Tyler non deve morire: Fight Club 2, la recensione

La tendenza da parte del pubblico ad appropriarsi in maniera più o meno debita dei propri personaggi preferiti è sempre esistita. A conti fatti, nel corso degli anni pochissimi autori sono stati in grado di sopportare le pressioni dei fan pronti a difendere con le unghie e con i denti la propria idea di come il creatore di un’opera debba fare il suo mestiere. Da Sir Conan Doyle fino al caso Bioware sono davvero un sacco gli esempi che si potrebbero fare, con una preoccupante intensificazione negli ultimi anni. Come scriveva Andrea Fiamma proprio su queste pagine «Che siano espressioni di odio – i ripensamenti operati da George Lucas su Guerre stellari – o di inclusione – i fan Disney che vogliono far diventare canonica una loro lettura personale di Frozen, cioè che Elsa sia lesbica – il confine tra l’emanazione di una volontà creativa legittima o l’appartenenza a un patrimonio collettivo sta diventando labile». Con conseguente e pericoloso sbandamento verso i confortevoli lidi della fan-faction da parte della narrativa professionistica.

Eppure, l’atto di compiacere troppo il proprio pubblico dovrebbe essere, oggi più che mai, una scorciatoia vietata a priori a ogni autore. Anche solo per il fatto che per ogni Stranger Things andato a buon fine ci sono una marea di Una Notte da Leoni 2 da scontare. Orridi sequel dove vengono infilate a forza tutte le trovate che avevano fatto grande il primo capitolo, dimenticandosi poi di aggiungerci tutto il resto. Tipo la sorpresa per qualcosa di nuovo.

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fight club 2

Da questo punto di vista Fight Club 2 parte malissimo. Già nella prima manciata di pagine troviamo l’Ikea come massima espressione di annientamento della virilità, qualche nozione di chimica da bombarolo casalingo, i gruppi di sostegno, il grottesco insistito e tutta quella serie di cose che ci avevano fatto amare il lungometraggio di David Fincher. Un richiamo che tutti troviamo scontato.

Eppure in questo caso quello che abbiamo tra le mani è chiaramente un sequel del romanzo, aspetto esplicitato fin dalle primissime pagine attraverso un deciso distanziamento dall’apocalittico finale del film. Il sospetto è quello della discrepanza metalinguistica giocata ad arte. Aggiungiamo poi che la miniserie in questione è scritta proprio da quel Chuck Palahniuk autore del libro originale. Ora lo ritroviamo anche nelle vesti di uno dei protagonisti, ritratto tutto impettito nel gestire un gruppo di scrittura creativa o a sorseggiare vino rosso in un’elegante villa dal gusto vagamente sudista comprata con anni di royalties e diritti cinematografici. Non male considerata la palese crisi creativa – ce lo conferma lui stesso in un paio di occasioni, tramite la voce del suo alter ego – in cui pare essersi perso. Ma come ci è finito l’alfiere del nichilismo anni Novanta in questo assurdo loop di autoreferenzialità e ammissione di colpe?

La prima stampa di Fight Club non ebbe chissà quale successo. Qualche migliaia di copie vendute e un piccolo culto sotterraneo a esaltare questo strano scrittore, così convinto di raccontarci la crisi della mascolinità moderna attraverso uno stile ossessivo e nevrotico. Le cose cambiarono con l’arrivo nei cinema del film interpretato da Brad Pitt ed Edward Norton, girato da un Fincher in pieno zeitgeist e musicato dai super produttori Dust Brothers. Tutti quelli nati tra gli anni Settanta e gli Ottanta finirono per riguardarlo un milione di volte, comprarono perfino i poster con le frasi motivazionali di Tyler Durden e le appesero nelle loro camere. Palahniuk, intanto, divenne lo scrittore da leggere per forza. Non arrivi a pubblicare una personale guida turistica di Portland in un mercato provinciale come quello italiano se non sei sulla cresta dell’onda. Un’ascesa a velocità folle, che nel 2001 lo porterà alla definitiva consacrazione di Soffocare.fight club 2Poco importa se la gran parte dei monologhi dei suoi personaggi fossero intrisi di un nichilismo tanto esibito quanto privo di profondità, figli di psicologie appena accennate e di una costante ricerca del colpo a effetto. Ormai l’idea del Fight Club era stata data in pasto alle masse, si era radicata nella cultura popolare e aveva rubato prepotentemente la scena a quanto di buono c’era nel romanzo. Oggi, a distanza di vent’anni, di quindici libri e di milioni di copie vendute, Palahniuk rimane quello dei tizi che si menano in un’America perdutamente consumista. Ed è forse per un impeto liberatorio, quasi autodistruttivo, che l’autore ci appare come disposto a tutto pur di liberarsi di questo fardello in cui non si riconosce.

Pur di eliminare Tyler Durden arriva a infilare in questo sequel una serie di buchi di sceneggiatura clamorosi – uno dei più ridicoli vede come protagoniste delle testate nucleari a salve acquistate su Amazon. Qualsiasi cosa per riprendersi il controllo della creatività. Peccato che Tyler sia arrivato nel mondo reale. In molte pagine le tavole sono parzialmente coperte da pillole, pastiglie o petali di rosa disegnate come appoggiate sopra i disegni, con resa iperrealista, in un continuo cortocircuito tra realtà, finzione e realtà nella finzione. Guarda caso sono proprio le cose che passano più spesso per le mani del protagonista, suggerendoci che ormai il germe Durden – definito letteralmente come un virus mentale – è anche parte di noi. Poco importa che il suo stesso creatore non lo sopporti più, perché ormai Durden è un’idea che vive nella nostra testa.

Ed è proprio di questo che parla Fight Club 2: di idee destinate a durare nonostante la caducità delle persone. Così come il Progetto Caos/Mayhem non era qualcosa di destinato a concludersi nel breve spazio temporale vissuto da Jack/Sebastian/Tyler, così l’influenza del libro originale è ormai qualcosa che va aldilà del volere del suo autore. Palahniuk potrà anche essere chiamato a risolvere gli snodi principali della trama, come succede meta-narrativamente tra le pagine di questa miniserie, ma non avrà mai l’ultima parola sulla conclusione del seguito del suo lavoro più famoso. Alla fine sarà sempre il pubblico ad avere ragione, pretendendo e ottenendo un cambiamento del finale e riportando in vita il protagonista così faticosamente eliminato.

Fight Club 2 parte volutamente in maniera noiosa e prevedibile, ricordandosi presto di accelerare a rotta di collo senza badare troppo alle conseguenze. Anche se non si finisce mai in territori realmente sorprendenti è comunque piacevole farsi stordire dall’assurdo gioco al rialzo della sceneggiatura. A differenza dei libri in prosa di Palahniuk, qui il gioco non si fa mai realmente serio. Il risultato è così esagerato e leggero da non poter ambire in nessun modo a coprire l’ombra del suo predecessore.

Insomma, Tyler Durden vince ancora una volta. A dispetto del romanzo originale e delle sue velleità generazionali, il Nostro continuerà ad avere la faccia di Brad Pitt, a minare palazzi e a flagellare l’immaginario di una generazione con i suoi aforismi. Questa miniserie rappresenta la cronaca della resa di uno scrittore al volere del pubblico, di un autore che non riesce a imporre la sua volontà nemmeno in forma di personaggio disegnato.fight club 2Qualche parola anche sul disegnatore, Cameron Stewart, qui in modalità Mister Wolf di Pulp Fiction. Arriva, prende lo script di Chuck, ascolta le preghiere della Dark Horse di renderlo vendibile anche a chi di fumetti non ne legge e, come al solito, porta a casa il risultato alla grande. Ennesimo traguardo positivo dopo il successo da sceneggiatore sul rilancio di Batgirl, gli Eisner Award vinti, le collaborazioni con Grant Morrison e le variant cover per praticamente ogni casa editrice statunitense.

Che la sua sia una capacità di narrazione fenomenale lo si era capito fin dal web comic Sin Titulo, noir lynchiano tanto astratto nelle intenzioni quanto immediato alla fruizione grazie alla regia cristallina e al tratto asciutto. In Fight Club 2 le matite si fanno meno spinte, mascherandosi perfettamente da lavoro commerciale. L’intero pacchetto risulta infatti accattivante e accessibile anche al lettore occasionale. Nonostante la diluizione della sua poetica – a livello qualitativo siamo dalle parti di una “generica serie Image” – la recitazione dei personaggi rimane immediatamente intellegibile e non si ha mai l’impressione di un freddo lavoro su commissione.

È chiaro che questa volta il nome grosso in copertina non è il suo, e in casi come questi un professionista come Stewart sa giocare perfettamente nel ruolo di gregario eccellente. Per capire di cosa si parla provate a chiedere a tutti quei registi chiamati a mettere su schermo una sceneggiatura di Aaron Sorkin.

Fight Club 2
di Chuck Palahniuk e Cameron Stewart
Bao Publishing, 2016
272 pagine, 25,00 €