Festival di Annecy: tutto il cinema d’animazione mondiale in una settimana [Reportage]

In Francia, come nel resto d’Europa, il mese di giugno ha segnato l’inizio ufficiale della stagione dei festival estivi dedicati ai più svariati temi culturali (prendete un argomento a scelta: ecco, senz’altro esiste un festival dedicato). Dal 1960, ogni estate, ad Annecy – ridente cittadina capitale dell’Alta Savoia famosa per il lago e i panorami alpini (la Svizzera è lì a due passi) – si svolge il più importante festival cinematografico mondiale dedicato ai film d’animazione. Per intenderci: Annecy sta al cinema animato come Angoulême sta al fumetto (piccola nota polemica: ad Annecy quest’anno ben il 34% dei cortometraggi presentati era opera di un’autrice; ora paragonate questa percentuale con la scarsa rappresentanza femminile nel mondo dei premi a fumetto, un dato che alcuni mesi fa ha quasi fatto saltare a gambe all’aria il Festival di Angoulême).

Locandina 2016 del Festival di Annecy
La locandina 2016 del Festival di Annecy

I numeri del Festival di Annecy

Il Festival di Annecy è un evento di portata globale che ogni anno fa da vetrina sul meglio che può offrire l’industria d’animazione cinematografica nel campo dei lungometraggi, cortometraggi, serie tv e spot pubblicitari. I numeri di Annecy sono davvero notevoli: nella selezione ufficiale 2016 sono entrati ben 54 cortometraggi, 77 serie tv e pubblicità animate, 9 lungometraggi e 54 film di diploma di fine corso (i prodotti realizzati dagli studenti delle varie scuole e centri sperimentali dedicati all’animazione) provenienti da oltre 85 paesi. Per non parlare del MIFA, la parte del Festival dedicata esclusivamente agli incontri e allo scambio tra i professionisti del settore: quest’anno oltre 2.800 operatori hanno potuto raccontare i propri progetti d’animazione di fronte a un folto pubblico di colleghi ed esperti del settore.

Mi piacerebbe potervi dire che l’Italia ha giocato un ruolo importante ad Annecy ma il nostro paese paga da anni una scarsa attenzione economica e culturale per questo settore e, dal punto di vista del numero di opere presentate, è stato ormai largamente sorpassato da Canada, Germania, Spagna e soprattutto dalla Francia, che tra produzioni proprie e co-produzioni con l’estero rappresenta ormai un polo artistico ineludibile a livello europeo per chiunque intenda fare animazione di qualità. Inoltre la Francia quest’anno, per la prima volta, ha avuto l’onore di essere il paese ospite del Festival con ben 13 selezioni di film e cortometraggi e 5 documentari speciali dedicati appositamente alla storia e allo sviluppo dell’animazione francese negli ultimi cento anni: l’ennesima dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che il mercato francese era e rimane tutt’ora il campo di prova numero uno per il cinema animato in Europa, il tutto grazie a uno Stato che sovvenziona e incentiva la produzione artistica e a produttori televisivi privati che investono denaro nel settore.

annecy 2016
Il centro Bonlieu, cuore logistico del Festival di Annecy

Tra gli oltre 9mila fortunati possessori del badge di entrata al Festival quest’anno c’ero anch’io, in trasferta transalpina apposta per raccontare l’atmosfera di Annecy ai lettori di Fumettologica. Da buon previdente, conoscendo il flusso notevole di gente che ogni anno affolla Annecy per il Festival di animazione, ho prenotato settimane prima su Internet il mio posto in sala per i film che volevo vedere: un accorgimento che si è rivelato fondamentale visto che buona parte delle proiezioni è andata completamente esaurita nel giro di poche ore dopo l’apertura delle iscrizioni online. Per tutti gli altri (molti, molti altri) spettatori l’unica soluzione è stata mettersi pazientemente in coda e aspettare il proprio turno con la speranza di un’improvvisa assenza tra le fila dei possessori di badge. Per fortuna la gestione logistica del Festival si è rivelata impeccabile (Lucca Comics e molti altri festival italiani: prendete nota) e tutte le code, le conferenze dei registi e le molte sessioni firma dei vari autori presenti sono trascorse in modo fluido e coordinato.

Toglietemi tutto ma non il mio badge Annecy 2016
Toglietemi tutto ma non il mio badge Annecy 2016

Primo giorno: si inizia con i lungometraggi

La mia visita inizia martedì 14 giugno, dopo un breve viaggio da Torino passando per Chambéry. Brevi sprazzi di sole mi accolgono guizzando sul lago di Annecy e illudendomi dell’arrivo dell’estate anche tra le alte montagne della Savoia (ma si tratta purtroppo del classico caso di illusione meteo che colpisce i mediterranei al di là delle Alpi: i seguenti quattro giorni infatti verranno funestati da pioggia e vento in modalità costa atlantica, forse un espediente tecnico per far sentire più a proprio agio i numerosi ospiti del Nord Europa).

Scendo dal treno, entro in sala proiezioni al centrale Cinema Pathé e subito mi accoglie la classica atmosfera giocosa che tradizionalmente caratterizza Annecy: decine di persone, sedute comode sui divanetti nell’attesa dell’inizio dei film, strappano pagine dei vari dépliant festivalieri per farne piccoli aeroplanini di carta da tirare verso lo schermo sul fondo sala. Un boato di approvazione collettivo saluta gli aerei che, volteggiando sopra la testa degli spettatori (e a volte sfiorandola), arrivano a toccare il telo di plastica dello schermo. Poi scende il buio in sala, accolto dai vari riti festivalieri ormai di tradizione ad Annecy (esempi: salutare con un grido festoso la comparsa sullo schermo del leprotto mascotte del Festival, imitare i versi degli animali nel modo più rumoroso possibile e urlare frasi beneauguranti per la visione del film. Il tutto coperto dall’anonimato della sala senza luci, ovviamente).

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La gara degli aeroplanini di carta, tipica di Annecy

Il mio primo impatto con il Festival non è dei migliori: si inizia con Un rêve solaire, un’ora di pura video arte creata da Patrick Bokanowski, regista francese famoso per il tono sperimentale delle sue opere. L’opera, a quanto si capisce dalla presentazione del regista presente in sala (coraggioso, mi sento di aggiungere dopo aver visto il film), dovrebbe essere una meditazione sul tema della lotta tra luce e oscurità svolta con animazione di oggetti, riprese dal vivo, disegni su pellicola e altre tecniche miste. Il risultato è un mix incomprensibile dal tono decisamente enigmatico: riprese in loop di pellicole sottoesposte che bruciano e gocce che cadono, sovrimpressioni di più video contemporaneamente per creare giochi cromatici e, ça va sans dire, zero trama. Non il mio genere, lo consiglio solo se avete apprezzato le parti finali più psichedeliche di 2001 Odissea nello spazio e vi fermate stupiti ogni volta a contemplare le fantasmagorie degli screen saver sul computer.

Un reve solaire
Un reve solaire

Per fortuna Annecy si riscatta subito dopo e nello stesso pomeriggio mi permette di assistere a Psiconautas, lungometraggio spagnolo di Alberto Vazquez e Pedro Rivero che si piazza subito al primo posto della mia personale lista favoriti del Festival (un posto che manterrà fino alla fine dell’evento). Il film, tratto da un fumetto realizzato in precedenza dallo stesso Vazquez, narra con un’animazione minimal in 2D le vite di tre adolescenti dalle fattezze animali che si devono confrontare con uno scenario apocalittico e senza speranza di un’isola ormai sommersa dai rifiuti e dalle ipocrisie degli adulti. Una favola ecologica dalle tinte horror che unisce la denuncia ambientalista in stile Miyazaki e un duro ritratto dei giovani che ricorda per certi versi la crudezza del romanzo Il Signore delle Mosche.

Adolescenti in fuga storditi da famiglie disfunzionali che annegano le proprie ansie conformiste nei farmaci e nelle droghe, personaggi sovrannaturali capaci di redimere in modo catartico il male umano grazie all’uso di strani poteri magici, bizzarri oggetti che parlano esprimendo continuamente il proprio malessere emotivo: il mondo di Psiconautas è denso e spietato, i personaggi ben caratterizzati e ambigui al punto giusto. Visione decisamente raccomandata.

Psiconautas

Finale della prima giornata di Festival dedicato a un evento davvero importante: dopo anni di oscura fama underground, torna finalmente in versione restaurata lo strepitoso film vintage (1973) Belladonna of Sadness, lungometraggio del regista giapponese Eiichi Yamamoto prodotto dallo studio d’animazione Mushi Production fondato da Osamu Tezuka. Con una grafica incredibile che ricorda lo stile floreale di Gustav Klimt, Aubrey Beardsley e Alfons Mucha, la trama di Belladonna of Sadness fonde un deciso femminismo ante litteram, cupe atmosfere medievali e soprattutto un erotismo sfrenato e una psichedelia visiva che non ha precedenti (né epigoni) nell’animazione mondiale.

Immaginate un lungo sabba lisergico in stile Goya in cui una giovane e bellissima donna, per sfuggire alle violenze fisiche e ai soprusi del suo signore di corte, si rifugia in una sensuale (e pericolosa) alleanza magica con il Diavolo in persona (che ha la forma di un pene umano parlante) riscoprendo così il proprio potere femminile. Provocatorio, assurdo, affascinante e temerario: tutto questo e molto altro ancora è Belladonna of Sadness, quel tipo di film che costituirà probabilmente il vostro nuovo termine di paragone nella categoria “il film più strano che abbia mai visto“.

Belladonna of sadness
Belladonna of sadness

Secondo giorno: pubblicità e cortometraggi

Il giorno dopo il mio Festival inizia con Manang Biring, film filippino in bianco e nero girato dal regista Carl Joseph Papa con la tecnica del rotoscopio (Waking life e A scanner darkly, entrambi del buon Richard Linklater: ve li ricordate?). L’opera racconta gli ultimi mesi di vita di un’anziana signora malata di cancro alle prese con un problematico ricongiungimento familiare e le difficoltà di mandare avanti la propria piccola attività da negoziante di strada nel caos di Manila. Semplice, onesto e rivelatore sulla vita quotidiana di un paese che non entra quasi mai nei radar dei nostri media se non per i numerosi collaboratori domestici sparsi in giro per l’Italia: alla fine del film vi sarà difficile non affezionarvi alla simpatica e testarda Manang Biring, la vecchietta protagonista dell’opera.

I cortometraggi sono sempre stati il cuore del Festival di Annecy, vanto e orgoglio di un evento che nel corso degli anni ha saputo valorizzare piccole perle visive che spesso sono poi entrate nella storia del cinema d’animazione. Per sommo spirito di sacrificio e in onore dei lettori di Fumettologica a questa edizione del Festival ho deciso di assistere a TUTTE le proiezioni dei corti, sia quelli in concorso sia quelli fuori concorso. Il risultato è stato un fantastico potpourri fatto di una media davvero eccellente, qualche delusione («per fortuna che è corto e dura poco, quando inizia il prossimo?») e diverse chicche («che bello, ma perché non l’hanno fatto durare qualche secondo di più?»). Vi segnalo – tra gli altri – Decorado dallo stesso autore di Psiconautas (e solo questo dovrebbe convincervi), con strani personaggi in costante dubbio pirandelliano tra finzione e realtà (il grido a voce roca «Decorado!» è diventato ben presto un tormentone del Festival); Une tête disparait, melanconica elegia della perdita della memoria e della lucidità mentale nella vecchiaia; Trial and Error, ovvero come riparare con perfetto british understatement un bottone rotto della giacca usando praticamente qualunque oggetto di casa (il tutto accompagnato da uno stile visivo che evoca esplicitamente il punto croce e il ricamo); Le future sera chauve, un breve corso sul vivere senza capelli senza farne un dramma e anzi, vantandosi della propria pelata.

Une tête disparait
Une tête disparait

La pubblicità è l’anima del commercio, diceva qualcuno. Nel corso degli anni sono stati diversi gli esperimenti che hanno provato con successo a fondere l’animazione e la promozione commerciale (per l’Italia basta citare l’esempio storico di Carosello). Uno dei focus di Annecy 2016 è stato proprio la valorizzazione della storia della pubblicità animata con un excursus cronologico dei migliori spot d’animazione degli ultimi decenni: in sala di proiezione (dove per una volta gli operatori del settore erano prevalenti come numero rispetto al pubblico generalista) ho potuto assistere a ottimi esempi creati da aziende come Levi’s (almeno questo lo ricorderete tutti, credo), Coca Cola (la storia di una bottiglia dall’inserimento di una moneta alla consegna), United Airlines (una vita passata in volo), Sony (i colori “esplosivi” delle tv) e da ONG come Amnesty International (il potere delle firme e delle petizioni per i diritti umani). L’ennesima occasione per ricordarsi la grande forza comunicativa di una promozione commerciale basata sull’animazione e sulla fantasia.

Il mercoledì si chiude con una piccola carrellata serale di corti dedicati alle influenze balcaniche sull’animazione francese, una sezione in cui non posso non citare almeno Une chambre bleu, viaggio onirico al centro di una psiche turbata, e Tram, divertente sinfonia del piacere sessuale e della fantasia erotica al femminile realizzata dall’autrice ceca Michaela Pavlátová.

Tram
Tram

Terzo giorno: scoperte inattese e sperimentazioni sonore

Giovedì inizia sotto una pioggia torrenziale che continuerà incessante per tutto il giorno: per fortuna il mio programma prevede una sorta di accampamento permanente in sala con brevi alternanze tra il Cinema Pathé e la sala Bonlieu, i due centri principali del Festival di Annecy. La mattina si apre con le risate offerte dalla coppia Patar-Aubier, già registi dello splendido lungometraggio Ernest e Celestine, che presenta la nuova puntata della fortunata serie Panico al villaggio con protagonisti tre piccoli giocattoli di plastica (un cowboy, un indiano e un cavallo) animati in stop motion. Battute esilaranti, situazioni assurde, interazioni al limite del surreale: tutti ottimi motivi per recuperare al più presto l’unico DVD della serie uscito finora in Italia.

Si continua con Dancing line, breve esperimento che sarebbe piaciuto molto a Kandinsky per il suo gioco di linee sinuose che si muovono a tempo di musica da lap dance; Mamie, ritratto del difficile rapporto di amore/odio tra la regista canadese Janice Nadeau (autrice dell’opera) e sua nonna; Beer, psichedelica versione animata (da uno studio italiano, finalmente: i ragazzi torinesi di Nerdo) di un poema di Bukowski che tesse le lodi della bevanda alcolica preferita dallo scritttore statunitense; Vaysha l’aveugle, corto animato canadese disegnato con uno stile originale molto simile alle xilografie di Lynd Ward (uno dei padri del fumetto USA di inizio ‘900) che racconta la vita di una ragazza indiana nata con uno strano dono: l’occhio sinistro può vedere solo il passato, l’occhio destro può scorgere solo il futuro. Molto interessante in questo caso l’uso narrativo dello split screen per rappresentare contemporanemente i due diversi piani temporali della storia intrecciati nel presente.

Panico al villaggio
Panico al villaggio

Pausa pranzo, un panino veloce in un bar del centro di Annecy (colgo l’occasione per ringraziare gli esercenti francesi per i prezzi molto onesti – in stile “caffè sul tavolino in Piazza San Marco a Venezia” – applicati durante la settimana del Festival) e poi giù di nuovo a capofitto nel programma artistico del pomeriggio, che prevede questa volta l’esplorazione dei film d’animazione francese che negli ultimi decenni si sono distinti per il loro uso originale del suono e della musica. È sempre un piacere assistere a un intreccio ben riuscito tra suoni e immagini e nessun cortometraggio lo dimostra meglio di Le Moine e le poisson, deliziosa opera del famoso regista olandese Michaël Dudok de Wit che narra la storia di un monaco all’eterna caccia di un pesce, il tutto accompagnato con della splendida musica chiaramente ispirata alle fiammeggianti suite barocche di Corelli. Dudok de Wit, per chi non lo ricordasse, è noto per il suo stile grafico ad acquerelli debitore della calligrafia giapponese e cinese ed è anche l’autore dello struggente corto Father and Daughter, uscito nel 2000 e vincitore di numerosi premi, e del recente lungometraggio The Red Turtle (coprodotto con lo Studio Ghibli di Miyazaki) che ha vinto il Premio speciale della Giuria all’ultimo Festival di Cannes (ne avevamo parlato qui).

Le moine et le poisson
Le moine et le poisson

La sera mi aspetta il programma forse più impegnativo del Festival: i temuti (o amati, dipende dal vostro gusto) cortometraggi “off-limits e avant-garde”. In un mare di «bello eh, peccato che non si capisce che cos’è e di cosa parla» mi sento di segnalarvi almeno tre corti: Estate, raggelante diorama dinamico che denuncia la scarsa empatia di turisti e polizia nel soccorso ai migranti sulle coste italiane; Dernière porte au sud, dove un bambino alquanto particolare esplora il labirintico e opprimente maniero in cui è stato costretto a vivere dalla nascita (se la trama vi ricorda qualcosa forse è perché avete già letto Jaybird, il graphic novel vincitore a Lucca nel 2014 che aveva un sviluppo narrativo molto simile); The Reflection of power, interessante esperimento situazionista che mischia in modo completamente surreale immagini apocalittiche di alluvioni e inondazioni con materiali video e audio prodotti dalla propaganda kitsch nord coreana (se guardate questo film farete sicuramente arrabbiare il Caro Leader, sappiatelo).

Ultimo giorno: l’animazione artigianale

Il mio ultimo giorno ad Annecy mi fa scoprire un talento italiano che non conoscevo: Virgilio Villoresi, appassionato di strumenti vintage del pre-cinema (lanterne magiche, zootropi, flip book e altre meraviglie simili: se fate un giro al Museo Nazionale del Cinema a Torino potete farvi una piccola cultura sul tema) che crea animazioni per marchi commerciali e artisti musicali usando prevalentemente il proprio sapere artigiano e le proprie mani. I risultati sono piccoli capolavori in stop motion che mischiano un uso sapiente della carta, una fantasia sorprendente e collage surreali influenzati dai lavori di Karel Zeman, Jan Svankmajer e Max Ernst (recuperate il suo fondamentale libro Une semaine de bonté e me ne sarete grati. Al massimo farete un po’ di incubi a tema ornitologico). Nella bella proiezione speciale di Annecy dedicata ai lavori di Villoresi vi segnalo la storia del Gianduiotto prodotta per Caffarel, i video musicali Una giornata perfetta e Pryntyl creati per Vinicio Capossela e The future we want, realizzato per l’agenzia per lo sviluppo delle Nazioni Unite.

Virgilio Villoresi al lavoro
Virgilio Villoresi al lavoro

Il mio Annecy 2016 si chiude nel modo migliore: uso le ultime due ore che mi separano dalla partenza del treno per recuperare l’unico programma cortometraggi che mi era sfuggito fino a quel momento. Ho così la fortuna di poter salutare l’atmosfera idilliaca del lago tra le montagne godendomi la visione di Waves ’98, opera libanese che unisce la cruda realtà quotidiana di Beirut con visioni oniriche di fuga dalla monotonia bellica (sì, ricorda Valzer con Bashir per certi aspetti); One minute art history (carrellata di storia dell’arte che in appena un minuto raffigura gli artisti delle varie epoche con i loro stili caratteristici); La chambre vide (tenera poesia sulla perdita del partner vissuta attraverso la traccia della polvere depositata sugli oggetti di casa) e Kaputt, corto tedesco che con uno stile grafico simile a quello dell’illustratrice Anke Feuchtenberger racconta le crudeltà e lo sfruttamento delle donne nelle prigioni femminili dell’ex DDR.

Kaputt
Kaputt

The end

Di ritorno a casa scopro dopo alcuni giorni l’elenco ufficiale dei premiati ad Annecy. Non sono d’accordo su alcune scelte della direzione artistica del Festival: l’assenza di Psiconautas dal palmarès principale, per esempio, è solo in parte compensata dalla premiazione del corto gemello Decorado. Tuttavia penso sia stata una buona edizione dal punto di vista artistico: tante novità (specialmente nel campo della realtà virtuale, tutto ancora da esplorare), alcune riconferme (la forza francese e canadese, l’innovazione spagnola e tedesca) e recuperi storici notevoli (il restauro di Belladonna of Sadness, le ottime retrospettive sull’animazione francese degli ultimi cento anni). Mi resta il ricordo di un’organizzazione eccellente (badge che funzionano veloci e al momento giusto grazie ai QR code, file ordinate e silenziose di spettatori, sala stampa dotata di ogni comfort e rete wifi onnipresente, materiali informativi ottimi e abbondanti) e di un cartellone eventi collaterali (incontri con i registi, conferenze degli studios, presentazioni di libri, dibattiti su fumetti, mostre dedicate a film storici e installazioni artistiche) molto denso e ben collegato tematicamente alle proiezioni cinematografiche .

A quando un Festival come Annecy anche in Italia? Speriamo presto.