Liberarsi dalla culla degli immaginari. “Hollywood Jan” di Vivès e Sanlaville

Nel 1857, in una delle sue pagine più belle, Karl Marx si interrogava sulla condizione del mito alla luce dei nuovi progressi della tecnologia e del mercato: «Cosa ne è di Vulcano al cospetto di Robert & Co, di Giove davanti al parafulmine e di Hermes a confronto del Credit Mobilièr? […] È possibile Achille, con la polvere e il piombo?». Dopo Nietzsche e Woody Allen, tutti sappiamo che Dio è morto, ma la scomparsa delle divinità tradizionali non significa che noi tutti abbiamo smesso di credere.

E così, se l’Iliade e le antiche storie bibliche non sono più il modello su cui i giovani modellano la propria esistenza, rispondere a Marx e ricercare i “miti d’oggi” evocati da Roland Barthes ci appare fin troppo facile: la polvere da sparo e il piombo avranno distrutto la figura del Pelide Achille, ma ci hanno regalato Rambo, Terminator e Walker Texas Ranger, insieme a innumerevoli altri protagonisti dell’immaginario contemporaneo, autentici eroi dell’età del piombo e della celluloide che hanno fatto da punto di riferimento imprescindibile per la generazione di chi oggi viaggia tra i venticinque e i quarant’anni.

hollywood jan vives coconino

Bastien Vivès, ex enfant prodige e ormai affermato protagonista del fumetto francese, ci racconta le mitologie della sua generazione attingendo a una varietà di fonti d’ispirazione artistiche, ma conservando in ultima analisi il suo tocco. Classe 1984, Vivès si è già imposto sul mercato internazionale con graphic novel personali e di grande impatto sul grande pubblico (ricordiamo solo Il gusto del cloro, del 2008), sviluppando al tempo stesso una linea di dissacranti considerazioni metafumettistiche a sfondo massicciamente autobiografico (si veda ad esempio L’importanza di chiamarlo fumetto). Il suo nuovo Hollywood Jan, scritto e disegnato insieme a Michaël Sanlaville, ha tutta l’aria di coniugare felicemente queste due attività in una storia semplice quanto emblematica.

Jan è un ragazzo alle prese con il passaggio dalle medie alle superiori: non ha amici, il suo fisico mingherlino non gli permette di torreggiare tra i suoi nuovi compagni e la sua timidezza non aiuta di certo con le ragazze della classe. Per fortuna, Jan non è solo: lo accompagnano sempre Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger e Russell Crowe, veri e propri numi tutelari che non lo abbandonano per un attimo e lo sorvegliano nelle difficoltà della vita da adolescente. Confortato dalla presenza dei suoi amici immaginari, Jan riesce lentamente a farsi strada nel nuovo mondo, trovandosi faccia a faccia con la sfida di mettere insieme ciò che è e ciò che dovrà diventare per adattarsi al nuovo ambiente.

L’idea di Vivès non è particolarmente originale, questo è certo: il fascino della narrazione si basa tutto su quella “trasfigurazione mitica dell’ordinario” che era già venuta alla ribalta con lo Scott Pilgrim di Bryan Lee O’Malley (anche se in quel caso il riferimento principale erano i manga e la cultura videoludica). Rispetto al quindicenne interpretato su pellicola da Michael Cera, tuttavia, il nostro Jan rivela una dimensione decisamente particolare: il suo immaginario fatto di gladiatori, robot assassini e veterani del Vietnam dapprima lo aiuta a resistere in un ambiente nuovo e ostile, ma poi gli si fa sempre più estraneo, fino a diventare addirittura un peso.

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Se in Scott Pilgrim (e in molti dei manga cui esso si ispira) la componente simbolico-epica fa da struttura all’intera narrazione e serve a creare il fascino del protagonista, nel caso di Hollywood Jan il tema centrale è proprio l’esigenza di liberarsi del proprio immaginario, di abbandonare i propri miti d’infanzia e di accettare la propria trasformazione in un adulto. E tutto questo, ci raccontano giocosamente Vivès e Sanlaville, non è affatto facile: i miti resistono, ci aggrediscono quando cerchiamo di sradicarli, minacciano di tenerci costantemente aggrappati al nostro vecchio sé.

Lo stile grafico mantiene intatti i tratti essenziali dello stile di Vivès: tinta cromatica unita, tratto irregolare e vagamente naif unito a una grande espressività dei volti, talvolta deformati al punto da abbandonare il realismo e donare alla vignetta punte di simbolismo assolutamente adeguato al contesto narrativo. Anche la scelta di non creare alcuna vera distinzione stilistica tra il reale e l’immaginario – ad esempio tra Jan e i suoi compagni da un lato, e le tre figure delle star hollywoodiane dall’altro – risulta in fin dei conti azzeccata: il peso della valutazione ricade interamente sul lettore, e con esso il compito di farsi strada nel tessuto narrativo per arrivare al contenuto.

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È così che i toni apocalittici e caricaturali di Hollywood Jan riescono a trasmettere un’idea decisiva sul rapporto tra mito e crescita individuale nel nostro tempo (e forse non solo). Dietro una storia assolutamente godibile, ricca di richiami autobiografici e di cliché sulla vita da liceali, ma anche di epica e surrealismo, Vivès e Sanlaville puntano l’attenzione sull’esigenza di uccidere i propri miti insieme ai propri padri, senza dimenticare il valore che essi hanno avuto per la nostra crescita personale ed emotiva.

È proprio vero, in fondo, che le ultime generazioni sono state completamente plasmate dal cinema americano, ma anche il fumetto ha svolto una parte decisiva nella produzione di miti dello scorso secolo: in questo senso, il lavoro di Vivès e Sanlaville appare anche come una piccola riflessione autocritica sul potere mitopoietico dei media – fumetti inclusi – e sull’importanza di non diventarne schiavi, barattando la primogenitura della crescita con il piatto di lenticchie della sicurezza.

Hollywood Jan
di Bastien Vivès e Michaël Sanlaville
Coconino Press, 2016
139 pagine, 18,50 €