 19 marchi registrati legati a Topolino – e i marchi registrati possono essere rinnovati ad libitum – e questo protegge il personaggio da molte evenienze, tra cui eventuali nuovi cartoni animati o prodotti per l’infanzia, che sarebbero ancora impossibili da realizzare (per via della regola che vieta qualsiasi possibilità di confondere i personaggi da parte del pubblico di riferimento), mentre opere d’arte o usi di natura sessuale del personaggio sarebbero in teoria consentiti. Dico “in teoria” perché, secondo un precedente del 1979, un marchio registrato può proteggere un personaggio di dominio pubblico se questo è dotato di un cosiddetto “significato secondario”, che sottintende la stretta correlazione tra creatura e creatore. Se si riesce a dimostrare che il consumatore, vedendo un certo prodotto, lo colleghi subito a un marchio e quindi lo creda diramazione dello stesso, allora vale quanto detto. Nel nostro caso, come per la parola ‘supereroe‘, la saldatura è totale, e Disney non avrebbe alcuna difficoltà a dimostrare che, vedendo Topolino (e chissà quanti altri personaggi), la gente vada con la mente al suo marchio. Una sentenza della Corte Suprema datata 2003 ha decretato che non si possono usare marchi registrati come sostituti per copyright scaduti, ma, a parte le divergenze dei due casi, l’influenza della Disney potrebbe rimettere in discussione quel precedente.

Gli avvocati dovrebbero perciò lavorare su questi interstizi legali per limitare le apparizioni di Topolino in creazioni altrui. Sarebbe la grande ironia di un’azienda che ha nutrito le proprie casse con film tratti da storie di pubblico dominio – fiabe e favole – le cui versioni in animazione ha poi ‘incatenato’ a marchi registrati, facendo diventare la loro Cenerentola, il loro Aladdin e la loro Biancaneve ciò che tutti ricordano.

Seguici sui social

52,961FansMi piace
1,639FollowerSegui
2,645FollowerSegui
18,884FollowerSegui

Ultimi articoli

fumo di china 292

Cosa c’è in “Fumo di China” di novembre 2019

Cosa contiene il numero 292 della rivista di critica e approfondimento sul fumetto Fumo di China in edicola questo novembre.
angouleme

Angoulême 2020: tutte le nomination (inclusi 2 autori italiani)

Sono state comunicate le nomination della 47ª edizione del Festival International de la Bande Dessinée di Angoulême,...

15 anni di Canicola Edizioni

Un’idea di fumetto, un progetto culturale, l'editore Canicola compie 15 anni e con questa intervista ripercorriamo la loro storia.