Bonelli La mediocrità dell’eroe indiano, nel Texone di Faraci e Breccia

La mediocrità dell’eroe indiano, nel Texone di Faraci e Breccia

Fra tutti i possibili autori interpreti di Tex, Sergio Bonelli aveva espresso per molti anni il desiderio di ingaggiarne uno: Enrique Breccia. Uno dei più acclarati maestri della scuola argentina, figlio d’arte del peraltro immenso Alberto Breccia. Il sogno dell’editore si era coronato nel 2011, purtroppo alla vigilia della sua inattesa scomparsa. Bonelli non ha così potuto ammirare il risultato finale. Ed è forse il solo rammarico che possiamo sottolineare, constatato il notevole livello di questo lavoro. Il “Texone” di Breccia e Tito Faraci, uscito in tutte le edicole come tradizione lo scorso mese di giugno, rappresenta l’ennesima iniziativa di prestigio della casa editrice.

texone faraci breccia

Quello che tutti chiamano “Texone”, date le dimensioni più ampie rispetto a quelle del mensile, in realtà è registrato come “Speciale Tex”, e consiste in una collana in cui alcuni fra i maggiori disegnatori italiani e internazionali si cimentano in una duplice sfida: interpretare Tex e disegnare una storia generalmente di 224 tavole. Se il primo volume, uscito nel 1988 e disegnato da Guido Buzzelli, fu una sorta di esperimento stilistico un po’ audace, l’accoglienza entusiasta del pubblico ha reso la collana un appuntamento assai atteso, anche al di fuori della pur ampia schiera dei lettori ‘texiani’. L’attributo della “specialità” si deve alla scelta iniziale di coinvolgere, per questa collana, disegnatori estranei non solo a Tex ma anche alla casa editrice.

Tuttavia ben presto, anche in virtù di autocandidature autorevoli come quella dello stesso Galep, il creatore grafico del personaggio, la collana ha ospitato anche autori già bonelliani e già texiani. È andata così creandosi, in quasi tre decenni, una sorta di Hall of Fame popolata da veri e propri giganti (pensiamo a Magnus) e ottimi interpreti. Ancora oggi, il toto-nomi dei futuri autori dei Texoni alimenta le discussioni dei cultori, e talvolta fa notizia. Molti dei volumi pubblicati, inoltre, sono stati riproposti in ulteriori edizioni di pregio anche da parte di altri editori, come Rizzoli Lizard, Nicola Pesce Editore, e financo in una speciale collana di Repubblica.

Giunti con Breccia alla trentunesima uscita, lo scopo celebrativo della collana è stato ancora una volta ribadito, e il risultato è positivo. Se guardiamo al passato, va detto in effetti che la collana ha offerto, nel complesso, meno originalità di quanto ci si sarebbe potuto attendere. Il timore di deludere il pubblico tradizionale di Tex ha spinto l’editore, talvolta, a puntare sugli sceneggiatori titolari della serie – Claudio Nizzi su tutti – e, sul piano delle idee, a concedere solo “variazioni sul tema”, senza stravolgimenti significativi dei personaggi e dei cliché abituali.

Tra le soluzioni più frequentemente utilizzate, la collocazione di Tex in ambienti lontani da quelli abituali, come il Sudamerica, e una maggiore attenzione ai personaggi femminili, anche per accontentare la vena artistica di alcuni dei disegnatori “ospiti” come Bernet e Gomez. Ma la vera novità, forse, è arrivata da un aspetto più semplice: la creazione di storie lunghe autoconclusive, contenute in volumi unici.

La vera specialità di questa collana, in sostanza, risiede nel suo distinguersi dalle abituali regole della serialità texiana: ogni volume è un romanzo a sé stante, che  rimane sostanzialmente estraneo alla peraltro blanda continuity. Negli ultimi vent’anni la lunghezza delle storie del Tex mensile si è abbastanza standardizzata in due o tre albi chiusi. Raramente capita che in uno stesso albo finisca una storia e ne cominci un’altra. Gli autori scrivono dunque storie intere, dosate per essere fruite ad intervalli. Nel caso di “Tex Speciale”, invece, ogni avventura può essere letta e goduta in un’unica soluzione, come un romanzo. Il ritmo di lettura è diverso, così come lo sono i luoghi e i personaggi con cui Tex si trova a che fare. Il risultato è la possibilità di avere più margini per approfondire situazioni e personalità, senza ‘dimenticarli’ (e, per gli autori, doverli talvolta ‘ricordare’) a causa degli intervalli mensili.

texone faraci breccia

Questa volta Tex si confronta con un personaggio realmente esistito, un capo pellerossa dall’inevitabile destino segnato: Kintpuash, detto Capitan Jack e capo dei Modoc. Tex viene chiamato in California su richiesta di un vecchio amico ranger, a cui l’indiano ribelle Hooker Jim ha massacrato l’intera famiglia. Hooker fa parte della tribù dei Modoc, che stanno per scontrarsi con l’esercito degli Stati Uniti. Per tentare di salvarsi, o almeno vendere cara la pelle, i Modoc si rifugiano presso i “Lava Beds”, un ampio territorio di origine vulcanica, poi diventato Parco Nazionale dal 1925. Mentre il colonnello Wheaton è sicuro di vincere, Tex e Carson tentano una complicata mediazione che possa consentire di salvare la tribù e assicurare Hooker Jim alla giustizia. Nelle avventure slegate dalla Storia, questa strategia riesce quasi sempre. Ma ogni tanto Tex vive alcune brevi avventure che ricalcano fatti realmente accaduti. Possiamo ricordare la caccia a Butch Cassidy e Sundance Kid (pubblicata su Tex Gigante 60-61) e soprattutto la malinconica vicenda di Apache Kid (pubblicata nei numeri 164, 165 e 166). In questi casi il finale è già scritto e neanche Tex lo può cambiare. “Capitan Jack” ricade proprio in questo filone.

La vicenda storica si rivela piuttosto particolare nella parte conclusiva. Inizialmente si svolge il solito classico imbroglio: interessi economici sui territori dei nativi, trattati stipulati e non rispettati, torti inflitti alle tribù che li avevano sottoscritti, ribellione e repressione. Un copione crudele, visto mille volte, difficile da metabolizzare per la nostra cultura occidentale teoricamente incentrata sul rispetto universale dei diritti dell’uomo ad ogni latitudine. Tex è un’opera di fantasia derivata da altri generi, ma che con originalità si è collocata in un arco temporale in cui si poteva ancora presumere di poter salvare qualcosa delle tradizioni dei pellerossa e mantenere un minimo di convivenza accettabile. Due i presupposti: i trattati vigenti e il coraggio e l’onestà di uomini come Tex o il Commissario per gli Affari Indiani Ely Donehogawa Parker, altro personaggio storico, presente anche nella saga di Ken Parker. Da qui un West alternativo dove i più deboli possono trovare protezione e giustizia.

In questa poco edificante vicenda storica, il fumetto italiano ha svolto un ruolo consolatorio e in qualche modo educativo, che ha consentito a generazioni di lettori di riflettere su temi non banali, pur rimanendo all’interno degli schemi dell’avventura. Questo è stato uno dei lasciti più importanti del fumetto bonelliano e dei suoi principali scrittori, tra cui Giovanni Luigi e Sergio Bonelli, Gino D’Antonio e Giancarlo Berardi. L’universo dei valori alternativi bonelliani rimane il riferimento imprescindibile anche per le avventure di oggi, che si propongono ad un pubblico molto diverso da quello degli anni Sessanta e Settanta, gli anni d’oro in cui schiere di ragazzi e giovani adulti leggeva Tex tutti i mesi. Oggi il pubblico è adulto, maturo e tendente all’anziano. Certamente, molti di questi sono gli stessi ragazzi degli anni precedenti. Ma che ritroviamo (ci ritroviamo) con una consapevolezza diversa: non è più la stagione della scoperta delle contraddizioni della vita. Questo pubblico ha realizzato perfettamente l’esito di quella Storia (della Storia) e ha proseguito nella lettura di questi fumetti soprattutto per il piacere di replicare le abitudini e i piaceri di sempre.

È così che Capitan Jack, ennesimo eroe perdente, viene proposto a ragion veduta come un’ulteriore variazione sul tema. Infatti il capo dei Modoc non esprime la stessa nobiltà etica e d’animo dei suoi numerosi predecessori, reali e immaginari. Come è accaduto realmente, Capitan Jack ha atteggiamenti ambigui e non riesce a tenere testa agli altri leader della sua tribù, che riescono ad influenzare pesantemente le sue decisioni, mettendolo sicuramente in difficoltà, ma condannando indirettamente tutta la comunità. Il piano di Tex non può funzionare perché ad un certo punto Kintpuash e i suoi uccidono il Generale Edward Canby e il reverendo Eleazar Thomas durante un incontro concordato per trattare la pace. Un gesto degno dei peggiori colonizzatori bianchi… L’intento ingenuo era quello di farsi rispettare e incutere timore. Ovviamente le conseguenze sono opposte e per i Modoc è la fine. Tex compie quindi il suo dovere e Capitan Jack viene giustiziato, come noto.

texone faraci breccia

Questa storia è un po’ difficile da digerire, perché saltano alcuni degli schemi con cui Tex solitamente agisce. Il suo ruolo di raddrizzatorti e portatore di giustizia non può essere esercitato a dovere. Una storia che forse non avremmo voluto leggere. Ma per fortuna ce la raccontano due autori speciali. Lo sceneggiatore Tito Faraci scrive il suo primo Texone, ma è ormai da anni nello staff creativo di Aquila della Notte, pur continuando a collaborare anche con le serie di altri editori. In particolare, Faraci ha una notevole sensibilità nel reinterpretare charachter altrui, anche diversissimi tra loro, come Topolino e Diabolik, riuscendo sempre ad esaltare le qualità dei disegnatori con cui collabora. Enrique Breccia, lo scrivevo all’inizio, è uno dei grandi del fumetto mondiale. Soprattutto in coppia con Carlos Trillo, ha realizzato serie affascinanti e leggendarie come Alvar Mayor e Robin delle stelle. La bellezza di quelle opere è dovuta certamente all’ispirazione inesauribile di chi le ha scritte, ma è anche merito dei suoi disegni, che si possono paragonare a sculture, fatte però di china e carta, dove i primi piani intensi si alternano a campi lunghi pieni di magia.

Enrique Breccia realizza un lavoro magistrale. Non si risparmia e cerca sequenze d’effetto nella costruzione della tavola. Ogni centimetro quadrato è dipinto con soluzioni tecniche efficaci e spettacolari. Neri profondi, tratti marcati, tratteggi certosini e bianchi abbacinanti. Ogni vignetta potrebbe essere apprezzata (e spesso ammirata) per sé. Come c’era da aspettarsi, Breccia cura molto bene i volti, esaltando il vissuto dei personaggi, talvolta con raffigurazioni ai limiti del grottesco. Proprio questa declinazione del suo stile ha turbato alcuni dei lettori, perché il suo Tex è molto “macho” e sembra portare un filo di barba incolta. Se lo confrontiamo con alcuni dei modelli tradizionali, per esempio con quello di Letteri, caratterizzato da un volto spazioso e ricco di espressioni diverse, troviamo qui un’interpretazione assai diversa. Gli occhi si restringono sino a diventare due fessure, il mento è molto più pronunciato, il naso aquilino. È un Tex statuario, già annunciato in copertina come eroe mitico, con accanto il fedele Kit Carson, volutamente in secondo piano. Poco a che fare, quindi, con il Tex costruito negli anni da Bonelli padre. È semmai più vicino a quello attuale: concentrato, serio e ogni tanto sarcastico. Ma è possibile che non tutti i lettori abbiano accettato questa interpretazione. Inoltre Breccia, mano a mano che scorrono le tavole, lo avvicina graficamente ai suoi eroi più cari, sino ad arrivare all’ultima suggestiva grande vignetta, in cui Tex cavalca al tramonto verso la prossima avventura. Un’immagine ricca di malinconia ma anche di fierezza. Tex non è riuscito a raddrizzare tutti i torti, ma si fa carico di portare sulle sue spalle il peso delle contraddizioni umane.

Tito Faraci sembra essersi messo diligentemente al servizio della Causa, facendo un passo indietro, di fronte alle Grandi Storie che si sono incontrate in questa opera: la tradizione avventurosa bonelliana e quella argentina, l’eroe tutto d’un pezzo che fa giustizia e l’eroe perdente e sognatore. Il suo compito doveva consistere nel dare un ruolo a Tex in una storia già scritta, inserendolo in situazioni in cui rendersi utile, ma senza incidere sugli eventi principali. E così avviene. Come abbiamo visto, Faraci usa l’espediente narrativo dell’amico che chiede giustizia e Tex può quindi intervenire. Un’altra dinamica classica, che riesce a trovare notevole spazio in questa trama, è l’antagonismo con l’esercito americano, dove frequentemente prevale l’ottusità tipica della divisa. Qui forse entrano in gioco un po’ troppe figure diverse. C’è l’ufficiale responsabile e quello crudele. Ma sarà poi una figura terza ad essere uccisa da Capitan Jack. Ci sono i comportamenti contraddittori dei soldati. Tutte queste contrapposizioni non sempre rendono scorrevole lo sviluppo degli eventi. Inoltre, la battaglia presso i Lava Beds porta a degli esiti un po’ esagerati, visto il più che discreto numero di indiani che Tex, Carson e alcuni soldati abbattono, assottigliando quindi un po’ troppo i Modoc da salvare… Probabilmente non si voleva far mancare la solita “dose di piombo caldo”?

L’interesse dello sceneggiatore si concentra soprattutto sulla duplicità dei personaggi e in particolare su Capitan Jack. E questo è proprio uno dei temi preferiti da Tito Faraci, che già in diversi episodi di Tex ha delineato molto bene antagonisti complessi, che poi si sono rivelati assai differenti da quello che sembravano. Qui possiamo trovare uno dei punti di forza di questo lavoro perché la visione dello sceneggiatore ha potuto trovare la piena complicità del disegnatore. Capitan Jack non è una figura eroica. Pieno di dubbi, meno carismatico e più debole del previsto, alla fine si rivela un personaggio mediocre. Per una volta viene rimossa la retorica romantica dell’indiano nobile sconfitto dalla prepotenza e dalla perfidia dei bianchi. Questa volta sono tutti umani, con le relative debolezze. E così, alla fine, hanno perso tutti.

A commentare silenziosamente il teatrino della commedia umana troviamo disseminati per tutto il volume alcuni animali, soprattutto rapaci. Con i loro occhi fissano severamente gli eventi. Tra loro anche un aquila, che si leva in volo e si staglia nel cielo quando Tex entra in scena. È la prima volta che l’animale totemico del nostro ranger si materializza così esplicitamente. Ed è grazie a questo dettaglio che alcuni passaggi ci offrono un respiro particolarmente intenso, senza dubbio Speciale.

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