“Il ladro di libri”, tra corsa al successo e fuga dall’identità

Per alcuni libri l’essere ‘inattuali’ è un dono prezioso. Non solo perché resistono alla rapidità del consumo editoriale, ma perché rilasciano il loro sapore lentamente, e a lungo. L’inattualità de Il ladro di libri di Alessandro Tota e Pierre Van Hove (Coconino Press) è infatti triplice: è un libro del 2015 (già Premio Micheluzzi “Miglior sceneggiatura” e Gran Guinigi “Miglior graphic novel”, e tra i 10 migliori graphic novel del 2015 di Fumettologica); si svolge nel secondo dopoguerra; e ruota intorno a un tema paradossalmente poco frequentato dal fumetto come il mondo letterario.

ladro di libri

Ambientato nella Parigi degli anni Cinquanta, in pieno fermento culturale tra avanguardie artistiche e esistenzialismo, racconta la storia di Daniel Brodin, giovane ventenne nel cui petto arde forte il desiderio di successo e di riconoscimento.

Brodin si diletta di poesia, è un appassionato di letteratura e di libri al punto da rubarne continuamente per soddisfare il proprio desiderio. Ma la sua vita viene sconvolta quando, in una disputa tra poeti, declama un componimento già edito appropriandosene indebitamente. Da questo momento in poi tutte le porte si aprono per Daniel Brodin, acclamato talento letterario, osannato dall’intellighenzia esistenzialista parigina come un vero e proprio genio. Contemporaneamente, l’incontro con due artisti appartenenti all’avanguardia – che ricorda The Dreamers– e del loro gruppo di amici lo proietta in una Parigi sconosciuta, fatta di reazionari e criminali di cui Brodin riesce a guadagnare l’ammirazione per pura fortuna. Diviso tra la fama di avanguardista e di intellettuale esistenzialista, Daniel non sa scegliere quale identità vestire e decide di viverle entrambe per quanto diverse e contrastanti, preferendo indossare maschere che non gli appartengono, piuttosto che la sua vera identità.

ladro di libri

Tale (in)decisione catapulta il protagonista in una serie di picaresche avventure che avvengono in una Parigi disegnata con gusto da Van Hove, che ci accompagna tra bar decadenti, ricchi di vino e fumo, e sfarzosi salotti borghesi, e raccontata con grande abilità da Tota che descrive l’ambiente letterario parigino con dovizia di particolari e precisione millimetrica. Tra declamazioni poetiche e furti, ne Il Ladro di Libri la casualità, la fortuna e le menzogne sono i tre cardini su cui ogni situazione si fonda. Così i criminali possono diventare artisti famosi e chi è privo di talento può “rischiare” di pubblicare su Les Temps Modernes, ma finendo inevitabilmente col fallire ritornando, così, alla condizione di partenza, quasi ad indicare che la vita si basi su un preciso percorso ciclico. Ciclicità esistenziale che i personaggi provano a spezzare in tutti i modi, chi interrogandosi sulla natura stessa dell’esistenza provando a darvi un senso attraverso la poesia, pur non riuscendo a comprenderla, chi provando a capovolgere la stessa esistenza distruggendola e chi ancora, come Brodin, tentando di evaderla ambendo a “qualcosa in più” pur rinunciando al proprio, vero, io.

Brodin è tutto ciò che non è, e il merito di Tota è di essere riuscito a metter su carta le sensazioni di disagio, inadeguatezza e falsità del protagonista con grande talento e precisione, riuscendo al contempo a dargli spessore, evitando di trasformarlo in un personaggio “facile da odiare”, bensì arricchendolo di una vena malinconica che spinge il lettore a provare empatia verso di lui. Questo merito è da dividere con Pierre Van Hove e i suoi disegni che, suggestivi specialmente nelle scene notturne, sono caratterizzati da linee piene e da un’attenzione quasi fotografica per i chiaro-scuri e gli effetti della luce sul paesaggio. Uno stile che echeggia quello di Robert Crumb e che si lascia influenzare, riassumendo in modo del tutto personale, dalla tecnica dei grandi artisti del passato regalando incisive citazioni ai lettori: a pagina 31 le forme di Munch sono riprese con esiti notevoli; quasi quanto quelle di Andrea Pazienza, utilizzato come lontano ma efficace modello nei momenti in cui i sensi dei personaggi vengono amplificati, sia tramite l’uso di droghe o alcolici, sia quando il furore poetico s’impossessa del loro animo.

ladro di libri

A rendere inattuale il libro sono dunque non solo l’ambientazione storica e il clima culturale. Per certi versi questa sensazione è amplificata dallo stesso “clima grafico”: un bianco e nero al tratto che non si cura tanto di inventare forme e composizioni, quanto – più semplicemente – di far recitare i personaggi (e i luoghi). E il gusto per l’avventura picaresca urbana – che Tota ha ricondotto al Roberto Bolaño de I detective selvaggi – conduce anch’esso a formare una esperienza di lettura piuttosto “fuori dal tempo”.

Tuttavia, il cuore del lavoro sembra pulsare intorno a preoccupazioni quanto mai attuali. Da un lato c’è il tema del plagio, che qui alimenta una visione tutto sommato sarcastica del problema, quasi una commedia degli equivoci sul cosa sia il talento in un contesto largamente fondato su ‘furti’ e citazioni (in)consapevoli. Dall’altro Il ladro di libri non fa che rinnovare la antica formula della parabola morale sulla ricerca del successo, come pulsione tipicamente giovanile – per riempire di senso la propria esistenza – ma anche come ossessione comune nel campo dell’arte. Ora come allora, forse, non possiamo fare a meno di riconoscere tante brucianti vicende fatte di passione e impostura, fortuna e fallimenti. E sorridere.

Il ladro di libri
di Alessandro Tota e Pierre Van Hove
Coconino Press, 2015
brossurato, 174 pp., bianco e nero
17,50 €

Leggi anche:

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Instagram, Facebook e Twitter.