La fine e l’inizio del Dylan Dog di Alessandro Bilotta

Gli zombi sono una metafora straordinaria. Come ben sanno i fan del brand milionario The Walking Dead o della raffinata serie tv di provenienza francese Les Revenants, l’idea di un mondo invaso da un’umanità morta che riprende vita per cibarsi della carne dei vivi e per contagiarli si presta a una tale serie di interpretazioni (religiose, sociologiche e politiche) da garantirne la perenne attualità. L’intuizione fruttuosa di George Romero (si pensi a Zombi – Dawn of the Dead del 1978) è stata di fondere il tema già di per sé piuttosto inquietante del Giorno del Giudizio, di ispirazione non solo cattolica (l’Apocalisse di Giovanni è un evergreen sull’argomento, ma se ne trovano esempi un po’ dappertutto, come nel vudù) con una critica potente al sistema dei consumi, che ci rende tutti zombi in preda al desiderio di carne e di oggetti. Tutta l’umanità è così letteralmente riunita in un centro commerciale, i vivi e i morti a contendersi i resti del mondo.

Non è cambiato poi molto da quell’intuizione di Romero. Se guardiamo alle folle perennemente in fila per acquistare l’ultimo modello di cellulare o agli insospettabili adulti vaganti per le strade in cerca di un raro esemplare di Pokemon, non possiamo che constatare che gli zombi sono già tra noi (siamo noi?). Il Pianeta dei Morti non è una distopia né il paesaggio di un remoto futuro post-apocalittico, è invece il nostro caotico presente, pianeta Terra anno 2016. Se il personaggio di Dylan Dog, nella serie regolare, risulta talvolta a disagio con gli orrori del mondo contemporaneo è perché giocoforza ancora legato alla visione sclaviana, secondo cui l’orrore deriva dal confronto dell’uomo debole con una società mostruosa – quella del riflusso individualista degli anni Ottanta – che lo umilia e talvolta nemmeno lo vede (come nell’indimenticabile “Memorie dell’invisibile”).

dylan dog alessandro bilotta

Lo scenario alternativo inventato da Alessandro Bilotta permette invece di ritrovare quel personaggio, lo stesso Dylan Dog di quegli anni, ormai invecchiato e disilluso, e quindi più adatto a vivere il nostro presente di zombi al cellulare e di Pokemon nelle strade. Bilotta d’altra parte non è nuovo a queste soluzioni: nel recente “La macchina umana” (Dylan Dog n. 356), uno degli episodi più interessanti (e politici) della serie, l’Indagatore dell’Incubo si trasforma in un depresso impiegato in balìa, da quindici anni, di un mondo del lavoro stritolante e senza via d’uscita. In quel caso i mostri erano gli Uomini Monodimensionali, guidati da valori davvero spaventosi come la flessibilità, la produttività, la capacità di fare squadra, il desiderio di essere vincenti, l’autostima. Mostri senza volto e senza coscienza, liberi solo di accettare la propria condizione di schiavi, a cui l’Old Boy personaggio dei fumetti non poteva far altro che augurare buona fortuna, prima di tornarsene a incubi più semplici. Seguendo la lezione sclaviana, l’orrore più cupo si materializza più nei frequenti richiami alla realtà che nel sovrannaturale.

Già nel primo Speciale dedicato al Pianeta dei Morti (il n. 29, del settembre 2015), la venuta dei non-morti – o meglio, dei “ritornati” – si accompagnava e si confondeva con l’acuirsi della crisi economica, con l’aumento dei clochard a rovistare nella spazzatura, con la costruzione di muri sempre più alti a impedire l’arrivo di corpi estranei che intaccano la presunta purezza della società. A questo scenario così simile al nostro, l’anziano e umanissimo Dylan Dog disegnato da Giampiero Casertano reagiva con una ferrea volontà di fuga, possibilmente definitiva. Non avendo il coraggio di suicidarsi da sé, da buon figlio del secolo scorso qual è chiedeva aiuto allo Stato, rivolgendosi a un centro per la morte assistita. Ma la nuova politica, impersonata dal Primo Ministro Linwood, ostacolava il suo desiderio di farla finita (o di chiudere) e lo portava così a conoscere gli Immemori, un gruppo di individui decisi a sfuggire alla realtà dimenticandola. Lo stesso Dylan diventava poi un immemore, andando a vivere in una comunità costruita a tavolino per riprodurre a grandezza naturale la realtà vera (ovvero quella della serie originale), e arrivando persino a reincontrare la vecchia fiamma Sybil Browning (dal n.1, “L’alba dei morti viventi”) senza naturalmente avere alcun ricordo del passato con lei.

Lo Speciale n. 30 – intitolato “La fine è il mio inizio” – comincia proprio da qui: Dylan e Sibyl vivono ormai insieme nell’Oasi degli Immemori, un mondo perfetto costruito dal misterioso architetto-demiurgo Werner, ossessionato dall’idea che il passato non debba mai più ritornare. Dipendenti da un fumo che cancella loro ogni ricordo di medio o lungo termine, Dylan e Sybil sono condannati – come tutti gli abitanti dell’Oasi – a vivere una vita ripetitiva e atemporale: si tingono i capelli per sembrare più giovani, guardano annoiati verso il futuro e deliberatamente ignorano il passato, costretti in un eterno presente senza memoria e senza evoluzione. L’unico a non seguire questa prassi è proprio Werner, che registra rigorosamente ogni evento del suo piccolo mondo e si ostina a guardarlo e riguardarlo, in un gioco di scatole cinesi dove non si capisce quando finisce la realtà e inizia la rappresentazione. Werner osserva gli altri come un dio, o come un lettore, desiderando che tutto resti sempre uguale a se stesso.

dylan dog alessandro bilottaQuesto sottile gioco metatestuale si inserisce coerentemente nel solco citazionista di Tiziano Sclavi che, soprattutto nei primi anni della serie, tramite il dialogo intertestuale con altri media (cinema, letteratura, musica) costruiva percorsi paralleli talvolta sorprendenti in grado di arricchire di senso la vicenda principale. La prassi citazionista sclaviana si è evoluta negli ultimi anni con la gestione di Roberto Recchioni, che ha imposto esplicitamente alla serie una particolare attenzione verso se stessa e la propria storia. Lo sguardo sclaviano era tipicamente rivolto verso l’esterno, era il tentativo disperato e fallimentare dell’individuo di comprendere una realtà sfuggente, aggressiva e spietata; in questo senso, la citazione serviva a introdurre nel percorso individuale un altro livello di realtà, un ulteriore spunto di riflessione. Con la guida di Recchioni, lo sguardo della serie si è invece rivolto soprattutto verso il proprio interno, interpretando le pratiche autoreferenziali dei social network e della società dell’informazione; e la citazione si è evoluta nella metatestualità e nell’autocitazione. È il caso dei frequenti remake di storie celebri del personaggio, cui sono dedicati diversi episodi fuoriserie, o dell’uso raffinato che all’interno del Pianeta dei Morti viene fatto di sequenze memorabili (l’inizio è una riproposizione tale e quale di tavole prese dal n. 1) e di personaggi o nomi storici, con tipico approccio revisionista, producendo efficaci effetti di straniamento.

Sybil Browning non è l’unico caso in tal senso: la figlia di Jenkins si rivela per esempio un altro personaggio sfaccettato, una madre tenace, vedova e sergente di polizia del tutto distante dalla figura di macchietta cui il padre è e sarà sempre fatalmente destinato nella serie regolare. Il “paziente zero” Groucho, colui che Dylan non è stato capace di uccidere condannando così tutta l’umanità, rappresenta poi il caso più inquietante, e la sua comparsa come zombi colpisce e intenerisce: tanto più quando, brevemente, sembra tornare l’ironico personaggio che ci era familiare. Inoltre, il ritorno imprevisto di uno storico villain con un altro nome e una diversa faccia promette sviluppi ulteriormente stranianti.

Il tema del ritorno dalla morte si mischia dunque a quello del ricordo e  dell’oblio, e a una riflessione (non nuova in Bilotta) sulla genesi del male. L’uomo merita una seconda possibilità? Se potessimo cancellare tutti i ricordi e ricominciare una nuova vita da capo, riusciremmo a essere persone migliori senza ripetere gli stessi errori? Werner sembra convinto di no, e Bilotta con lui, ma forse non avrebbe costruito il suo nuovo mondo se non covasse il desiderio, come noi tutti, di essere smentito.

dylan dog alessandro bilottaLa personificazione del male porta il nome di un famigerato eretico (Herbert Simon, come Simon Mago), ha il volto di un illustre maestro dell’horror e segue con rigore e supponenza la dottrina gnostica, la quale com’è noto considera la conoscenza l’unica via per la salvezza e non vede di buon occhio l’idea della resurrezione terrena del Dio cristiano: non è un caso dunque che si faccia creatore di un morbo che fa risorgere l’umanità.

Questo nuovo capitolo di un affresco che pare lungi dal concludersi porta a casa l’obiettivo di ripristinare la figura dell’eroe, inizialmente prigioniero di una quotidianità-serialità innocua, incapace di distinguere tra gli incubi e i ricordi, fino a un finale che lo riscatta, imponendolo come futuro salvatore del mondo. La storia regge anche grazie alla personalità di Giulio Camagni, già visto in Bonelli su Napoleone e Martin Mystère e alla sua prima prova con Dylan Dog. Con il suo tratto realistico, Camagni è riuscito instillare espressività e forza drammatica al protagonista e a tutti i personaggi.

In questo spietato realismo, suona stonato solo il fatto che l’unica amica con la quale il protagonista riesca a scambiare quattro chiacchiere rimpiangendo i bei tempi andati sia la Morte personificata, con cappuccio nero in testa e falce d’ordinanza. Ma nel complesso lo scenario revisionista del Pianeta dei Morti è un buon modo per celebrare il trentennale: un efficace tentativo di rivitalizzare il personaggio e riproporre le tematiche storiche della serie in un’ottica innovativa e contemporanea.

Speciale Dylan Dog n. 30
di Alessandro Bilotta e Giulio Camagni
Sergio Bonelli Editore, 2016
160 pagine in b/n