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Sunday Page: Lorenzo Palloni

Ogni settimana su Sunday Page un autore ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le coversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica si chiacchiera con Lorenzo Palloni, fondatore (dell’Associazione Culturale Mammaiuto), sceneggiatore (The Corner), disegnatore (Un lungo cammino), ma anche autore completo (Mooned ed Esatto). Fumettologica ha parlato di – e con – lui talmente tante volte che fate prima a dare un occhio qui.

alacksinner

L’ultima pagina di Città oscurauna storia di Alack Sinner di Josè Muñoz e Carlos Sampayo, la sento come un punto di arrivo, in qualità di autore, qualcosa che so di voler provare ad eguagliare un giorno o l’altro.

Enfer rompe con Alack dicendogli che la colpa è della sua tristezza. Finale letterario, che ti lascia rimuginare sulla pagina, invece che chiuderti la porta in faccia come un film.

In qualità di lettore, sì, è un finale letterario, galleggiante, emotivo, e talmente sintetico da essere senza scampo. Chi non ama finali così?

Sapevo ti piacesse l’hard boiled, ma come mai proprio Città oscura?

Nessun attaccamento particolare alla storia, e non c’entra il genere, anche se è ciò che amo. L’ho scelta per motivi personali. È una tavola che mi brucia ancora gli occhi quando la guardo. Ce l’ho fissa in testa dal 2007, come se qualcuno me l’avesse marchiata a fuoco sull’ippocampo. Durante i corsi di fumetto che saltuariamente tengo, la proietto e la analizzo con gli studenti: praticamente chiunque, anche digiuno di fumetti, rimane stordito e senza leggere i balloons riesce a capire lo svolgimento della scena, a leggerne la malinconia, a intuirne la potenza narrativa.

Secondo te, la scelta del dettaglio sull’occhio a cosa è dovuta?

È dovuta ad una regia della madonna, se vogliamo essere sintetici. Più in profondità, è uno zoom sulla presa di coscienza di Alack, la sua consapevolezza dell’ennesima sconfitta, che era certo sarebbe arrivata. Nessun nero pieno, solo bianco, pura luce, pura epifania incorniciata da pochi segni veloci e disperati. È un occhio cosciente della fine imminente, non triste, solo malinconico, perché rassegnato al suo destino di eterno perdente. Non è certo un flebile “perché” che fermerà l’addio di Enfer, e Alack lo sa.

Quando analizzi con gli studenti questa tavola c’è qualcosa di interessante che di solito la gente si perde o non coglie?

Non saprei. Forse gli aspetti prettamente grafici sfuggono di più, tipo la scacchiera bianco/nero. Soprattutto i più digiuni, non sono abituati a concepire una tavola come un insieme armonico e logico di strutture e segni giustapposti, solo come disegni racchiusi in vignette che devono raccontare qualcosa. A quel punto faccio socchiudere gli occhi ai piccoli bastardi (che poi non sono così piccoli, più spesso sono adulti) e percepiscono meglio la disposizione di nero e di bianco come parte integrante dello storytelling. Nel caso di questa tavola: nero in diagonale, dall’alto a destra in basso a sinistra; bianco nella diagonale opposta.

Perché ci sono tante cose abbastanza ‘semplici’ da vedere, come i contrasti della terza vignetta (il flusso caotico dello sfondo vs. la staticità di Enfer, l’euforia dell’happy new year vs. la tristezza), ma altre che magari sfuggono. Tipo la spiegazione per la nuvoletta posizionata al millimetro a fianco del neo (secondo me è un correlativo oggettivo, ma io sto male col cervello, quindi è probabilmente una scemata).

Non credere che sia così semplice l’analisi che hai fatto te, anzi. Soprattutto quando sei in una posizione di non-conoscenza, in una classe, di fronte a uno che ne sa più di te, tendi ad aspettarti che la richiesta di analisi non si fermi alla superficie (che poi superficie non è, è struttura) ma che si indaghi concetto e significato. Il neo come correlativo oggettivo della tristezza, dici? Come qualcosa di inestirpabile dalla proprio corpo? Sì, stai male col cervello, ma non ci avevo mai pensato. Molto fico.

E poi di solito il neo è quel difetto che, pur essendo fisicamente un tumore, diventa anche vezzo, peculiarità. Ed è la stessa cosa che succede con la tristezza di Alack, è il suo limite, il suo difetto ma è anche elemento di fascino. Però, sì, c’è quella roba al cervello.

Precisamente. La tristezza, ma più spesso la malinconia, è qualcosa che i detective di genere indossano, e gli calza a pennello. Alack è la summa dei P.I. letterari, e indossa l’estremo di tutto: tristezza, debolezza morale, senso di giustizia, fallimento. Il noir non può essere esente da niente del genere, soprattutto dal fallimento. Il Vero Detective gioca duro con ogni donna che incontra, ma, in un modo o nell’altro, perde sempre. Il suo fascino è tutto lì. Comunque conosco un bravo, per quella cosa al cervello. Ti passo il numero.

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