Mondi POP Cinema Suicide Squad, il film. La recensione

Suicide Squad, il film. La recensione [Spoiler]

Roma, 3 agosto. Anteprima di Suicide Squad. La sala è gremita. L’affollamento di uomini e donne mascherati come i personaggi del film cui stiamo per assistere riempie l’aria di un’aspettativa già abusata, slabbrata, ma al tempo stesso coltivata con la pratica del generoso contagocce dagli uffici marketing della DC Entertainment. Joker e Harley Quinn punteggiano la platea con i loro costumi dai colori acidi. I primi, però, in questa specifica declinazione romanesca, finiscono per assomigliare più allo Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot (uno di loro durante la visione sfogliava sul cellulare foto di teneri gattini). Le seconde, invece, sono talmente identiche fra loro che ogni volta che si gira la testa dallo schermo al pubblico si rimane spaesati.

Quelli che si potrebbero definire “cosplayer da trailer” sanciscono definitivamente la separazione dei cinecomic dal mondo dei fumetti, e al tempo stesso legittimano l’affermarsi di un’industria dalla vocazione fortemente intermediale in cui i fumetti risultano nettamente marginalizzati.

Come ben riassunto da Andrea Fiamma, questa versione supercriminale di Una sporca dozzina non ha infatti alle spalle una storia e un successo tali che ne giustifichi l’adattamento cinematografico. Non che non si sia già assistito a fenomeni del genere (ricordo in particolare la folla di figuranti alla prima bolognese de Il signore degli Anelli), ma se Harley Quinn ha una propria forza iconica che solo marginalmente dipende dalle sue precedenti incarnazioni fumettistiche, il Joker gangsta di Jared Leto esiste nell’immaginario collettivo solo da pochi mesi, grazie alle immagini rilasciate dalla casa di produzione sotto forma di foto e trailer.

Fenomeno Harley Quinn

La presenza di cosplay modellati sulle fattezze di personaggi di un film ancora non distribuito dimostra da una parte la debolezza, commerciale e immaginifica, del modello fumettistico alla base dell’opera – un modello utilizzato come mero pretesto e che anche il pubblico più appassionato difficilmente conosce – e dall’altra la forza di persuasività della fan base che decide con quali modelli identificarsi a prescindere dall’opera che li presenta.

Per rendersi conto del fenomeno basta fare una ricerca su DeviantArt, la più grande galleria online per artisti e aspiranti tali. Cercando il nome di Harley Quinn si ottengono circa 122.800 risultati fra disegni, reintrepretazioni erotiche, illustrazioni, fan art ecc… Un numero certo più che rispettabile se confrontato con quello che si ottiene ricercando nomi di certo più noti al grande pubblico e dalla storia editoriale ben più corposa come Batman (693.166), Superman (222.295) o il Joker (420.550).

trailer suicide squad

Harley Quinn è quindi un marchio che funziona, per come si inserisce nella e per come è stato liberamente riutilizzato al di fuori dell’ufficialità DC. La ragazza psicopatica dai capelli bicolore è capace di reinterpretare e riassumere un humus che comprende influenze post-punk, burlesque e goth (si vedano in particolare le gothic lolite giapponesi) e altri frammenti di immaginario appartenenti alle più recenti sottoculture giovanili.

Non è una caso che il pubblico presente all’anteprima, piuttosto freddo durante quasi tutta la proiezione, si sia espresso in applausi ed entusiastiche urla ogni volta che la supercriminale interpretata dall’ottima, bisogna dirlo, Margot Robbie (anche se la sua Harley ricorda vagamente la Joy Turner di My Name is Earl), appariva sullo schermo, per poi tornare silente subito dopo. E l’applauso era tutto per l’icona, non certamente per un personaggio cinematografico che al di là della buona prova dell’attrice risultava chiaramente, al pari degli altri, scritto frettolosamente e poco o per nulla caratterizzato.

Gli autori hanno subìto la pressione non troppo silenziosa della fan base in maniera pericolosamente passiva, assecondando questa pur legittima riappropriazione dal basso subordinandovi la scrittura dell’intero film. Il risultato è che un’opera che poteva trovare la propria forza in una equilibrata narrazione corale vive (o sopravvive) esclusivamente intorno a poche scene incentrate sui personaggi di maggior traino: la già citata Harley Quinn, Deadshot, che trova la sua ragion d’essere esclusivamente nell’interpretazione e nella notorietà di Will Smith (intento più che altro a recitare se stesso) e il Joker.

Il Joker di Jared Leto

Per quest’ultimo personaggio va fatto un discorso diverso. Il Joker, caratterizzato da un Jared Leto che fa le facce invece di recitare, è sicuramente il personaggio su cui i produttori avevano puntato maggiormente durante la promozione del film. Si diceva che l’attore non fosse mai uscito dal personaggio durante tutto il periodo delle riprese, che avesse studiato testi sciamanici per prepararsi all’impresa, Will Smith dichiarò che non aveva mai conosciuto davvero Leto durante tutto il corso della lavorazione ecc…

joker leto

Al di là di queste premesse dal sapore comprensibilmente propagandistico, la caratterizzazione di Jared Leto non regge minimamente il confronto con le prove d’attore che lo hanno preceduto. Il cosplay che sfogliava foto di gattini con la giacca viola e i capelli verdi era decisamente più disturbante.

Resta il fatto che il personaggio interpretato da Leto in questo film non c’è. Non in maniera sensibile, per lo meno. Nonostante fosse evidentemente molto atteso – si vedano i già citati cosplayer da trailer ma anche le infinite discussioni sui social network relative alla scelta dell’attore – il Joker compare forse una quindicina di minuti su un totale di 123 e certamente non nel corso di scene memorabili. Non che ci siano scene memorabili in Suicide Squad, del resto.

Suicide Squad è brutto come si è detto in giro?

L’uscita agostana dovrebbe suggerire la risposta ma per non incorrere in equivoci diremo subito che sì, è davvero tanto brutto.

Già subito dopo i titoli di testa è chiaro che l’intenzione degli autori è quella di voler ammiccare a quanti più ambiti possibili, alla ricerca di un pubblico ampio e variegato. Il passo da una narrazione con velleità multimediali alla confusione è breve. La trama è presto riassunta. Dopo la morte di Superman il governo degli Stati Uniti decide, su pressione dell’agente governativo Amanda Waller, di formare una squadra di supercriminali per contrastare una possibile minaccia metaumana. I componenti prescelti per formare la squadra suicida vengono presentati con uno stile che ricorda molti videogiochi recenti, con tanto di scheda atta a riassumere le loro abilità e il loro background criminale e personale. Viene istintivo cercare un joypad tra i braccioli della poltrona per selezionare il proprio preferito e condurlo in prima persona attraverso le peripezie che lo attendono.

Dopo questa lunghissima presentazione – che per i personaggi-traino Deadshot e Harley Quinn viene ripetuta ben due volte – ci si aspetterebbe che il film finalmente ingrani. La macchina narrativa, invece, si ingolfa quasi subito tra false partenze, ritorni, flashback e presentazioni reiterate, senza che nessuno di questi passaggi serva a caratterizzare la squadra come gruppo e i protagonisti come personaggi. Si passa con nonchalance, per non dire trascuratezza, da un’estetica concitata da videoclip – ma c’è differenza fra concitazione e confusione, fra ritmo e affastellamento – a scene di reclutamento militare che sfruttano tutti i peggiori stereotipi del genere; da scopiazzature mal riuscite, soprattutto nei dialoghi, dei film di Tarantino, alle sequenze finali che precipitano lo spettatore nella conclusione di Ghostbuster, con tanto di torre infestata da presenza demoniaca.

suicide squad ayer

Nelle intenzioni del regista questi continui cambiamenti di ritmo e di stile dovrebbero creare un effetto cool, da cardiopalma, ma il risultato è più quello di un motore che perde i colpi, che non sale mai realmente di giri, con le marce che grattano. E non che la carrozzeria sia poi così bella. Le scene d’azione sono davvero poco coinvolgenti, fin troppo infantili e “pulite”, come se il loro unico scopo sia stato ricevere il rating PG-13, che vieta la visione ai minori di 13 anni non accompagnati. No, niente sangue da queste parti, per chi se lo stesse chiedendo.

Problemi di sceneggiautura

Al di là dei pudichi orgasmi visivi che Ayer cerca di vendere come orge sibaritiche senza riuscirci, il problema principale del film risiede principalmente nella fase di scrittura. In estrema sintesi nessuno dei personaggi presenti sullo schermo è ben caratterizzato, con la parziale esclusione di Harley Quinn e Viola Davis, e la storia semplicemente non sta in piedi.

Probabilmente ci si è trovati ad un bivio in fase di sceneggiatura: procedere lungo una strada che avrebbe portato a un serioso action movie di supereroi o lavorare a briglia sciolta e condurre alle estreme conseguenze lo spunto iniziale: un gruppo di assassini letali parzialmente o del tutto fuori di testa costretti a lavorare insieme per il conto del governo, il tutto all’interno di una cornice estetica pop-psichedelica da Batman di Adam West. Purtroppo si è preferita una via di mezzo.

Come film d’azione Suicide Squad non funziona. I personaggi precipitano continuamente lo spettatore in una nauseante sensazione di déjà-vu. Non recitano battute ma leggono etichette. Sono tutti, dal primo all’ultimo, tremendamente monodimensionali. Difetti perdonabili nel contesto di un action movie serrato e dalla trama di ferro, cosa che però Suicide Squad non è.

Le incongruenze, spesso enormi, azzoppano in continuazione la trama, tanto da far sospettare che più di un guaio sia stato combinato in fase di montaggio, il che giustificherebbe anche l’andamento generalmente schizofrenico della pellicola. Addirittura un personaggio, in quella che può essere con qualche difficoltà definita la scena centrale di un film senza né centro né atti, si riferisce ad avvenimenti mai accaduti.

Inoltre, la svolta fantasy alla Ghostbusters sfugge completamente al controllo di Ayer, che decide di risolvere la minaccia sovrannaturale con un’improponibile e impensabile prova muscolare dei protagonisti. Del resto cosa si può esigere da chi pretende che sembri credibile, senza nessun tipo di preparazione in fase di scrittura, che una squadra composta da una svitata con un martello gigante, un cecchino (per quanto eccezionale), un ladro australiano, un pirocinetico con forti complessi di colpa e un uomo rettile riesca ad avere la meglio su due divinità ancestrali dai poteri virtualmente illimitati? D’altronde operazioni di questo tipo riescono a pochi. Si pensi al già citato Ghostbusters e, per fare un esempio fumettistico, a come Grant Morrison ha condotto la propria gestione della JLA, in delicato equilibrio fra congiure ingarbugliate, minacce cosmiche, echi dalla DC della Golden Age e sottotrame da sitcom. Equilibrio che al film di Ayer manca del tutto.

La strada della più sfrenata e goliardica follia – percorso seguito, seppur con qualche limite, nell’ottimo Deadpool – sarebbe stata sicuramente la più adatta al gruppo di personaggi scelto. Suicide Squad ha tutto l’aspetto di un film sopra le righe senza esserlo. Ci sono i colori mattacchioni, i nemici improbabili e le armi cartoonesche, ma quello che manca è una vena di sana, sadica e disincantata irriverenza. La morale annacquata, abusata e narrativamente mortifera del film è che i cattivi – anche se si tratta di spietati pluriomocidi milionari senza rimorsi – non sono del tutto cattivi, specialmente se confrontati con i poteri forti, con i governi, quelli si capaci di inenarrabili atrocità.

Invece di lasciare i suoi ragazzi sfogarsi a briglia sciolta contro i nemici, Ayer non fa altro che sottosfruttare, e di molto, il loro potenziale per tutto il corso del film. Fornisce loro giustificazioni, rimorsi e persino una zuccherosa morale che li fa infine agire – senza alcuna operazione di scrittura che abbia preparato lo spettatore a questo ribaltamento – come un gruppo di eroi. Deadshot si strugge per la figlia quasi perduta, Harley Quinn pontifica sulla diversità dei freak, dimostrando più equilibrio di quanto si abbia voglia di sopportare mentre gli altri…beh, gli altri praticamente non esistono. Sono solo figurine messe sul fondo per fare numero. Non che sia un problema: Chato Santana, l’unico personaggio che si è cercato di dotare di un passato un minimo articolato e di una personalità per lo meno non monolitica, risulterà essere il più insopportabile e meno credibile della squadra.

L’epica mancata

Buchi di sceneggiatura grandi come un pugno, personalità inesistenti e contraddittorie, una trama totalmente illogica ma non abbastanza da essere folle e una costante sensazione – a dire il vero comune nei film di supereroi recenti, con l’esclusione dell’ottimo Guardiani della Galassia – da “film-girato-nel-tinello-di-casa”, un film incapace cioè di raggiungere una dimensione grandiosa attraverso lo sfruttamento drammatico delle scenografie e degli spazi: questo è quello che è Suicide Squad.

SUICIDE SQUAD

Se una incazzatissima divinità preumana distrugge una città insediandovi il proprio quartier generale e questa viene cinematograficamente ridotta, nella narrazione, a quattro piani e un paio di strade in croce, significa che c’è stato più di un problema. Da una parte c’è l’incapacità di creare un’epica attraverso un’operazione di worldbuilding, che è fulcro se non del cinema tutto almeno di un certo tipo di cinema, in particolare nella sua fase post analogica. Dall’altra, c’è l’approssimazione con cui il regista piazza macchina da presa, virtuale o non: è troppo preoccupato di non lasciare soli i propri mal creati personaggi e troppo poco di contestualizzarli all’interno degli ambienti in cui operano.

Il risultato è la mancata interazione tra mondo e personaggi. La sensazione di avvertire la presenza della troupe a bordo campo, specialmente nelle scarse e poco coinvolgenti scene d’azione, è davvero sempre troppo forte e nel caso di scenografie realizzate per lo più in CGI non riesce in nessun modo a trovare una giustificazione.

Ho visto una cosplayer piangere

Quando le luci si sono riaccese, dopo la poco intrigante e ormai imprescindibile scena di collegamento con gli altri film dell’universo cinematico DC, la Harley Quinn seduta vicino a me era in lacrime. Speravo che si trattasse di una giusta reazione alle due ore di supplizio subìto, ma mi sono accorto che le sue erano lacrime di commozione. Commozione originata dal riconoscimento. Lei desiderava essere Harley Quinn, si era immaginata come il proprio personaggio totemico doveva essere e Hollywood l’aveva accontentata. Forse non si era neanche accorta del resto del film, pronta com’era a stringere il braccio del suo compagno, a balzare in piedi e lanciare gridolini quando la sua eroina compariva sullo schermo.

Qualche anno fa un – modesto – film come Il favoloso mondo di Amélie aveva fornito un modello alle donne (e anche a molti uomini) senza che loro ancora sapessero che avrebbero finito per identificarvisi. Una scommessa vinta. Oggi molti film, così come Suicide Squad, non si preoccupano più di creare modelli nuovi capaci di rapire l’immaginario degli spettatori affamati di identificazione, ma li creano basandosi sulle aspettative che gli spettatori stessi hanno più e più volte esplicitato attraverso i nuovi – neanche tanto – strumenti a loro disposizione.

È grazie a cortocircuiti pavloviani del genere che film come questo potrebbero avere successo. E i primi risultati di Suicide Squad al botteghino statunitense supportano questi ipotesi. Non più la creazione di un immaginario, parzialmente derivativo ma capace di scommettere e creare un processo osmotico con il proprio pubblico, ma la progettazione di un brand in parte già predigerito e modellato sulle preferenze di un più o meno ristretto gruppo di fan. Non più il conoscersi attraverso l’opera ma un più semplice – e forse più sterile – riconoscersi. Ripetuto all’infinito per quei quindici o venti film che vengono annunciati e spesso passivamente vissuti come “il caso” dell’anno.

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