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Lo scaffale di Matteo Casali

Per la rubrica Lo scaffale di…, a commentarci le sue letture più recenti, questa settimana ospitiamo Matteo Casali, primo sceneggiatore italiano a lavorare (fin dal 2005) con le case editrici statunitensi, a partire da Marvel e DC Comics. In questi mesi è arrivata anche in Italia la miniserie Batman Europa, sceneggiata insieme a Brian Azzarello, mentre il 28 luglio è uscita in edicola Sul fondo con i disegni di Marco Nizzoli –, sua prima storia per la serie regolare di Dylan Dog, personaggio che aveva già avuto modo di tastare lo scorso anno con un racconto breve per il Color Fest. Parallelamente, ha anche rilanciato Quebrada, sua serie noir ambientata nel mondo della lucha libre messicana, per il progetto Radium.

Prima di iniziare, una premessa: «A parte la sensazione di essere in affanno lavorativo e sul punto di venir distrutto dal caldo, ecco qui il mio “scaffale”. Sul quale, sia detto, si accumulano fumetti senza sosta – e troppo spesso senza il tempo per leggerli tutti. Ecco perché troverete segnalazioni di titoli che per alcuni potranno sembrare magari datati e altri che, be’… vi lascio all’elenco per capire meglio.»

Doctor Strange, di Jason Aaron e Chris Bachalo (Panini Comics)

strange aaron bachalo fumetto marvel panini

Conosco Jason Aaron fin dai suoi primi lavori e so che razza di scrittore sa essere. La sera in cui ci presentarono, chiacchierammo a lungo (e bevemmo parecchio, vabbe’…) e lui mi raccontò di aver fatto parecchi lavori che odiava mentre cercava di diventare uno scrittore professionista. Il suo amore per il medium fumetto, quando è diventato professionista, lo ha dimostrato fin dalle prime pagine di Scalped. Sto aspettando di avere il tempo di leggermi come si deve (e in lingua originale) il suo Southern Bastards fresco di Eisner Award, ma ero curioso anche di vedere il suo Dottor Strange. Mi ci sono avvicinato con circospezione, un po’ confuso da nuovi-nuovissimi-seminuovi X-Men e da questo nuovo universo Marvel che prometteva di farmi provare ancora più netta la sensazione di essere troppo vecchio per l’ennesimo rilancio.

Se poi aggiungete a tutto questo il fatto che io adoravo il Dottor Strange di Steve Ditko, be’, gli autori avevano davanti una prova piuttosto dura, per convincermi. Ma ci sono riusciti. Chris Bachalo, che si occupa di disegni e colori (lasciando le chine ad altri) sembra tornato alla bellezza del suo Shade the Changing Man ma con una qualità grafica matura e spettacolare che rende giustizia agli aspetti sovrannaturali della storia. Aaron gestisce la storia con mestiere, creando i presupposti per una sottotrama che allude a minacciosi massacri futuri. Le sue idee, rese poi in modo convincente da Bachalo sulla pagina, si concentrano in modo originale (a memoria mia, è la prima volta) sull’abitazione di Strange, anche se alla volta arrivano a una verbosità un po’ eccessiva.

Un po’ come questo pezzo, quindi basta così e passiamo a…

Nowhere Men, di Eric Stephenson e Nate Bellegarde (Image Comics)

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Un fumetto che mi ha sorpreso, anche se ne avevo già sentito parlare tanto (e bene). Eric Stephenson non è solo lo scrittore di questo originale fumetto di fantascienza supereroistica, perché come molti (tutti?) sanno è anche l’editor-in-chief della Image Comics. Se la casa editrice californiana è tornata ad avere un ruolo di leader del mercato a un quarto di secolo dalla sua fondazione, è dovuto soprattutto a Eric. La sua visione di come il fumetto debba parlare al lettore che ancora “non c’è” (ma potrebbe esserci!) ha spinto la Image a sperimentare titoli diversissimi che hanno creato un catalogo unico per qualità e diversità.

Il suo lavoro su Nowhere Men non delude i fan della sua “filosofia editoriale” e regala una trama complessa e sofisticata che porta il lettore in una storia incredibilmente attuale, per le sue tematiche, e che mantiene tutte le promesse – e le sue premesse. È stato come leggere un fumetto di Warren Ellis che però non si perde sul finale, come troppe volte lo scrittore inglese fa, e lo dico da fan del burbero Ellis, credetemi. Per quanto riguarda i disegni, non conoscevo ancora il lavoro di Bellegarde e so che ha da poco ripreso a lavorare alla serie dopo un periodo difficile, durante il quale Stepehnson ha deciso di aspettarlo e di non mandare avanti la serie senza di lui. Ottima scelta, a mio giudizio, visto che Bellegarde regala tavole eleganti, semplici e complesse allo stesso tempo. Se riuscirà ad alleggerire un po’ della freddezza del suo segno, potremmo avere a che fare con una serie davvero strepitosa.

Bambi Remodeled, di Atushi Kaneko (Star Comics)

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Davvero devo dire qualcosa sul lavoro di Kaneko? Non credo di poter aggiungere niente che valga la pena di essere detto. Conoscevo il suo lavoro ma non avevo mai letto nulla e ho iniziato da Bambi, restando folgorato dalla violenza nonsense – ma so che lui sa dove sta andando a parare – e dall’inventiva che questo mangaka mi spara in faccia attraverso ogni vignetta. La cosa che mi piace del suo segno è che, con tutte le differenze del casi, mi fa pensare alla pulizia degli Hernandez Bros o a un Charles Burns giapponese che ci rifila la sua versione dell’incubo. Ovviamente mi sono recuperato un po’ tutto quello che ha fatto e me lo leggo con calma, quando ho una mezz’ora di relax o prima di dormire, la sera. Per garantirmi sogni quantomeno interessanti.

Tex: Capitan Jack, di Tito Faraci e Enrique Breccia (Sergio Bonelli Editore)

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Questo è il “caso speciale” a cui accennavo nell’introduzione al mio scaffale. Ho comprato questo Texone appena l’ho visto in edicola, ma non l’ho ancora letto – anche se ho fatto una cosa che faccio raramente e mi sono sbirciato qualche sequenza qua e là. Però di Tito Faraci mi fido, quindi so che mi aspetta una lettura interessante (il soggetto lo è di sicuro). Di Breccia cosa vogliamo dire? Sfogliando il fumetto mi sono innamorato del segno e della caratterizzazione dei personaggi, perfino di quella di Tex che farà sicuramente storcere il naso a più di un lettore, temo. Le sequenze di flashback (come quella della caccia al bisonte… che credo sia un flashback), poi, sono incredibili per eleganza e personalità. Ho visto anche soluzioni di layout di pagina che “violano” la classica gabbia Bonelli a tre strisce e le ho trovate magnifiche. Un Texone cinematico e con un tocco autoriale davvero notevole. Consigliatissimo.

Outcast, di Robert Kirkman e Paul Azaceta (saldaPress)

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Questa è una serie relativamente giovane e molti la confrontano con il diversissimo The Walking Dead, come se uno scrittore dovesse fare sempre fumetti uguali tra loro. Kirkman ha costruito un meccanismo originale e allo stesso tempo molto classico per questa nuova incursione nell’horror e sta facendo crescere la tensione un po’ alla volta, usando quei silenzi che, alle volte, mancano nel più verboso fumetto con gli zombie. C’è tanto “cinema di una volta”, qui, quel tipo di horror che faceva paura già una o due generazioni fa, senza bisogno di sangue o artigli affilati. E c’è la provincia americana che, come sa chi l’ha vista, fa molto più paura di una possessione demoniaca e che Paul Azaceta rende benissimo.

La versione che seguo io è quella da edicola di saldaPress, in un bianco e nero a volte complesso da leggere ma che lo stesso Azaceta cura per l’edizione italiana. Presto mi procurerò anche i volumi a colori, che sono bellissimi, ma sono un po’ un nostalgico e l’acquisto in edicola mi piace sempre. A parte questo, comunque, Outcast mi ha reso curioso di sapere cosa cazzo sta succedendo al protagonista e quindi, sì, Kirkman ha vinto ancora, per quanto mi riguarda.

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