Focus Opinioni Da Piet Mondrian a Chris Ware, la parabola del funzionalismo

Da Piet Mondrian a Chris Ware, la parabola del funzionalismo

Le accurate e raggelate geometrie di Chris Ware mi hanno spinto più volte ad accostarlo a Piet Mondrian (per esempio qui, ma se volete leggere gli interventi in ordine partite dal fondo). C’è però una differenza cruciale tra i due.

Mondrian, che era uno spiritualista vicino all’antroposofia di Rudolf Steiner, concepiva positivamente le proprie astrazioni geometriche: le forme curve, e persino la diagonale, andavano escluse dalla composizione perché evocavano situazioni instabili, e quindi potenzialmente dinamiche. La composizione equilibrata di puri elementi formali garantiva, nella sua eterna immobilità, di esprimere una spiritualità umana che alla natura e alla sua imitazione artistica erano negate. Gli equilibri perfetti e immobili di Mondrian hanno quindi qualcosa di mistico, di ultraterreno, di divino. Ma attraverso di loro l’artista (e lo spettatore con lui) può contemplare la spiritualità, può innalzarsi a una dimensione superiore.

Piet Mondrian, Composition with Red, Blue, and Yellow, 1930, oil on canvas, 46 x 46 cm (Kunsthaus Zürich)
Piet Mondrian, Composition with Red, Blue, and Yellow, 1930, olio su tela, 46 x 46 cm (Kunsthaus Zürich)

Al di là delle analogie visive, Ware non potrebbe nemmeno ipotizzare una intemporalità così estrema. Per quanto particolari siano, i suoi lavori sono comunque fumetti, cioè narrazioni per immagini, e il tempo, lo sviluppo, il movimento, la tensione vi sono impliciti e intrinseci.

Il punto è che tra Mondrian e Ware sono passati parecchi decenni, e la stessa nozione di funzionalismo, cruciale per entrambi, ha cambiato faccia. Per Mondrian il funzionalismo poteva ancora essere un’utopia, da portare avanti e da realizzare insieme con i compagni di strada della rivista De Stijl, come punta avanzata di un processo diffuso in Occidente cui partecipavano architetti americani e francesi (da Lloyd Wright a Le Corbusier), pittori e grafici russi (da Malevich a Lissinsky), sino a tutta la grande impresa del Bauhaus. Era l’utopia del progresso guidato dalla razionalità umana, che si manifestava nell’idea del progetto, nell’abbandono degli stili tradizionali, nella presunzione di poter progettualmente costruire un mondo migliore.

Di fatto, i capolavori realizzati davvero dagli artisti di punta del funzionalismo non hanno impedito la sua degenerazione nei palazzoni delle periferie, tanto poveramente (ma effettivamente) razionali quanto assai più brutti dei loro corrispondenti negli stili della tradizione. Il mito del progetto razionale è naufragato nella realtà del capitalismo globalizzato, razionale e progettuale, indubbiamente – ma a vantaggio di chi? Ed era già fallito ab origine nel disastro del comunismo sovietico, utopia della ragione materializzata nell’incubo della repressione.

Quasi un secolo dopo la nascita del funzionalismo, più che rappresentare il progresso, esso sembra presentarsi a noi con la faccia dell’alienazione – certo non nei lavori dei grandi utopisti artistici che gli hanno dato origine, ma nelle allora imprevedibili e in seguito pervasive conseguenze sulla nostra vita.

Ecco quindi che quel medesimo funzionalismo che si presentava come utopia, con venature mistiche, in Mondrian, ricompare come alienazione, distacco da se stessi, impossibilità di vivere davvero la propria vita, nei fumetti di Chris Ware. Nelle raggelate geometrie delle sue pagine si aggirano personaggi che cercano inutilmente un senso in quello che fanno. Ma tutto è uguale e tutto resta uguale. La razionalità progettuale degli ambienti, ma anche della pagina stessa che racconta, sembra costituire un ostacolo insuperabile alla comunicazione emotiva.

chris ware Building Stories
Chris Ware, Building Stories, Pantheon Books, 2012

Ware, tuttavia, non è anaffettivo. Al contrario, si intuisce che i suoi personaggi vivono una tensione affettiva fortissima, che però non trova modo di venire alla luce, non trova modo di esprimersi. La stessa grafica estremamente curata, costellata di invenzioni di grande originalità, equilibrata (alla Mondrian) e sempre elegantissima, si erge comunque come un muro di fronte al quale qualsiasi espressività di arresta, si trova negata, cancellata.

Alla fin fine, Ware si presenta a noi come un autore tragico. Se possiamo parlare di tragedia quando i personaggi di una storia sono condannati all’impossibilità della riuscita di qualsiasi progetto personale, ecco che i personaggi di Ware sono personaggi tragici, anche quando appaiono ridicoli. Il progetto che la razionalità umana realizza passa sopra le loro teste, e costruisce la Storia dimenticandosi di loro. In un certo senso, quindi, Ware ritorna davvero all’assenza di movimento mondrianiana: ma quello che là era una divina eterna immobilità, qui è un’umanissima incapacità di cambiare, un essersi già arresi allo schema, al meccanismo.

L’utopia si è trasformata in distopia. La perfezione è diventata il disvalore per eccellenza. L’assenza di tensioni dei dipinti di Piet Mondrian è diventata l’impossibilità narrativa di risolvere le tensioni nelle storie di Chris Ware.

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