Kill or be Killed: Brubaker, Phillips e un giustiziere sfigato

Di quella che sarà la ricchissima nuova stagione di pubblicazioni Image Comics, Killed or Be Killed – la nuova serie di Ed Brubaker e Sean Phillips – giunge come una delle più attese.

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Il duo è una rodata macchina spara serie pulp/noir. Criminal, Fatale, The Fade Out. Storie apprezzatissime da pubblico e critica, per come hanno saputo aderire al genere con competenza e un buon equilibrio tra introduzione di elementi nuovi e rispetto della tradizione. A me non avevano mai convinto. Troppo intenti ad aderire ai canoni formali del genere  i testi privi di personalità, le location ordinarie  provavano a uscire dal seminato inserendo elementi altri  il lovecraftismo in Fatale  che stridevano con pacchiana forzatura.

Quindi a Killed or Be Killed mi avvicino con un certo pregiudizio, di certo non da fan. È la storia di un giustiziere di strada, ma non di quelli in pigiama sfarzoso, bensì nascosto solo da un felpa con cappuccio e da un passamontagna. Dopo appena cinque pagine di cazzotti si scopre subito che il giustiziere in questione non è un macho spietato alla Punitore, ma un ragazzo qualunque. Non è nemmeno uno sfigato totale come il protagonista di Kick-Ass. Dylan – così si chiama il protagonista – è uno qualunque, ed è anche particolarmente sfigato, non nerd-sfigato, piuttosto sfigato-depresso, preso proprio per il culo dalla vita. Dopo averlo mostrato in azione nelle prime pagine, l’albo prosegue spiegando perché avrebbe scelto di diventare giustiziere e come se la passi proprio male.

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Lo stile Brubaker-Phillips è caratterizzato dai toni cromatici scuri a cui ci hanno abituato, anche grazie ai colori di Elizabeth Breitweiser, e soprattutto da una narrazione portata avanti dalla voce fuoricampo del protagonista. Le didascalie scandiscono il ritmo, senza rallentarlo mai troppo; i monologhi non sono pomposi, da noir, come già ne aveva mimati in passato da Brubaker, qui il tono è più diaristico, spontaneo. Chi ama l’esercizio del muscolo verbale blaterato sotto tutine aderenti può già dare della noiosa mammoletta a Dylan. La vita gli fa piccoli e grandi scherzi e lui incassa, lasciando però spazio a una svolta. A un certo punto della presentazione delle sue sventure, appare a Dylan un mostro oscuro che lo tormenta, e viene da sospettare che sia quello ad avergli dato la determinazione per fare qualcosa di particolarmente utile e violento nella vita.

Il mostro, che è disegnato con una banalità notevole, potrebbe essere una proiezione della mente di Dylan o un sogno, magari un espediente narrativo sovrannaturale. Brubaker non svela altro, per ora. L’elemento mi lascia piuttosto perplesso, stona nel contesto, e viene da sperare che non si riveli determinante nella trama. Bisognerà andare oltre questo primi corposo albo (ben 34 pagine di fumetto).

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Brubaker torna a giocare con atmosfere quotidiane che richiamano il suo primo lavoro giovanile, Lowlife, riprendendo però alcuni temi che ha sviluppato nella sua maturità artistica, come il sovrannaturale di Fatale. Phillips, invece, affina il segno, eliminando tutti i forzati cliché anni Cinquanta che affollavano le sue pagine.

Di certo, proseguire con originalità sulla via del giovane giustiziere sfigato non sarà semplice. Soprattutto dopo che la coppia di autori ha ormai declinato il noir in tutti i modi possibili. Ma come inizio, Killed or Be Killed è molto più che convincente, sempre se quel mostriciattolo nero non prenderà troppo piede.