“Abaddon”, l’inferno di Koren Shadmi

Lo Scheol e Abaddon sono insaziabili, e insaziabili sono pure gli occhi degli uomini.

Pr.27,20

[…] ci si disfa d’una nevrosi, non ci si guarisce di sé

Jean Paul Sartre, Le Parole

Koren Shadmi, ex-enfant prodige del fumetto israeliano e da anni trapiantato a Brooklyn, NY, affermato illustratore e autore di deliziosi racconti brevi pubblicati in Italia in tre piccoli volumetti, dopo pochi mesi dall’uscita di Love Addict per Bao Publishing ritorna nelle librerie con un lavoro serializzato anni fa sul web e recuperato in un elegante volumetto da Nicola Pesce Editore. Parliamo di Abaddon, un racconto lungo, che pur partendo dalle tipiche atmosfere dell’autore cerca di approdare ad una disturbante metafisica delle cose ultime.

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Abaddon koren shadmi

Jorge Luis Borges asseriva che la teologia fosse un ramo della letteratura fantastica, forse tra i più entusiasmanti e immaginifici a detta del letterato argentino, per via di una serie di complessi paradossi logici che ne rendevano i fondamenti ultimi immagini concrete di quei labirinti del pensiero in cui da sempre l’uomo brancola creando miti solidi e duraturi.

La vita dopo la morte: un assillo continuo di ogni narrazione mitica. Il timore inesorabile della finitudine dell’esistenza permea la volontà di raccontare dell’uomo sin dalle sue origini: si ascolti il basso continuo che ribolle nel cuore del più antico mito mesopotamico. Per consolazione, per timore o per volontà di potenza, l’uomo elabora strategia di difesa per sfuggire all’ineluttabile supremo. Nascono così luoghi immensi, foschi e nebulosi in cui le anime si aggirano dannate o beate nell’eternità post-mortem.

Nella tradizione ebraica, il “soggiorno dei morti” è lo Sheol (שאול) parola dall’etimologia incerta che allude alle profondità infernali – poi capitalizzate dal Cristianesimo –, un pozzo senza fondo, anche definito Abaddon (אֲבַדּוֹן), sinonimo di distruzione e annichilimento.

abaddon shadmi

Shadmi, mai schivo a rileggere la tradizione ebraica con un filo di saccente e spocchiosa ironia propria di un vecchio rabbino, ha cercato di restituire la sua personale interpretazione dello Sheol ebraico: un luogo che ha poco dell’estetica tardo-antica e medievale e che deve molto, invece, alle indagini novecentesche sull’alienazione dell’individuo al cospetto dello sguardo d’Altri. Non è un caso che i riferimento principale di questa pièce a fumetti sia proprio il dramma sartriano Huis clos (A porte chiuse).

Se nell’opera teatrale dell’autore de L’Essere e il Nulla lo scenario era composto da una sola stanza in cui tre personaggi – Garcin, Ines ed Estrelle – erano rinchiusi, stretti tra i lacci della propria iniquità e dei sospetti reciproci, facendone l’uno l’inferno dell’altro, Koren Shadmi, pur capitalizzando l’intuizione sartriana immagina un inferno personalissimo, complicando la vicenda e stratificando il tutto in un grottesco labirinto.

Elliott Smith – in Pictures of me – scriveva: «Jailer who sells/Personal hells/Who’d like to see me down on my fucking knees/Everybody’s dying just to get the disease». Potrebbe essere un esergo ideale per descrivere la pozza infernale in cui Koren Shadmi scaraventa l’ignaro protagonista del suo racconto, Ter.

Intrappolato in un appartamento senza apparenti vie di fuga, costretto a convivere con coinquilini avviluppati in dinamiche malate e schiavi di una coazione a ripetere in un tragico-commedia dal sapore beckettiano, Ter cerca di ricostruire il suo passato prossimo, stentando a comprendere la situazione in cui si trova: lo stato di tra/passato.

In un crescendo irto di ostacoli e scenari, debitori del concetto dantesco del contrappasso – si veda l’erotomane costretto per l’eternità a vivere in un gineceo ormai privo degli attributi – Ter cercherà una via di fuga: in realtà, la fuga è uno stringersi dell’Io su se stesso in un inutile esorcismo dai propri demoni personali. Flashback improvvisi – in stato onirico – ci informano della precedente vita di Ter: una trama complessa e irrisolta di rimandi e colpe, che in maniera consolatoria prova a dare al lettore una possibile chiave di lettura della logica della dannazione.

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L’autore sceglie una struttura semplice: una gabbia a sei celle con cui cerca di restituire il tono claustrofobico della vicenda. La palette tenue ed emaciata dona una dimensione ad alto grado “alcolemico”: sembra di essere immersi in una danza sfuocata, dove spiriti impazziti rivestono caratteri “umani troppo umani” in un folle caleidoscopio.

Le sperimentazioni grafiche sono poche, Shadmi si preoccupa di donare un ritmo a vicende che, forse visto il successo del web comic, sembrano ad un certo punto tirate per i capelli; incastra in un puzzle dal sapore escheriano ricordi del passato nelle forze di difesa israeliane, un’indagine sulla memoria come mancato riconoscimento di sé e una riflessione di seconda mano sui caratteri dell’inferno.

Sartre diceva che l’inferno sono gli altri, per Shadmi l’inferno siamo inesorabilmente noi stessi.

p.s. da poco Shadmi ha avviato un altro web comic – Highwayman – che verrà serializzato su Motherboard. Qui potete leggere il primo episodio, Man of God.

Abaddon
di Koren Shadmi

NPE, 2016
272 pagine, 19.90 €