Focus I fumetti che leggeremo questa estate 2016

I fumetti che leggeremo questa estate 2016

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Improvvisamente poi l’estate diventa quella scorsa. E in questo suo improvviso scivolare in quello spazio che chiamiamo passato, diventa meno che un ricordo. Durano niente le vacanze. Allora è meglio non perderci tempo. C’è un sacco di cose da fare nelle vacanze. Partire e quindi viaggiare, camminare zaino in spalla, nuotare, bere e mangiare, guidare (come mi piace, a me, arrivare a Parigi in auto!), giocare, andare a vela, scopare anche (se capita). E soprattutto la cosa più bella che si può fare nelle vacanze: niente. E mentre non fai niente puoi permetterti di fare una delle cose che se non serve a niente lei, non ce n’è altre che non servono a niente: il leggere. E ancor più il leggere fumetti. Per questo nello zaino che mi porto appresso tutte le estati (sono metalmeccanico e ho un mese di domeniche all’anno, d’estate) ci ficco sempre qualche fumetto. Pochi. Per esempio. Chroquettes, la raccolta pubblicata quest’anno dei reportage di JC Menu per Fluide Glacial. Praticamente un manuale di cultura (musica e fumetti) punk. Ci passerò l’estate per trovare i motivi per convincere qualcuno degli editori italiani a farlo l’anno prossimo. Tel qu’en lui-même enfin di Patrice Killoffer (uscito per l’Association l’agosto scorso, che lo avevo beccato a Parigi, ma ancora non ho avuto il tempo di gustarmelo) uno dei più grandi autori mondiali di fumetto che a ogni nuovo libro scardina tutte le teorie fumettologiche e che in Italia è (in)spiegabilmente inedito. C.A.G.ARTE Compendio Analítico Gliscromorfo ARTE di Alvarez Rabo, uscito a maggio dell’anno scorso per Artium museoa. Che ci vuoi fare l’ho recuperato adesso. Alvarez Rabo è un genio dell’umorismo (in Italia abbiamo letto solo il suo Sesso: istruzioni per l’abuso, grazie alla Topolin di Jorge Vacca – urge nuova edizione!!) che ha messo insieme in questo volume una personalissima storia dell’arte contemporanea. Da scompisciarsi. Capitan Jack, il Tex(one) di Faraci e Breccia. Perché l’ho appena preso. Perché Tito è mio carissimo amico e perché mi piace come scrive Tex. Perché con Alvar Mayor ci sono cresciuto e il Tex di Breccia jr ha la sua stessa faccia spiccicata.
–Boris Battaglia

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A settembre nascerà la mia seconda bimba. A questo fattore non da poco aggiungete una prima figlia esuberante e una moglie che ad agosto sarà all’ottavo mese di gravidanza. Sommate il tutto e avrete un risultato molto semplice: il sottoscritto si rifugerà in letture che mi salveranno dal caldo e dalla follia. Fra i titoli necessari c’è sicuramente Morire in piedi di Adriane Tomine (Rizzoli Lizard), un autore, Tomine, tra i pochi a delineare con semplicità e oggettività lo spettro dell’essere umano in tutte le sue forme e contraddizioni. Tunué ha da poco fatto uscire il nuovo lavoro di Paco Roca, uno che, nel bene e nel male, adoro. Ho seguito il suo percorso artistico con attenzione e La Casa sembra coniugare quello spirito nostalgico che aveva contraddistinto Rughe. Rosalie Lightning (BeccoGiallo) mi attira e mi spaventa al tempo stesso. Affrontare l’idea di perdere una figlia è un mio incubo ricorrente, credo sia come azzerarsi, è un evento che ti costringe a ricostruire te stesso. Tom Hart cerca di espiare questo dolore con il fumetto ed è un gesto così personale e intimo da renderlo realmente speciale. Mea culpa devo ancora leggere In Real Life di Cory Doctorow, avendo quasi finito Player One di Ernest Cline mi pare tappa obbligata. Vincenzo Filosa ha compiuto il miracolo assieme a quelli di Coconino e ha inaugurato una collana dedicata al geki-ga il cui primo titolo è La mia vita in barca di Tadao Tsuge, imperdibile. L’estate è anche tempo libero (AHAHAHAH!), tempo per le riletture. Ci sono titoli su cui non posso fare a meno di tornare, ciclicamente. È da troppo tempo che non rileggo Akira, IL capolavoro del maestro Otomo.
–Andrea Fontana

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Questa estate è quanto mai la benvenuta. Negli ultimi mesi è uscita una quantità di roba talmente interessante (almeno per me), che è stato inevitabile restare indietro con più di qualcosa. Per esempio, dopo il promettente pilot, voglio vedere come prosegue la serie tv ispirata a Preacher. Sul comodino, in attesa, ci sono Il cartelloPurity, ovvero i nuovi romanzi di due dei miei scrittori preferiti, Don Winslow e Jonathan Frenzen. E poi i fumetti. Di sicuro Patience di Daniel Clowes (sono l’unico che non l’ha ancora letto?), Morire in piedi di Adrian Tomine, La Repubblica del Catch di Nicolas De Crécy e More Fun di Paolo Bacilieri, oltre che qualche Tex o albo de Le Storie. Sarà un duro lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo… con l’aiuto di qualche spritz.
–Andrea Antonazzo

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L’estate è tempo di letture e riletture, visioni, ascolti, approfondimenti che abbiamo rimandato per tutto l’anno. In particolare, per chi ha la fortuna di dover leggere molti libri ogni mese per impegni professionali, il godimento delle letture scelte esclusivamente per il proprio piacere è riservato mentalmente al periodo vacanziero. Dunque, è l’occasione per riprendere in mano i classici di ogni ambito artistico e leggere finalmente libri consigliati dagli amici, oltre che per scoprire nuovi talenti. Come l’anno precedente, indicherò tre libri, per ciascuna categoria indicata. Approfittando dei 60 anni dalla nascita di Andrea Pazienza, mi rileggerò Pompeo: libro che mi fece “male” da ragazzo, una violenta iniziazione fumettistica (galeotto fu Lorenzo Ceccotti) nel segno del dolore e dell’immaginazione più cupa. Sarà emozionante rileggerlo dopo più di venti anni. Poi, seguendo il consiglio del saggio Nicola Ferrero, mi sono innamorato artisticamente di Nicolas de Crécy, dopo la lettura de Il Celestiale Bibendum, un colpo di genio grottesco di livello molto alto. Dunque, voglio chiudermi in uno sgabuzzino come un tredicenne introverso, scappare fuori dal mondo per qualche ora, e divorarmi La Repubblica del Catch come una leccornia dopo una settimana di digiuno. Tra le nuove uscite mi intriga Demone Dentro, l’esordio di Mattia Iacono per Tunué. Un titolo ambizioso per un tema difficile. Poi, lo so, in realtà me ne leggerò altri ventisette. Ma li conoscerete solo continuando a seguirci.
–Adriano Ercolani

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L’anno scorso c’ho provato. Mi son detto vai, intanto li scrivi qui così almeno è un buono proposito e magari li leggi davvero. In realtà, i fumetti che avevo messo nella lista delle letture estive del ’15, non li ho letti. Perlomeno non tutti. Perché la pila era alta e perché non mi piace stare fermissimo col lavoro in estate, quindi non ho avuto più tempo del normale. Quest’anno potrei compilare di nuovo la lista dei buoni propositi e poi si starà a vedere cosa riesco a leggere. Potrei leggere Blake e Mortimer, che l’edizione da edicola è finita da poco, ma son tanti. Alla fine lo so che li ho comprati più che altro per avere una scusa per l’unica mia attività “sportiva”: andare a piedi all’edicola dall’altra parte del paese. Devo mettermi in pari anche con Hip Hop Family Tree, che sto prendendo nell’edizione americana in albetti. Poi c’è il quinto Crickets di Sammy Harkham (è un albo veloce da leggere, ma sul quale merita soffermarsi) e il quinto Ganges di Kevin Huizenga (i precedenti erano usciti anche per Coconino Press). In pratica, ho in arretrato quelle pubblicazioni americane che non sempre faccio in tempo a leggere, ma sarebbero quelle che solitamente preferisco. Il che mi ricorda che devo ancora ordinare l’ultimo di Chester Brown (Mary Wept over the Feet of Jesus). Ci sono poi anche le uscite Retrofit e Koyama Press, i due editori americani small press che attualmente stanno dando il meglio. Di loro, su tutte aspetto il nuovo libro di Aidan Koch (After Nothing Comes). Per lei al momento potrei usare solo dei superlativi (positivi); è una raffinatissima disegnatrice e delicata narratrice. Attendo a giorni il secondo Klaus Magazine di Richard Short (le sue strisce si leggono in italiano su Linus, da marzo, con mia traduzione). L’anno scorso segnalai la lettura di We Can Never Go Home, pubblicato dall’ottima Black Mask, tra poco uscirà in italiano (per Edizioni BD), e ho continuato a leggere altri titoli della giovane casa editore, il più recente e divertente è 4 Kids Walk Into a Bank, un racconto suburbano, ironico, misterioso, e ben costruito. Mi fermo, che non vorrei fare come l’anno scorso.
–Valerio Stivè

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Estate. Gli altri comprano costumi da bagno e creme solari, io invece faccio scorta di penne e taccuini: ho un nuovo lavoro e voglio arrivare equipaggiata. E dato che per raggiungere l’ufficio devo attraversare ben tre diversi comuni coi mezzi pubblici, mi sto attrezzando anche sul fronte letture. I volumetti dei manga, a questo scopo, sono perfetti. Occupano poco spazio nella borsa, non pesano niente e riesci a sfogliarli anche pigiata nella calca. Calcolando che mi aspetta un’ora abbondante di autobus al giorno, e che le tavole di Kentaro Miura sono troppo belle per non imbambolarsi ad ammirarne i particolari, in tre settimane dovrei riuscire a smaltire la pila di volumi di Berserk che incombe su di me dallo scorso autunno. Dopo averlo divorato in pochissimo tempo fino al numero 18, ho accusato una sorta di calo fisiologico: metabolizzare così tanti anni di sviluppi in così pochi giorni mi ha provata. Non credo di aver mai letto, prima di Berserk, un fumetto tanto intenso, epico e struggente. A proposito di manga che chissà se finiranno mai, ho deciso di consacrare ufficialmente la mia estate 2016 ai recuperoni. È tempo di affrontare la lettura che rimando da più tempo in assoluto, quella di Glass no Kamen – La maschera di vetro di Suzue Miuchi, noto in Italia come Il grande sogno di Maya. Se siete abbastanza vecchi da aver intercettato il cartone animato in tv, probabilmente anche voi sarete rimasti traumatizzati dai metodi d’insegnamento a dir poco cruenti della signora Tsukikage, la maestra di recitazione della protagonista. Beh, sappiate che le sofferenze dell’aspirante attrice Maya Kitajima, iniziate nel lontano 1976, non sono ancora finite, perché il manga è tuttora in corso. Pare che di recente l’autrice abbia affermato che la conclusione è alle porte, ma la realtà è che non ci crede nessuno. L’aveva detto anche prima del suo ultimo periodo sabbatico, e di quello prima ancora. Suzue Miuchi: don’t believe her lies.
–Cristina Bignante

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Questa estate mi tocca dividere le letture in due: quelle che potrò portarmi in auto, e quelle che riuscirò a far stare dentro a uno zainetto nella settimana che trascorrerò senza auto (roba per tablet e poco più, temo). Il problema è che tra le cose che più vorrei leggere, cumulatesi tra gli arretrati da smaltire, ci sono volumazzi dalle dimensioni improbabili. Finirà che l’uber-filologico Dinomania, il meta-artistico Cowboy Henk, gli ultimi due sconclusionati Franky (et Nicole) e Alex Raymond: an artistic journey li leggerò in autunno. Però almeno un paio di bei tomi li porterò. Uno è il classico ‘perduto’ di Franco Caprioli La storia della navigazione, l’altro è Demons and Angels 2: The Mythology of S. Clay Wilson, che prosegue la riproposta del lavori di uno dei fondatori dell’underground. Un autore in Italia (e non solo) piuttosto snobbato perché “sgradevole” in misura straordinaria: le sue sono storie tremendamente violente, volgari nel senso più grafico del termine, interpretate da psicopatici, tossici, pirati e piene di disgusto, blasfemia e priapismo, come solo un tragico spirito nichilista poteva immaginare. Oggi quei fumetti osceni potrebbero portare chiunque diritto in tribunale; allora, invece, Wilson fu la vera figura carismatica della stagione dei Crumb & C., stimato dai colleghi e ricercato collaboratore da Kathy Acker, William Burroughs, Ken Kesey. Uno straordinario attrattore oscuro, produttore di incubi sardonici; il più grande dei fumettisti “brutti, sporchi e cattivi”. Tra i libri di studio in valigia metterò Hellboy’s World: Comics and Monsters on the Margins di Scott Bukatman. E non tanto perché si occupa di Hellboy, anzi direi nonostante Hellboy. Devo infatti ammettere che non ho mai ritenuto Mignola troppo stimolante: bravo sì, ma come un elegante ed eccellente scolaro (dei maestri della china nerissima alla Alex Toth o Kirby). Saperlo analizzato da Scott Bukatman, però, cambia tutto. Perché Bukatman è tra i più dotati fumettologi sulla piazza, un mediologo che ragiona sugli “immaginari collettivi” con una freschezza concettuale che è ormai cosa rara, visto l’andazzo storicistico (o estetologico) che caratterizza gli studiosi più giovani. Se la famiglia non si accorge, sotto il sedile infilerò una ventina di albi per mettermi in pari con Adam Wild, Orfani: Nuovo Mondo e Morgan Lost. La serie di Manfredi continua ad essere disegnata maluccio, ma la sua rilettura dell’Ottocento è ben più avvincente di tanti bignamini storiografici pubblicati su LeStorie. Al contrario Orfani: Nuovo Mondo è un fiorire di gimmick grafici davvero inconsueti per i codici bonelliani, mentre Morgan Lost ha il potere misterioso di mettermi di buonumore. Forse le ragioni sono poco serie (snobisticamente: il tasso di kitsch è davvero elevato), ma trovo che il suo mix di citazionismo e “ricerca del sublime nel pop di serie B” sia perfetto per una lettura da ombrellone. Per le nottate con bimbi a nanna, mi sono tenuto da parte due volumetti de La scuola senza pudore e due episodi di Soil: la paura sa rendere le notti d’estate più fresche. Nel tablet, invece, sono già pronte un tot di serie americane da leggere in 10 minuti a episodio. Innanzitutto tutta Island (fate anche 30 min., causa ammirazione disegni), la serie antologica di quel guascone di Brandon Graham. Vorrei anche capire cosa sta combinando Warren Ellis con i suoi Injection, Moon Knight e Karnak (8 min. cad.). Poi la stramba Art Ops di Allred su ladri spazio-temporali di arte, Pencil Head di Ted McKeever, l’ultima hipsterata di Peter Milligan (New Romancer, tra dating apps e Lord Byron) e, per entrare in clima di elezioni americane, le disavventure del candidato-della-gente-comune Citizen Jack. [PS: senza Topolino e lo Speciale estivo di Martin Mystère, per me non si può parlare davvero di «vacanze italiane».] DISCLAIMER: l’autobiografia a fumetti di Shigeru Mizukiiniziata l’estate scorsa, non l’ho ancora terminata. A questo giro attaccherò il secondo volume. La finirò nel 2017 (forse). Shame on me: non capita spesso di leggere vite di fumettisti davvero straordinarie. Ma i classici hanno bisogno di tempi morbidi. E Mizuki va bene tanto oggi quanto sarà fra 30 anni.
–Matteo Stefanelli

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Caldo, sole e mare per me vogliono dire una cosa sola: S.A.S., Sua Altezza Serenissima, ovvero Malko Linge, il principe delle spie. Da anni le sue storie adrenaliniche mi tengono compagnia sotto l’ombrellone. E anche questa volta sarà così. Per un’estate all’insegna dell’escapismo totale, infatti, ho assolutamente bisogno di avventura di genere. Possibilmente giallo, noir e spy story. Questo, parlando di fumetti, vuol dire portasi dietro una buona dose di Diabolik. Ottimo sotto il sol leone, perfetto con una birra gelata, fantastico coi piedi a mollo. Se poi capita di pescare una di quelle storie in cui c’è Ginko che spadroneggia allora si gode pure. Spazio anche ad altro, però. Perché magari la sera, prima di andare a letto, mi prendo un po’ di fresco in veranda leggendo le ultime cose di Brubaker e Phillips: Velvet, Fatale e l’ancora inedito in Italia The Fade Out. In più: gekiga, per non perdere due di quelle che considero sicuramente tra le migliori uscite dell’anno: La mia vita in barca di Tadao Tsuge ed Elegia in rosso di Seiichi Hayashi, che Coconino da alle stampe proprio in questi torridi giorni di luglio.
–Andrea Queirolo

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Durante quel curioso e fuggevolissimo cronotopo che alcuni chiamano estate, posso finalmente dedicarmi a quei fumetti che ho accumulato nei rimanenti 11 mesi (ride). Prima di tutto sarà il turno di un paio di volumoni di comics dell’anteguerra, e in realtà non è proprio svago perché rientrano in una più ampia ricerca sulle origini del supertizi: gli omnibus di Superman e Batman (o, meglio, Bat-Man) della golden age. Sempre parlano di fantaroba americana d’antan, ho sul comodino anche un paio di maneggevoli volumi di Flash Gordon della IDW, grandi come il Nebraska, e – diciamo la verità – presi grazie a un glitch di Amazon che me li ha fatti portare a casa a pochi euro (in ogni caso, le tavole di Raymond a questa grandezza valgono tutto il prezzo di copertina). Un altro librone che sta prendendo ingiustamente polvere è La grande guerra di Sacco, anche se devo ancora elaborare un metodo di fruizione appropriato per un’opera dalla portata così monumentale. Mi piacerebbe anche recuperare tutta una serie di volumi di cui ho sentito un gran bene, ma che non ho ancora avuto modo di leggere. Nello specifico, sto pensando a Here, di Richard McGuire, di cui ho solo visto la bella mostra lucchese, nonché Unflattening, di Nick Sousanis (queste ultime righe sono state scritte perché in questo periodo cade il mio compleanno e non si sa mai che qualcuno voglia farmi un regalo e non sappia cosa prendermi). Spostandoci in Italia, direi che sarà il caso di leggere UT, di Barbato-Roi per Bonelli, per ora preso e solo sfogliato. Il fatto che stia dividendo così tanto gli animi mi lascia ben sperare. Infine, rivolgendo lo sguardo al sol levante, vorrei avere finalmente il tempo di rileggere tutta la serie Dorohedoro, piccolo gioiello di Q Hayashida assai poco considerato (btw, quando esce il ventesimo e ultimo numero?), così come sarebbe il caso di approfittare della pausa dovuta al cambio di editore per fare il punto della situazione su Billy Bat di Naoki Urasawa.
–Daniele Croci

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Ciao amici miei di myspace! Sapete, quando sono arrivato su Fumettologica, mentre mi toglievo il cappellino dei Chicago Cubs e appendevo al muro il gagliardetto della Brown, ho notato che c’erano molti Andrea, più bravi di me. Mi consolavo di essere l’unico Andrea F. ma poi è arrivato Andrea Fontana. Quindi ecco il programma estivo del miglior Andrea Fiamm. di tutta Fumettologica. In pole position ho Amadeo & Maladeo di R.O. Blechman, un grande che ha fatto un libro piccino che odora di fiaba della buonanotte, da leggere con la porta della cucina aperta così entra l’afrore della sera; Messages in a Bottle di Bernard Krigstein, con un apparato critico al bacio, La casa di Paco Roca e Rasl di Jeff Smith, sempre lisciato ma siccome la mia biblioteca si fa dettare l’agenda culturale dalla Bao ora ce l’ha e l’ho recuperato. Perché ok, Larcenet si compra sulla fiducia ma Quasi signorina magari prima lo leggo. Bastien Vivès invece, che motteggiavo per i suoi ghirigori esistenziali da iuavvino, non si legge proprio più. Un giorno vi parlerò delle biblioteche della mia zona che regalavano questi segnalibri per la giornata della letteratura ergo VENETO LOCOMOTIVA DEL MONDO. Sto col freno a mano tirato per leggere Renato Jones: The One%, di Kaare Andrews, della cui produzione mi rimarrà sempre nel cuore Raggio di luce – una storia di Spider-Man dalla lacrima facile. Renato Jones mi ispira per la baldanza, in bilico tra la cafonata e la bomba: ha in copertina la dicitura “Creato, scritto, disegnato, colorato e posseduto da Kaare Kyle Andrews”, e parla di un vigilante che vuole appianare le differenze tra l’1% della popolazione più ricca e il 99% il cui orizzonte di agiatezza è la linea Deluxe della Lidl. Ad agosto dovrebbe arrivarmi The Lost Work of Will Eisner, opera finanziata da me medesimo su Kickstarter. Sono strisce giovanili che Eisner in teoria avrebbe firmato con due pseudonimi. Lo attendo con trepidazione e la consapevolezza di essere stato vittima di una truffa alla nigeriana, però sapete com’è il feticismo. L’ovvietà che tamburella sulla tastiera al posto mio vi consiglia qualche lettura recente: Sputa tre volte (scena iniziale magica), Le variazioni d’Orsay e I guardiani del Louvre. Queste ultime due opere sono accostabili perché, al di là dei motivi più immediati, proiettano un’immagine financo compassata dei loro autori ma sono palesemente una scusa per dire quanto amano la EFFE I GI A. Lo stesso dicasi de Il porto proibito, un prodotto a misura di spiaggia nel senso buono (ma cosa parlo a fare che in spiaggia non ci sono mai stato?). Lo inizi un pomeriggio di luglio e ti ritrovi a finirlo con un cartoccio di caldarroste stretto in grembo. Per quanto mi riguarda, il fumetto che fa più estate resta Nextwave, il re della CASGIARA di cui sogno un’apologia a firma di Evil Monkey. Poi fate vobis.
–Andrea Fiamma

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Tutte le volte che metto piede da Junkudō, da Mandarake o da Book Off, cado inevitabilmente vittima della sindrome da acquisto compulsivo. Prima di lasciare il Giappone, spedisco sempre qualche pacco pieno di manga… il problema è riuscire a trovare il tempo per leggerli tutti. Meno male che l’estate è ormai alle porte: i mesi di luglio e agosto sono per me gli unici momenti dell’anno in cui riesco parzialmente a “smaltire” le letture arretrate. Il primo della lista è Shurayuki hime – Fukkatsu no shō (Lady Snowblood – La rinascita) di Kamimura Kazuo e Koike Kazuo. Si tratta del seguito del fortunato Lady Snowblood, pubblicato in Giappone tra il 1973 e il 1974 sulle pagine di Weekly Playboy: lo avevo già letto in passato, ma questa volta dovrò anche tradurlo (uscirà entro l’anno sempre per J-Pop). Le altre letture ruoteranno attorno a progetto sui gourmet manga che vedrà la luce il prossimo anno. Mi preparo a leggere e a rileggere alcuni classici (Oishinbo; Cooking Papa; Shōta no sushi; Mister Ajikko), ma anche le serie più popolari degli ultimi anni (Toriko; Bambino; Shinya shokudō; Hana no zuborameshi). In una lista potenzialmente infinita, però, non posso escludere titoli come Cake Cake Cake di Hagio Moto, Udon no onna di Est Em, Totsugeki ramen di Mochizuki Mikiya e soprattutto Anmitsu hime di Kurakane Shōsuke. Insomma, quest’estate la parola “dieta” è bandita.
–Paolo La Marca

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Il mio fumetto per questa estate è Jessica Jones: Alias. Lo rileggevo proprio ieri: ho ri-finito il primo numero (Panini Comics sta raccogliendo la serie in volumi speciali, NdR) nel giro di qualche ora. Bendis riesce a raccontare la storia di una ragazza, ex-supereroina, senza (quasi) mai peccare di sessismo. Jessica è Jessica, non Brian e nemmeno quello che Brian crede che sia Jessica. È una persona vera, con il suo passato e i suoi problemi. E poi è un fumetto attualissimo: Jessica è un’investigatrice privata, vive in una New York riconoscibile, ogni caso che deve affrontare è un caso – per l’universo Marvel, ovviamente – possibile, concreto e rintracciabile. I disegni di Michael Gaydos sono perfetti. Giocano sulle espressioni (talvolta immutabili) e sulla costruzione della tavola: riquadri che seguono riquadri, botta-e-risposta, rigidità delle pose e comunque un’espressività scenica (è il contesto intero che racconta una storia, non il singolo personaggio) vincente. Jessica non è sola. Con lei, sullo sfondo o al suo fianco, ci sono i Vendicatori (Cap America, per esempio) e gli altri supereroi (il quasi sessuomane Luke Cage). La storia non è mai priva di connotazioni politiche e sociali. Jessica Jones: Alias è un fumetto che vive in e con la società americana, riferendosi a un target ben preciso, parlando non solo al “solito” pubblico delle fumetterie, ma pure all’uomo (o alla donna) della strada, che un fumetto non l’hanno mai letto in vita loro. Altra valutazione, ben più superficiale, riguarda questa edizione della Panini Comics: copertina rigida, morbida, e cover bellissime. Questo non è solo un fumetto, come dice nella sua introduzione, datata 2002, Jeph Loeb; questo è un “comic book noir”. E “non è piacevole. Ma di sicuro è molto divertente”. E aggiungerebbe Jessica: “cazzo”. Buona lettura e buona estate.
–Gianmaria Tammaro

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Un viaggio in Irlanda in programma per luglio mi permetterà di esplorare un mondo fumettistico per me completamente sconosciuto. Già da qualche giorno sto cercando di informarmi sulla produzione autoctona dell’isola. Voglio scoprire se esiste una produzione locale o se troverò soltanto fumetterie traboccanti di comics statunitensi, manga o, nel migliore dei casi, fumetti britannici. Il mio piano è di battere i comics shop di Dublino – fa parte del patto con la fidanzata se vuole fare shopping – per cercare qualcosa di bizzarro. Riempirmi di fumetti di case editrici minime o di autoproduzioni da leggere con calma a casa nel lungo vuoto caldo agosto. Che so, mi piacerebbe trovare uno Zerocalcare che racconta la vita nei sobborghi con uno slang misto inglese e gaelico, oppure il Joe Sacco dell’Ulster, narratore per immagini degli scontri tra cattolici e protestanti e delle bombe dell’IRA. Ancora, agili fascicoli che raccontano le migliori partite di rugby del campionato irlandese, con illustrazioni realistiche di fango e mazzate. Prometto che se scoprirò qualcosa di interessante, qualcosa di diverso da racconti di pastorizia e birra (evviva gli stereotipi), ve lo racconterò volentieri. Nel caso in cui l’Irlanda si rivelasse una delusione, ripiegherò sulla montagna di letture arretrate che al solito mi aspetta a casa. Da quando frequento il Festival di Angoulême ho preso il terribile vizio di riempirmi di saggi in francese sulla BD. Poiché il mio francese è traballante e nessun editore italiano ha ancora deciso di bruciare qualche valigetta di banconote per far tradurre libri che compreremmo in 10, l’unica possibilità per leggerli è di impegnarmi davvero in estate, quando la solitudine milanese mi toglie qualsiasi distrazione. Un lavoraccio. Per fortuna ogni mercoledì arriverà Topolino in casella a salvarmi…
–Alberto Brambilla

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La redazione mi ha chiesto esplicitamente di non bucare questa consegna, come mio solito, perché nell’elenco delle letture estive dei fumettologici siamo a corto di quote rosa (e poi facciamo la fine di Angoulême). Quando si dice sentirsi stimati per le proprie qualità umane e professionali. Vi voglio bene [anche noi NdR]. Detto ciò, la vergogna cada su di me per il ritardo che ho accumulato nello smaltire i fumetti acquistati. Sul comodino, o impilata chissà dove. Ho roba di due o tre Lucche fa (come ben sappiamo, Lucca Comics è una comoda unità di misura di tempo per i fumettari). Ebbene, io da molte Lucche non riesco a leggere tutto quello che compro, e mi riprometto di farlo quando avrò più tempo, ovvero sì, in estate. Forse. In effetti quest’anno non avrò poi tutto questo tempo, perché partirò zaino in spalla per il Giappone e dubito di riuscire a ficcarci fumetti. Casomai ne riporterò (aumentando la pila e bla bla bla). Però voglio che questo mio breve pezzo funga da personale lista di buoni propositi e dunque io qui mi riprometto di riuscire a leggere, prima della partenza (17 agosto), ALMENO i seguenti fumetti: Kobane Calling e Biliardino, ebbene sì, ne decanto le lodi e non li ho ancora letti. Faccio schifo. Poi La tecnica del perineo e Morire in piedi. Li ho iniziati entrambi ma giacciono inevasi. Poi l’antologico Un ragazzo parte per un viaggio. Ferisce qualcuno. Non torna più a casa di quei simpaticoni del collettivo Mammaiuto, che mi piacciono tanto. Poi gli inevitabili Quaderni giapponesi di Igort. Infine l’unico titolo recente, che mi sbrigherò ad acquistare, ovvero Gringo di Osamu Tezuka (probabilmente il primo che leggerò, perché se anche tutti i fumetti del mondo sparissero e restassero solo quelli di Tezuka, ci andrebbe comunque di gran lusso). Sul versante seriale siamo messi meglio perché supereroi non ne leggo, Bonelli non ne leggo e manga ne compro ormai pochissimi, ma pure quelli finiscono impilati (però in ordine). Dovrei mettermi in pari con Inuyashiki, di cui ho letto solo il volume 1 e siamo al 4, e finire finalmente A silent voice, di cui mi mancano gli ultimi tre o quattro (su sette). Sto messa benissimo! Buone vacanze a tutti!
–Federica Lippi

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Arriva l’estate, le uscite si diradano ed è l’occasione per andare a colmare qualche lacuna. Nel mio caso non solo relativa al 2016 ma, da ritardatario quale sono, quasi decennale. L’idea sarebbe quella di mettermi in pari con Chew, magnifico titolo Image abbandonato in maniera sconsiderata al quinto volume e ormai prossimo alla gloriosa conclusione. Sono sempre stato conscio si trattasse di una serie eccezionale, sia chiaro. Purtroppo, però, con le uscite troppo prolungate nel tempo ho questo grosso problema: perso un volume la settimana d’uscita incomincio a procrastinare e rimango indietro in maniera criminale. L’aspetto ironico della faccenda è che ho un ricordo davvero fantastico legato all’uscita del primo volume italiano. Nel 2009 Bao Publishing era appena nata e Chew era uno dei suoi primi libri a raggiungere gli scaffali delle fumetterie. Non avevo idea di cosa parlasse quello strano titolo, ma il fatto che il tour promozionale passasse da Bergamo era sufficiente a renderlo irrinunciabile. Arrivato il fatidico giorno, ormai era il 2010, mollo l’ufficio a metà pomeriggio e mi dirigo a velocità folle verso il centro. Due autori Image nella mia piccola provincia, pensavo, chissà che file chilometriche ci saranno. Meglio muoversi in anticipo e non perdere troppo tempo in convenevoli. Invece fui il primo e l’unico, perlomeno al momento in cui me ne tornai a casa, a mettermi in coda per la sessione di firme. Poco male, perché il disegno che Rob Guillory mi fece rimane bellissimo. E lo è ancora di più affiancato alla dedica di John Layman. Non ho idea se quel giorno si presentò qualcun altro, mi pare comunque che il tempo abbia dato ragione a quel minuscolo, strampalato, bellissimo fumetto. A questo punto non posso più rimandare una fortuna di cui mi privo da troppo tempo.
–Evil Monkey

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L’estate è il paradiso dei meteopatici: le giornate si allungano e rinasce l’ottimismo. D’estate si progettano castelli da costruire a settembre e io do spazio alle energie e a due tipi di letture: l’avventura totale che spalanca in altri mondi e le narrazioni di ampio respiro. Bando ai libri biografici e intimisti a meno che non siano loro stessi viaggi in luoghi distanti. Niente furbate, comunque. Sotto l’ombrellone i fumetti si rovinano, meglio comprare la Settimana Enigmistica. Con l’eccezione di Anubi di Taddei&Angelini. Dato che il volume stesso ispira la manipolazione mi concederei di rileggerlo in spiaggia, colorarlo (è in bianco e nero), aggiungere personaggi al bar (copiando i vicini di lettino) mentre Anubi scrocca Campari agli amici. Nelle fresche sere di riposo partirò subito con una bomba, Green Manor di Fabien Vehlmann e Denis Bodart. Londra, fine ottocento, un club di gentiluomini e 16 casi di delitto da risolvere. Sono curiosa di leggerlo, ma comunque la matita di Bodart è indiscutibile. Le predominanti di colore nelle tavole ci catapultano in una Londra notturna e misteriosa, elegante e intrigante. A proposito di eleganza, concluderò la lettura di Blake e Mortimer di Edgard P. Jacobs, che soddisfa totalmente la mia sete estiva di linea chiara e di azione fantastica. Nessun approfondimento psicologico per i due granitici protagonisti. Il massimo che il prof. Mortimer potrà arrivare ad esclamare sotto tortura è: “Old Chap! Questi manigoldi la pagheranno”, mentre il suo amico e agente segreto Francis Blake solleva un sopracciglio. Mi dedicherò poi ad un autore unico, di cui purtroppo non leggeremo più novità: Darwyn Cooke e la sua serie noir su Parker, il personaggio inventato da Richard Stark. I disegni retrò e la bicromia scelta da Cooke non sono mai superati o datati. Uno dei miei fumetti preferiti, anche se ne ho letto solo un capitolo. Non mi farò mancare qualche serie supereroistica: Vision di Tom King e Gabriel Walta (non ancora uscito in italiano, però) e Dr Strange di Jason Aaron e Chris Bachalo. La follia compositiva delle tavole di Bachalo mi convince a prescindere, spero che la storia mi prenda altrettanto. Vorrei assolutamente portare avanti la lettura di Deadly ClassRick Reminder e Wes Craig raccontano una high school particolare in cui si impara l’arte dell’omicidio. A rendere credibile il contesto e a farlo passare in secondo piano rispetto alla durezza della vita del liceale adolescente ci sono le tavole esplose di Craig, la regia forsennata, le trovate grafiche e i colori sparati, usati in chiave non reale e narrativa. Un trip, che spero continui come è iniziato. Le epopee che preferisco sono quelle che arrivano al cuore dell’uomo: ho trascurato per tutto l’inverno Blast, in cui Larcenet dipinge coi grigi (e qualche colore, a volte) una ricerca che passa dalla necessità di ridisegnare un’esistenza alla verità e natura del linguaggio, di tutti i linguaggi. Davide Reviati in Sputa tre volte torna a parlare di adolescenti che si muovono, esplorano, scoprono territori e incontrano l’Altro, in tutti i suoi significati. Conoscendo Reviati, la sua provincia in bianco e nero deve essere in bilico tra la ruvidezza della periferia e il fascino fantastico e spaventoso di una giungla. Come ogni estate, andrò  a tappare buchi dove dovrebbero esserci dei capisaldi. È ora di dedicarmi a Love & Rockets dei fratelli Hernandez: mi pentirò amaramente, lo so, di non averlo letto quando non avrei tenuto conto di linguaggi, disegni, analisi e altre pesantezze, ma solo della forza dirompente del punk.
–Valentina Griner

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La mia lista di buoni propositi di questa estate includeva: il riposo più assoluto; lo sport; una dieta equilibrata; alcuni viaggi; la lettura di buona parte dei volumi acquistati nel corso degli anni precedenti. Ad oggi, 5 luglio 2017, devo dire che non sto facendo quello che si potrebbe definire un ottimo lavoro. Scrivo questi brevi appunti con accanto l’omologo articolo relativo all’estate 2015. Non ho ancora finito di rileggere né L’EternautaBig Questions di Nielsen né il secondo volume dell’integrale di Monster Allergy (e uscendo dall’ambito dei fumetti, la trilogia di Gormenghast, Dombey e figlio e tanti altri romanzi e saggi che affollano comodino e scaffali), così come ho lasciato un paio di volte in sospeso l’interessate La tecnica del Perineo e la terza rilettura dei tre volumi di Gus (che non mi stancherò mai di consigliare praticamente a chiunque). In continuità con l’anno scorso, però, prosegue il mio incessante recupero dell’universo dei manga. Recupero che mi sta dando molte soddisfazioni. Sono finalmente riuscito a reperire tutti i volumi della ristampa de L’ospite indesiderato, lasciato in sospeso contro la mia volontà quando avevo appena vent’anni. Devo dire che il fascino dell’opera resta immutato – ed è un fascino sottile e potente – ma il finale frettoloso e un po’ tirato via mi conferma nei dubbi che anche la più recente fatica di Iwaaki, Historie, mi avevano suscitato. Continua invece la mia immersione nel mondo o, meglio, nei mondi di Atsushi Kaneko. Dopo aver recentemente concluso la – conturbante – lettura di Wet Moon attendo con un misto di impazienza e senso di prossimo abbandono il finale di Soil, mentre Bambi Remodeled è quella che si potrebbe chiamare la mia unica vera e propria lettura estiva (insieme, forse, a Thorgal, che per lo meno è rinfrescante). La pubblicazione con il contagocce di una delle mie opere preferite degli ultimi anni, invece, I am a Hero di Kengo Hanazawa, mi impedisce di inserirla nelle “letture per l’estate”. Sono strani questi giapponesi. C’è un filo conduttore fra tutte le opere che ho citato qui. Tutte offrono, più o meno, spunti rimasticati e predigeriti altrove, tutte portano avanti le loro storie con un didascalismo a tratti irritante che poco spazio dovrebbe lasciare alla suggestione, ma c’è un qualcosa, forse anche legato all’estensione, che le rende particolari. Dopo questa banalissima considerazione, che mi piacerebbe però sviluppare in seguito, concludo questo mio innaturalmente breve intervento e vado a fare una passeggiata. Sperando che valga come “sport”.
–Andrea Tosti

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Questo intervento si intitola “Del non pagare uno psicologo o ‘ma Dario Forti non ce li ha degli amici che lo ascoltino al posto nostro?’” (sarà anche il nome del Meridiano a me dedicato, con la raccolta di tutti i miei fondamentali contributi al mondo del giornalismo). Se volete soltanto una lista di titoli senza dover per forza leggervi altre 3K battute di ciance a vuoto, leggete solo le parti in grassetto. Quest’estate io e il mio migliore amico abbiamo deciso di fare Atene-Istanbul in bicicletta, reiterando il ‘20 giorni di pedalate, pasti non assicurati e notti trascorse uno sopra l’altro in una tenda microscopica. No docce, no verdure e no compiti’ del viaggio Porto-Siviglia dell’anno scorso. Il giorno in cui l’abbiamo deciso, a Istanbul è scoppiata un’autobomba alla fermata di un autobus. Non ci siamo fatti intimorire, e qualche settimana dopo abbiamo comprato i biglietti; esattamente 15 minuti dopo il nostro acquisto, un commando suicida di sette persone uccideva più di quaranta persone all’aeroporto Ataturk, lo stesso da cui saremmo dovuti tornare noi. Ora, dovete sapere questa cosa: nell’ultimo anno solare, ho rischiato di morire un po’ di volte. Prima mi è venuta un’infezione al cuore [non credo fosse esattamente mortale, sto esagerando per il piacere della fiction, spero che io e Gay Talese rimaniamo amici e ci spaccheremo ancora di Sazerac la prossima volta che ci troveremo a discutere di letteratura in qualche club di New York]; poi, mentre andavo a Cabo da Roca, sono volato a 40 km/h giù dalla bicicletta su un tornante, finendo nella carreggiata opposta, e se adesso non sono marmellata di Dario lo dobbiamo a un tipo con la canottiera di Rajon Rondo e alla sua prontezza nel frenare a quelli che – visti da molto vicino – sembravano proprio 10 cm dalla mia faccia; infine, all’ultima Lucca un vecchietto si è confuso con un livello di Carmageddon e ha centrato in pieno me, l’indomito timoniere di questa barca e l’inestinguibile Andrea Fiamma. Non che tutto questo sia un problema, visto che la mamma mi ha fatto bello, bravo ed epicureo. E non che stia dicendo che appena metterò piede a Istanbul qualcuno mi userà come via più veloce per le proprie 72 vergini (nel caso, comunque, vorrei il mio 10% da referral). Però la consapevolezza che i miei giorni su questo sasso lanciato attorno al Sole non siano infiniti è abbastanza radicata in me in questi ultimi tempi. Questo è il principale motivo per cui ho deciso di dividere le mie letture a fumetti estive in due macro-filoni: a) recuperare la roba che ho lasciato in sospeso, perché vorrei lasciare il mondo della carne sapendo perlomeno chi ha sparato all’Osservatore e b) rileggere i miei fumetti preferiti di sempre, per accomiatarmi in pace con la vita. Per quanto riguarda a), si tratta di riprendere a leggere gli albi delle testate regolari Marvel e DC che seguo (9 per la prima, 4 per la seconda) e relativi cross-over. Attualmente sono fermo con quasi tutte ad agosto 2014 e l’ultimo mega-evento che ho letto è Infinity. Ho già iniziato il progetto partendo con gli Uncanny Avengers di Rick Remender, e sono rimasto molto deluso, soprattutto perché l’avevo amato molto con la sua X-Force. Gli Uncanny e gli All-New X-Men di Bendis invece mi stanno piacendo, soprattutto quando ha il tempo di buttarla in soap opera, che è tutto quello che voglio dagli X-Men. In più sono graziati rispettivamente dai disegni di Chris Bachalo e Stuart Immonen. Menzione d’onore per i New Avengers: Hickman è sempre eccessivamente pomposo, però c’è una tensione sessuale repressa fra Pantera Nera e Namor che mi diverte. Per la parte b) invece il discorso è molto semplice: mi rileggerò tutto The Invisibles di Grant Morrison. È una serie a fumetti incredibile, il cui riassunto potrebbe essere qualcosa del tipo “le avventure di una cellula anti-terroristica che si batte per la libertà in un mondo a metà strada fra 1984 di Orwell e Matrix dei fratelli Wachoski”, se questa definizione non fosse l’equivalente del dire che L’Eternauta è un fumetto sulla neve. Quando l’ho letto la prima volta avevo 13 anni, ci ho capito poco e mi esplose il cervello a causa degli infiniti input dati da Morrison all’interno delle storie (mischiava agevolmente varie mitologie e religioni [induismo, taoismo, buddismo], teorie del complotto, controinformazione, cultura pop, esoterismo e situazionismo). Ah, poi quando (se) tornerò dalle vacanze a settembre dovrebbe attendermi l’omnibus de I Fumetti della Gleba. È un balenottero di 900 pagine che contiene, come i più furbi di voi avranno già capito, tutti i Fumetti della Gleba pubblicati nel corso degli anni dal Dottor Pira (definito dal nostro Evil Monkey “un grande fumettista”). Sì, lo so, vi ho propinato quattromila battute soltanto per consigliarvi qualche schifida serie Marvel, un classico del fumetto anni ’90 che probabilmente avete già letto tutti e una marchetta al mio fumettista preferito. A mia discolpa 1)vi do consigli tutto il maledetto anno, per una volta che siano gli altri a sbattersi e 2)fosse per me l’unico consiglio valido e universale che mi sentirei di dare nell’ambito dei fumetti è “niente che abbia in copertina il nome ‘Alberto Madrigal’”. CIAO BUONE VACANZE MAIUSCOLE SE SIETE ARRIVATI A LEGGERE FINO A QUA SIETE BRAVI.
-Dario Forti

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