Bonelli 18 grandi storie di Dylan Dog, secondo noi

18 grandi storie di Dylan Dog, secondo noi

Dylan Dog compie 30 anni. E da quel 26 settembre 1986 in cui arrivò per la prima volta in edicola, il personaggio è stato protagonista di molte storie. La serie regolare è infatti ormai indirizzata verso i 400 albi, a cui bisogna aggiungere Speciali, Giganti, Almanacchi e racconti brevi vari. Vista anche la grande quantità, diventerebbe difficile scegliere le storie migliori in senso assoluto.

Più facile e logico affidarci alle sensazioni, al conforto dei ricordi, ai gusti personali. Ecco perché questa nostra selezione non vuole essere dogmatica, ma solo rappresentativa. Queste sono le nostre storie preferite di Dylan, scelte con un po’ di ragione, ma soprattutto con tanto sentimento. Auguri, Dylan!

Leggi anche: Una nuova serie a fumetti scritta da Tiziano Sclavi

Alfa e Omega (Dylan Dog n. 9), di Tiziano Sclavi e Corrado Roi

dylan dog 9 alfa e omega

Un UFO precipita nella campagna inglese. Gli unici testimoni sono due giovani, Amy e Daniel. La ragazza si avvicina per curiosare e viene avvicinata e sedotta da un essere aliena, finendo per fare sesso con lui. Il ragazzo fugge, viene raggiunto da un mostro e ucciso. Due giorni dopo, Amy si rivolge a Dylan Dog per ritrovare il fidanzato scomparso. La ricerca li porta da una casa in centro a Londra infestata da un mostro preistorico fino al cratere di schianto dell’UFO, nel centro di un’area presidiata dall’esercito, e all’inquietante svelamento del mistero dietro a mostruosità e morti violente.

In “Alfa e Omega”, Sclavi affronta uno dei temi che diventerà cardine di tutta la serie Dylan Dog, ovvero la differenza tra l’orrore commesso dai mostri e quello, ben più tremendo, degli uomini. L’albo si caratterizza anche per l’altissimo numero di citazioni, da 2001: Odissea nello spazio a Blade Runner, a Asterix e i Britanni.

Cagliostro! (Dylan Dog n. 18), di Tiziano Sclavi e Luigi Piccatto

dylan dog 18 Cagliostro

Il primo incontro di Dylan e Cagliostro, il magico gatto millenario, tanto potente da poter spazzar via il mondo intero, se solo volesse. La storia del mancato amore tra la strega Kim e “Old Boy”. Un volume ricco di citazioni provenienti da tutto l’universo horror e che attingono dalla letteratura, dal cinema, dai cartoni animati. In questo modo, attraverso gli incubi creati dalla terza delle sorelle Bluncher, rivivono il mostro di Cthulhu, lo scrittore Lovecraft, Malefica e tanti altri prontamente sconfitti dal re dell’esoterismo. E ovviamente anche il gatto Cagliostro, che si dimostra per Dylan un prezioso alleato.

Pregevole il tocco della mano di Luigi Piccatto, che grazie all’ottima alternanza di luci ed ombre mette in risalto l’orrore che si cela tra le pagine, grazie anche a una sapiente gestione delle singole vignette, che sembrano scorrere ora lente, ora veloci, mentre si focalizzano su singoli dettagli, secondo uno stile molto cinematografico.

Memorie dall’invisibile (Dylan Dog n. 19), di Tiziano Sclavi e Giampiero Casertano

dylan dog 19 memorie dall'invisibile

Ovvero il mito dell’Uomo Invisibile rivisitato da Sclavi. Ma, a differenza del romanzo di H. G. Wells, non è un siero a rendere invisibile il protagonista della storia, bensì l’indifferenza di chi lo circonda e il fatto di essere, essere considerato e considerarsi una nullità. Le didascalie di pensiero che aprono l’albo sono forse il punto più alto dell’ironia di Sclavi: «Da bambino mia madre mi scambiava per mio fratello anche se ero figlio unico. […] Quando mi guardavo allo specchio, neanch’io mi riconoscevo, e se parlavo tra me e me mi davo del voi».

Ma c’è un altro uomo invisibile nell’albo, un assassino senza volto che uccide le prostitute, in realtà un uomo normalissimo e per questo molto più pericoloso del vero Invisibile. E poi c’è Bree, una delle poche donne di Dylan Dog che rimangono davvero nel cuore dei lettori; una prostituta, una donna invisibile, che si fa rappresentante delle altre donne invisibili per ingaggiare Dylan e fermare il mostro.

“Memorie dall’invisibile” è anche una delle prime grandi prove su Dylan Dog di Casertano, che vira spesso il suo segno al grottesco per assecondare la narrazione, rappresentando un’umanità composta da ultimi e vinti, nani, prostitute e pazzi.

I conigli rosa uccidono (Dylan Dog n. 24), di Luigi Mignacco, Luigi Piccatto e Cesare Valeri

dylan dog 24 conigli rosa uccidono

Cosa c’è di più splatter di cartoni animati tipo Wile E. Coyote? Gente che finisce sotto gli schiacciasassi. Gente spiaccicata da incudini. Gente che salta in aria con la dinamite. Gente con la testa fracassata a martellate. Da questo spunto Luigi Mignacco costruisce un’indagine folle, incentrata sugli omicidi di un coniglio rosa del tutto simile a Pink Rabbit, protagonista di una fortunata serie di cartoon. Il fatto che tra le vittime ci sia un animatore dei Sidney Studios e, in seguito, lo stesso Sandy Sidney, portano Dylan a indagare su Willie Slowspeare, il vero creatore del personaggio. A casa sua, l’Old Boy fa una tremenda scoperta: a uccidere non era il fumettista ma il vero coniglio rosa, materializzatosi dal foglio di carta.

La storia finisce così nel mondo di cartone di Pink Rabbit, dove le persone vedono le stelline quando ricevono delle botte e tornano subito in piedi, invece di rompersi subito come gli uomini di carta. Un’allucinazione di Dylan, ovviamente, drogato da Slowspeare. Spiegazione perfettamente razionale, se non fosse che Groucho ha visto il suo capo in televisione la sera prima, nel programma dei cartoni animati.

Gli orrori di Altroquando (Speciale Dylan Dog n. 2), di Tiziano Sclavi e Attilio Micheluzzi

dylan dog speciale 2 gli orrori di altroquando

Tra le storie più eclettiche di Dylan Dog scritte da Tiziano Sclavi, Gli orrori di Altroquando va principalmente ricordata per i disegni di Attilio Micheluzzi, che qui firma una delle sue ultime storie – nonché l’unica su un personaggio Bonelli – prima di morire prematuramente pochi anni dopo, nel 1990.

Gli orrori di Altroquando è una raccolta di otto storie brevi totalmente slegate tra loro ma unite da un’unico filo conduttore: il personaggio narrante, tale Azazelo, una buffa creatura dello spazio che deve sollazzare come un giullare il proprio onnipotente padrone mentre questi si annoia a morte nella sua torre collocata in un luogo indefinito dello spazio.

Zombi, fantasmi, mostri, licantropi, vampiri, tecnologia, sesso, uccisioni, freak, la Morte (quella con falce e mantello) e perfino il diavolo in persona. Questi gli ingredienti che Scavi mescola con grandissima ironia e ingegno per dar vita agli otto racconti che compongono una storia in cui Dylan Dog viene letteralmente centrifugato attraverso i generi narrativi più disparati. Ad avvalorare i testi ci sono le matite di Micheluzzi, che torna a fare coppia con Sclavi dopo Roy Mann, un fumetto surreale e fantascientifico sul quale i due lavorarono un anno prima e che sembra aver posto le basi per questa storia dell’indagatore dell’incubo. Il suo segno, che in questo periodo della sua carriera ha virato sulla linea chiara, muta e si adatta a ogni singola storia, a volte è cartoonesco, a volte si fa cupo, altre ancora è semplicemente elegante e spesso predilige grandi sfondi bianchi. Leggendo Gli orrori di Altroquando ci troviamo forse davanti alla storia più divertente e divertita realizzata da Sclavi su Dylan Dog.

Il buio (Dylan Dog n. 34), di Claudio Chiaverotti e Piero Dall’Agnol

dylan dog 34 il buio

Nella carriera di Dylan Dog, sono rari i “nemici” ricorrenti. Tra i più emblematici, c’è Mana Cerace, ovvero l’uomo nero che sbuca dal buio a tormentare i bambini (e non solo, almeno in questo caso), che esordì proprio in questa storia caratterizzata dal forte contrasto tra luce e ombra, grazie anche al bianco e nero fortemente accettato di Piero Dall’Agnol.

“Il buio” fu però anche la prima storia di Dylan Dog scritta da Claudio Chiaverotti, colui che fu il primo erede ufficiale di Sclavi come sceneggiatore principale del personaggio. E lo scrittore aumentò il ritmo delle storie, che – come evidente già in questo caso – divennero dei veri e propri thriller, ricchi di tensione e di colpi di scena. Chiaverotti avrebbe presto perso verve, facendosi imbrigliare da un personaggio che sarebbe diventato sempre più icona quasi ingestibile, ma “Il buio” rimane una storia tesa e avvincente, fino al riuscito finale doppio (anche questo tipico della gestione Chiaverotti).

Il Signore del Silenzio (Dylan Dog n. 39), di Giuseppe Ferrandino e Giampiero Casertano

dylan dog 39 il signore del silenzio

L’addio di Peppe Ferrandino a Dylan Dog è anche la sua storia migliore. Uskebasi è il saggio a cui si rivolse re Salomone per avere risposta alle grandi domande dell’esistenza, ma il suo prezioso libro, giunto fino a noi, porta al suicidio tutti coloro che lo leggono. Cosa nascondono le parole del libro? La verità, se esiste, può essere detta, oppure non ci resta che rassegnarci al mistero del silenzio?

Il racconto di Ferrandino mescola con efficacia il soprannaturale con una rappresentazione cruda di orrori reali tramite la figura ambigua dell’ex mercenario Larry Shelter, personaggio a cui è affidata la conclusione più amara della vicenda. Come dicevamo altrove, “si può dire che Il signore del silenzio, più che una storia di Dylan Dog è la storia di Larry Shelter. Il cui mistero non viene spiegato al lettore, ma giunge invece inaspettato e indicibile a scardinare le certezze di questo soldato senza gloria. Un cane randagio per il quale il senso della vita è sempre stato tanto semplice quanto poco consolatorio: uccidere o essere uccisi.”

Golconda! (Dylan Dog. 41), di Tiziano Sclavi e Luigi Piccatto

dylan dog 41 golconda

La storia si apre con una telefonata della bella Amber… all’Inferno. Dall’altra parte della cornetta, invece del gruppo musicale I Demoni risponde un vero e proprio demone, svegliato di pessimo umore dal trillo del telefono. Intanto due ragazzi si appartano in un bosco vicino a Londra, ma un occhio gigantesco li sorprende, li fa a brandelli e ruba il loro tandem. Poi un esercito di uomini in bombetta piove sulla città, come nel celebre quadro di Magritte a cui si ispira l’albo, trucidando in maniere particolarmente truculente persone di ogni ceto. Dylan indaga su questi fenomeni e intanto frequenta Amber, il cui locale prende fuoco dopo un concerto dei Demoni (non la band, un vero complesso infernale che canta in latino). Con lei partirà per Golconda, città dell’India, da cui potrà arrivare al centro della terra, proprio dal demone che si è svegliato nelle prime pagine. Guest star dell’episodio, il professor Philip Mortimer di Edgar P. Jacobs, disegnato da Piccatto in perfetta linea chiara.

“Golconda!” è una delle storie più splatter e surreali dell’intera produzione di Sclavi. Ma, come in tutte le grandi storie dello sceneggiatore, alla base c’è un’idea geniale, motore della storia. Come mai le entità infernali si scatenano proprio in quel momento? I due ragazzi, che si sono appartati nel bosco, hanno profanato un luogo ancora inesplorato, aprendo un varco per le forze infernali. Non si trattava di un posto remoto, ma semplicemente di qualche centimetro quadrato di terra vicino a Londra su cui nessun uomo, per puro caso, aveva mai messo piede.

Storia di Nessuno (Dylan Dog n. 43), di Tiziano Sclavi e Angelo Stano

dylan dog 43 storia di nessuno

Sclavi alla sua terza prova in accoppiata con Angelo Stano prende spunto dal suo romanzo “Tre” per proseguire la sottotrama del passato di Dylan Dog, reintroducendo le figure di Morgana, del galeone e del Dottor Xabaras, qui nell’inedita veste di uno psichiatra. E questa non è l’unica nota strana della vicenda: Dylan Dog non dovrebbe bere whisky né suonare il saxofono, e che ci fa la Torre Eiffel a Londra? Niente è come sembra, in questa storia che somiglia alla realtà ma forse è solo il sogno di un morto.

Nella piccola vita mediocre di un signor Nessuno senza talento si respira tutta la poetica sclaviana di un mondo indifferente verso i suoi figli e di un orrore implacabile che è soprattutto la vita che viviamo. Ma forse, almeno nei sogni, anche uomini che non valgono niente possono creare interi universi o aiutare l’eroe a salvare il mondo.

Inferni (Dylan Dog n. 46), di Tiziano Sclavi e Carlo Ambrosini

dylan dog 46 inferni

Nel mondo di Dylan Dog non esiste l’inferno, esistono gli inferni. Non sono le azioni compiute o la fede a destinare un’anima a un inferno piuttosto che a un altro, ma semplicemente il caso. Alcuni inferni sono tremendi: diavoli, fuoco, pianto e stridore di denti. Altri sono luoghi ameni, simili in tutto per tutto alla tranquilla campagna inglese, dove una coppia può passare l’eternità in serenità. Altri assomigliano a uffici pubblici, pieni di impiegati e burocrati impegnati a smistare e compilare le pratiche sulle anime di tutti i defunti.

Da quest’ultimo inferno evade Griffin Reeves, marito defunto di una vecchia fiamma di Dylan, che ne favorisce inconsapevolmente la fuga, data la sua natura di catalizzatore di eventi sovrannaturali. Il redivivo si ritrova così a Londra, intenzionato a compiere la sua vendetta su chi l’ha ucciso. Il suo, infatti, non è stato un suicidio, bensì è stato spinto dalla finestra dell’ufficio da un dipendente con cui ora Pat ha una storia.

Come in molti albi di Dylan Dog, la vicenda si complica in modi imprevedibili. La vendetta di Griffin è vana, la morte di Stan inutile. Rimane la certezza che la vita in questo mondo è più crudele di quella in molti degli inferni.

Caccia alle streghe (Dylan Dog n. 69), di Tiziano Sclavi e Pietro Dall’Agnol

dylan dog 69 caccia alle streghe

Il primo albo esplicitamente metanarrativo della serie, “Caccia alle streghe” parte dell’inquisizione del Medioevo per giungere alle forme più sottili ma non meno pericolose di censura dei giorni nostri. Dylan Dog affronta di petto i lati oscuri del proprio successo, e risponde alle accuse sul fatto che la testata e il fumetto horror in generale traviassero le giovani menti dei giovani cui erano diretti.

Con l’urgenza, la rabbia e l’eccesso retorico di un’invettiva, Sclavi si proietta nella parabola fallimentare del fragile Justin Moss, amico di Dylan Dog e creatore del personaggio Daryl Zed, entrambi vittime delle macchinazioni ipocrite della politica e del facile moralismo dei benpensanti. Ma non bastano forse le parole rassicuranti di un giovane lettore (a cui Dyd rivolge la propria gratitudine) per vincere contro questi mostri senza tempo e il finale aperto ci lascia con un dubbio mai risolto: riuscirà il nostro eroe a salvarsi dagli inquisitori?

Johnny Freak (Dylan Dog n. 81), di Mauro Marcheselli, Tiziano Sclavi e Andrea Venturi

dylan dog 81 johnny freak

Se c’è una storia a cui i fan di Dylan sono particolarmente affezionati è questa, vuoi per la simpatia (nel senso più puro del termine) che sprigiona il co-protagonista della storia, vuoi per la tematica toccante legata alle “diversità”, in un periodo in cui le differenze sociali erano forse meno sentite di oggi.

Johnny Freak è la storia di un ragazzo sordomuto fin dalla nascita, che una rara malattia sta consumando pezzo dopo pezzo. Johnny viene ritrovato da Dylan, che lo “adotta” e intesse un rapporto molto stretto con lui, fino al tragico finale. Finale che, pur essendo all’opposto di un “happy ending”, rifugge dai confini del nichilismo assoluto per abbracciare, anzi, una possibilità di speranza lontana da ogni retorica.

E poi la storia è graziata da una delle prime prove importanti di Andrea Venturi, che con il suo segno naturalistico riesce ad avvicinare il lettore alle vicende umane dei protagonisti.

Finché morte non vi separi (Dylan Dog n. 121), di Mauro Marcheselli, Tiziano Sclavi e Bruno Brindisi

dylan dog 121 finché morte non vi separi

“Finché morte non vi separi” – la storia che celebrava i 10 anni del personaggio – non è di certo il capolavoro di Sclavi, anzi. Però rappresenta un po’ la pietra angolare del suo lavoro su Dylan Dog, nel suo contenere tutti gli elementi fondamentali: gli sprazzi di passato che ritornano, l’alcolismo, il citazionismo, il sogno che si fonde con la realtà, una storia d’amore impossibile e tormentata – in questo caso con la rossa irlandese Lillie Connolly, una delle poche donne memorabili della vita di Dylan, insieme alla già citata Bree.

E, come in tutte le storie realizzate in collaborazione con Marcheselli (all’epoca curatore editoriale del personaggio), a emergere molto forte è l’aspetto emozionale della storia, in particolare nello straziante finale, come poche altre volte se ne sono visti all’interno della serie. Questo anche grazie alla precisa linea chiara di Brindisi (autore persino dei colori), in grado di restituire le paure, le passioni, gli amori e la disperazione dei volti dei protagonisti.

Lassù qualcuno ci chiama (Dylan Dog n. 136), di Tiziano Sclavi e Bruno Brindisi

dylan dog 136 lassu qualcuno ci chiama

In Lassù qualcuno ci chiama Tiziano Sclavi presenta una summa degli elementi che hanno reso famosa la serie: l’intreccio, se non addirittura l’orgia citazionistica, l’alternarsi di lirismo e comicità ai limiti del triviale, l’elogio del diverso e al tempo stesso della normalità, la commozione per lo stupore infantile e “puro”. Tutti fattori già visti e ampiamente sfruttati dallo sceneggiatore, ma che mai come qui si fondono in un’avventura così profondamente umana, intima e minimale, nonostante lo sfondo “siderale” su cui si muove.

Anzi, è proprio il contrasto fra il piccolo paese gallese e l’oltre rappresentato da un possibile contatto alieno a far funzionare così bene questa storia che Sclavi risolve con delicatezza, in punta di penna, indugiando molto meno di quanto è abituato a fare in sentenze lapidarie e slogan da campagna benettoniana dei bei tempi che furono. Anche il verboso spiegone finale scansa – di poco – la retorica, smorzando l’ottimistico afflato conclusivo con una nota malinconica, uno dei contrasti che hanno reso Dylan Dog così amato nei suoi momenti migliori.

Dylan qui appare quasi irrilevante ai fini del pretestuoso “caso” che muove la trama ma per una volta questa lateralità del protagonista non è un male. Permette anzi, a lui e a noi, di conoscerne meglio le debolezze e le fragilità e di immaginarlo per una volta libero dai ripetitivi demoni che lo attanagliano.

Il sorriso dell’Oscura Signora (Dylan Dog n. 161), di Tiziano Sclavi e Nicola Mari

dylan dog 161 il sorriso dell'oscura signora

Albo dal cast particolarmente ricco, che comprende il ricco Jarvis Claydon, ossessionato da Harry Copperman, che lo perseguita dall’infanzia; sua figlia Angel, che ha scoperto inaspettatamente di essere malata di un male incurabile; Jackal, l’assassino morto nel numero 10, “Attraverso lo specchio”, che si ritrova vivo in una sala cinematografica. Infine l’Oscura Signora del titolo, che osserva in silenzio la vicenda dalla prima all’ultima tavola, invisibile a tutti tranne che, alla fine, a Dylan Dog.

Sembra essere la banale vicenda di un uomo truffato da una medium, che Sclavi, convinto sostenitore del CICAP, utilizza per svelare alcuni trucchi da truffatori. Ma presto la storia si svela essere una commedia degli equivoci giocata sul doppio e sullo scambio di persona. Copperman non esiste, è il nemico immaginario di Claydon, che, accettando la cosa, si abbandona nella stessa trappola che aveva preparato per la sua nemesi e trova la morte. Angel non ha un tumore, è soltanto incinta, ma le sue analisi sono state scambiate con quelle di un’altra paziente. Jackal non è davvero tornato in vita, tanto da scomparire nel nulla nello stesso modo in cui era comparso.

Infine l’Oscura Signora non è la Morte, è sua sorella la Vita. Meno famosa, osserva le vicende umane sorridendo e divertendosi a ingarbugliarle.

La legge della giungla/Homo homini lupus (Dylan Dog nn. 198/199), di Michele Medda e Giovanni Freghieri

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Michele Medda concentra tutta la narrazione sulla ‘disempatia’, il contrario d’empatia: il sentimento che ci permette di comprendere gli altri, di sentirli vicini. La disempatia, spiegata dal professor Emerick, insegna a non cambiare il mondo, bensì ad accettarlo, adeguandosi alle sue regole per non esserne schiacciati. Ma fin dove può spingersi l’uomo quando decide di liberare la sua aggressività? In questa storia doppia, che vuole citare alla lontana il best seller di Chuck Phalaniuk, Fight Club, Dylan si vede rapito da quella che viene definita “La legge della giungla”, risvegliando i demoni e la violenza che da sempre tiene nascosti. “La legge della Giungla” è uno degli albi che meglio riesce a scavare nel profondo l’animo dell’indagatore, ponendolo di fronte all’incubo più grande da affrontare: se stesso.

Nel seguito “Homo Homini Lupus”, infatti, troviamo un Dylan cambiato: la disempatia è entrata così profondamente nel suo cuore che ha cancellato ogni traccia del suo Io, dando origine a una nuova personalità violenta e instabile. I disegni di Freghieri, puliti e dalle linee decise, si soffermano spesso sui primi piani, in modo da far risaltare, con grande abilità, la contrazione dei volti che ora esprimono dolore, ora odio, ora paura o rabbia. Ogni vignetta rappresenta l’istantanea di un sentimento colto nel suo momento più topico.

Una lotta tra bene e male, ying e yang, natura ferina e bontà, che ha esito positivo ma che, nonostante tutto, ha un pessimo sapore amaro: l’odio è sempre nascosto nell’animo di ognuno e aspetta solo di poter fare la sua mossa.

La macchina umana (Dylan Dog n. 356), di Alessandro Bilotta e Fabrizio De Tommaso

dylan dog 356 la macchina umana

Uno degli episodi più interessanti (e politici) della serie: Bilotta mostra di avere imparato bene la lezione di Sclavi, e getta Dylan Dog nella trappola più spaventosa di tutte, ovvero la realtà nella quale ci tocca vivere tutti i giorni: la vita quotidiana in un ufficio, la competizione tra colleghi, le rate da pagare che non finiscono mai, l’attesa dei weekend cui destinare tutte le nostre aspettative, i piccoli desideri da appagare nei centri commerciali, l’incapacità di immaginare un futuro.

Non esistono mostri da sconfiggere né padroni da abbattere per tornare liberi; come Dylan scoprirà a sue spese, i padroni sono scimmie ammaestrate da noi per darci ciò che vogliamo. I veri mostri allora siamo tutti noi, Uomini Monodimensionali guidati da valori davvero spaventosi come la flessibilità, la produttività, la capacità di fare squadra, il desiderio di essere vincenti, l’autostima. Mostri senza volto e senza coscienza, liberi solo di accettare la propria condizione di schiavi, a cui l’Old Boy personaggio dei fumetti non può far altro che augurare buona fortuna, prima di tornarsene a incubi più semplici.


* Hanno collaborato: Alberto Brambilla, Andrea Antonazzo, Sergio Mario Ottaiano, Davide Scagni, Andrea Tosti e Andrea Queirolo.

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