La science fiction dimenticabile di ‘Letter 44’

Sono passati esattamente vent’anni dall’uscita nelle sale di Indipendence Day di Roland Emmerich, anniversario prontamente festeggiato da un sequel che vedremo in Italia a partire dal prossimo otto settembre. Negli ultimi anni la fantascienza di ambientazione cosmica sta vivendo una nuova primavera, in particolar modo nella sua incarnazione cinematografica. I sottogeneri della space opera (John Carter, la nuova trilogia di Star Trek, il rilancio di Star Wars, Prometheus, Ender’s game) e dell’hard science fiction (Moon, Gravity, The Martian) e le poco riuscite ibridazioni fra questi due estremi (Interstellar) hanno espresso alcuni fra i casi cinematografici più discussi – ma non sempre di maggior successo – degli ultimi anni.

Anche nel campo della produzione fumettistica il genere sembra vivere un momento felice, almeno sotto il punto di vista del numero di titoli prodotti. Un eccesso di affezione nostalgica e retrò e un’evidente foga revivalistica, sfociata in una pletora di rilanci e sequel di personaggi e serie appartenenti a un passato più o meno recente, evidenziano però una profonda sofferenza della science fiction, in particolare di ambientazione spaziale, incapace di attuare un rinnovamento profondo e originale del genere.

letter 44 vol. 1

Letter 44 di Charles Soule (Daredevil, Star Wars, She Hulk) e Alberto Jiménez Alburquerque non si distacca da questa tendenza. Poco prima dell’Inauguration Day, il presidente uscente Carroll, repubblicano e guerrafondaio, lascia una lettera personale al suo successore (da cui il titolo dell’opera), il neo eletto democratico Blades. Nel testo viene rivelata una sconvolgente verità: sette anni fa prima è stato individuato un gigantesco manufatto orbitale nella cintura d’asteroidi fra Marte e Giove. Una missione, composta da militari e scienziati, è stata inviata sul posto per indagare la natura – e la pericolosità – dell’oggetto.

Lo spunto non è certo dei più originali ed è anzi un topos della fantascienza classica, che troverà la sua applicazione più originale e compiuta in quello che può essere considerato il miglior romanzo di Arthur C. Clarke, Incontro con Rama, del 1972. Opera che Soule sembra voler richiamare in più punti, a partire dall’esplicito omaggio rappresentato dall’astronave, battezzata, appunto, Clarke.

La trama sviluppata da Soule affastella inoltre tutta una serie di luoghi comuni che precipitano il lettore in una costante sensazione di déjà vu: il conflitto fra i militari “tutti muscoli e niente cervello” e gli intelligentissimi scienziati idealisti un po’ fricchettoni; la rappresentazione di una compiuta società multiculturale e multirazziale a là Star Trek; la gestione tutta statunitense della crisi globale; il presidente idealista e refrattario ad ogni tipo di compromesso ecc… Inoltre la scrittura di Soule si muove in costante bilico fra la ricerca di un realismo esasperato (per esempio nella rappresentazione della vita sull’astronave in rotta verso la cintura di asteroidi) e la costruzione di scenari e ambientazioni davvero poco credibili (la casa-fortezza dell’ex presidente Carroll).

Ciò che resta più difficile da digerire, però, è il semplicismo, spesso molto compiaciuto, con cui lo sceneggiatore descrive lo scenario geopolitico e i complotti che ruotano intorno al nucleo fantascientifico di Letter 44. Carroll, nella sua lettera, giustifica le missioni militari estere come un lungo addestramento volto a contrastare un possibile attacco alieno. È chiaro che Soule vuole portare una critica alla politica interventista statunitense, però si astiene dallo spiegare, anche superficialmente, come questo disimpegno internazionale possa essere attuato. Il risultato appare, nel migliore dei casi, un po’ ingenuo.

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Soule si guarda bene dal criticare le fondamenta su cui una certa politica estera statunitense si basa e, in particolar modo, il rapporto incestuoso fra gli apparati governativi e i fornitori delle forze armate. Arriva perfino a giustificare, forse involontariamente, la necessità continua di identificare un nemico esterno (sia esso mediorientale o “alieno”), allo scopo di mantenere in piedi questo rapporto a doppio filo. Anche per quanto riguarda i complotti interni allo staff della Casa Bianca, Soule, che vorrebbe immaginarsi sottile e machiavellico nella descrizione degli stessi, fallisce l’obiettivo, dimostrando di trovarsi maggiormente a proprio agio con la rappresentazione di scenari a lui più vicini, come nel caso del suo – notevolmente più riuscito – lavoro sul personaggio Marvel di She-Hulk.

Ma se la storia costruita da Soule può essere considerata una dimenticabile, irrilevante, eccessivamente verbosa e fondamentalmente innocua incursione nel genere fantascientifico puro – al netto della fantascienza declinata nella direzione del sottogenere supereroico – quello che penalizza maggiormente Letter 44 è l’apparato grafico. Il livello del lavoro di Albuquerque, già non eccelso quando il disegnatore descrive gli ambienti terrestri – con un tratto incerto fra il realistico e il caricaturale che il più delle volte sembra semplicemente tirato via con noncuranza – precipita al momento della descrizione del manufatto alieno, che di certo non strappa un sospiro di stupore né alla prima apparizione né al momento della descrizione degli ambienti interni. Dal punto di vista del design c’è la quasi assoluta mancanza di originalità e di pathos, per lo meno per quanto riguarda questo primo volume.

Soule e, in particolar modo, Albuquerque, avrebbero dovuto studiare meglio la lezione di Clarke (e dei copertinisti e illustratori delle diverse edizioni del suo Rama), invece di limitarsi a qualche superfluo ammiccamento alla sua opera.

Letter 44 vol. 1
di Charles Soule e Alberto Jiménez Alburquerque
Panini Comics, 2016
144 a colori, € 15,00