Gaiman e Whedon contro la manipolazione creativa dei fan

Negli ultimi quindici anni, il Web ha cambiato il modo in cui gli utenti usufruiscono di un certo prodotto (culturale o meno), mutando di conseguenza il rapporto tra mittente e destinatario di quello stesso prodotto. La situazione è precipitata nell’ultimo lustro, in cui lo scontro per il controllo dell’opera (film, fumetto, libro o altro) si è talmente inasprito da generare controversie sempre più frequenti – si vedano i recenti casi di Capitan America o Ghostbusters. Proprio una delle protagoniste del nuovo Ghostbusters, Leslie Jones, si è presa una pausa da Twitter in seguito agli attacchi razzisti ricevuti dai detrattori del reboot.

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Lo stesso ha fatto Joss Whedon, dopo essere stato tra i primi autori ad aver eliminato qualsiasi filtro con spettatori/lettori, rapportandosi direttamente con loro sul fan site Whedonesque. Da un po’ di tempo, infatti, Whedon ha lasciato i social network – Twitter in particolare – in seguito all’uscita di Avengers: Age of Ultron. La causa è un periodo particolarmente intenso di messaggi che lo accusavano di misoginia e sessismo per il ruolo in cui aveva relegato il personaggio della Vedova Nera.

In un lungo articolo, il L.A. Times ha raccontato di come Whedon non abbia lasciato Twitter solo per i commenti negativi alla sua persona, ma perché si è ritrovato in un’era in cui i fan vogliono appropriarsi dell’opera, mettendo in dubbio il concetto di ‘proprietà’. «Vorrei sempre instaurare un dialogo con il pubblico, ma allo stesso tempo non si può creare seguendo le indicazioni di altri», ha dichiarato Whedon.

Che siano espressioni di odio – i ripensamenti operati da George Lucas su Guerre stellari – o di inclusione – i fan Disney che vogliono far diventare canonica una loro lettura personale di Frozen, cioè che Elsa sia lesbica – il confine tra l’emanazione di una volontà creativa legittima o l’appartenenza a un patrimonio collettivo sta diventando labile. E il fandom sembra tifare per la seconda opzione, portando la giustificazione che franchise come Frozen o Star Wars non siano espressioni individuali, ma propaggini di una corporazione che non offre rappresentazioni diversificate dei propri personaggi.

In realtà, la lente di Internet ha solo ingrandito un fenomeno presente sin dai primi del Novecento, quando Arthur Conan Doyle riportò in vita Sherlock Holmes su insistenza dei lettori – tra cui la contrariata madre dello stesso scrittore. E George Lucas l’ha ammesso più volte: con Internet avrebbe saputo che ai fan piaceva Boba Fett e gli avrebbe riservato un altro destino, invece di ucciderlo ne Il ritorno dello Jedi.

«Sono sacche di dissidenti, minoranze, quelle che minacciano di morte gli autori», ha commentato Paul Booth, professore associato alla DePaul University di Chicago che studia la cultura dei fan. «Viviamo nella cultura dell’iperbole. Tutto quanto è “la più grande cosa di sempre”. Non è “mi piace questo film”, ma “questo è il più grande film di sempre e chiunque non concordi è in errore”. Non credo che questa mentalità fosse comune anni fa. Non penso che mai nessuno abbia minacciato di morte Conan Doyle per riportare in vita Sherlock.»

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Neil Gaiman, presente al Comic-Con per promuovere l’adattamento di American Gods, aveva già affrontato la questione nel 2009 in un post sul proprio sito, parlando delle aspettative dei fan de Il trono di spade: «George R.R. Martin non è la vostra puttana. È una cosa utile da sapere, una cosa utile da sottolineare nel caso vi trovaste a pensare che forse George sia davvero la vostra puttana». Ma lo scrittore ammette che è una questione delicata perché: «È quella cosa che ha permesso a Star Trek di continuare o a Doctor Who di tornare in vita. I fan sono creatori perché chiedono una cosa e la fanno accadere. La maggior parte delle volte è un fatto positivo. Ma può traballare, e quando lo fa finisce in posti strani dove le persone pensano che, avendo visto la serie o avendo comprato il libro, tu sia loro debitore».

«Non puoi discriminare a prescindere», chiosa Whedon. «A volte le osservazioni di un gruppo di fan vanno onorate, altre no, perché hai in testa una storia diversa. E ognuno di noi ha in testa una versione di quella storia. A un certo punto devi seguire l’istinto. E l’istinto non sta sui social network.»