Focus La stigmatizzazione di Hank Pym

La stigmatizzazione di Hank Pym

Henry “Hank” Pym, l’Ant Man originale, è la declinazione tragica dell’imbranato. Dello sfigato, se vogliamo. Anche l’Uomo Ragno è uno sfigato. L’Uomo Ragno è subissato dalle sfighe, azzoppato dalla sfortunata, malmenato dal corso degli eventi. Eppure c’è sempre un risvolto positivo, la sua vita non fa mai davvero schifo del tutto. Sembra che sia così, è vero, ma qui sta il prestigio: una piccola, microtica consolazione lo attende alla fine della storia. Magari è anche solo l’aver messo una pezza sulla sfiga, aver chiuso la falla che si era aperta all’inizio, riportando semplicemente la situazione al punto iniziale, ma è già qualcosa. E il nostro sentimento come osservatori è sempre empatico. Se l’Uomo Ragno deve arrivare dal punto A al punto B, nella peggiore delle ipotesi alla fine della storia si ritroverà al punto A. Ant Man è colui che se deve arrivare dal punto A al punto B inciampa tre volte e quando arriva alla fine si accorge di essere arrivato al punto Z. E quando gli succedono delle cose brutte, l’emozione prevalente è quella del ripudio.

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Nella sua storia di debutto, The Man in the Ant Hill (su Tales to Astonish #27), Hank Pym è un brillante biochimico che scopre gli elementi subatomici soprannominati “particelle Pym”, con cui crea una formula per alterare le dimensioni del fisico umano. Quando conosce Janet van Dyne utilizza le particelle Pym per donarle un paio di ali e antenne. I due fondano i Vendicatori e diventano una coppia anche nella vita privata. In seguito Hank inventa la formula che lo tramuta in un gigante, cambiando nome in Giant-Man. Crea il robot Ultron, esce dai Vendicatori e vi rientra con un terzo alias, Golia. Dopo aver inalato dei gas che lo portano alla pazzia, si crea una nuova personalità, sbruffona e sicura di sè, quella del Calabrone, affermando di aver ucciso il vero Pym.

Ci sono pochi punti fissi nel canone narrativo di Pym. Primo: l’insoddisfazione. È un brillante biochimico, un pensatore notevole – viene perfino eletto Scienzato Supremo della Terra da Eternità – ma è il simbolo dell’eterno potenziale che non trova realizzazione perché niente di quello che fa è interamente una cosa buona o giusta o utile. Sa di valere qualcosa, di poter mirare al massimo, ma non è mai stato in grado di raggiungerlo. A questo si aggangia il secondo nucleo, il senso di colpa dato dalla creazione del robot Ultron (personaggio con una storia editoriale tutta sua che potete approfondire qui), uno dei più temibili cattivi dei Vendicatori. E poi c’è l’insicurezza, un po’ atavica, un po’ generata nell’età adulta, tra una moglie supereroina che dopo la separazione conosce biblicamente buona parte dell’universo Marvel maschile e che comunque ha più successo di lui (anche fuori dall’attività di vigilante dato che diventa una stilista milionaria) e un esame di coscienza che porta alla consapevolezza di non essere un granché come eroe. Senza per forza tirare in ballo manie di compensazione (ma ci sarebbe spazio anche per quelle, parliamo pur sempre di un uomo il cui tratto saliente è rimpicciolirsi), Pym cambia identità un numero spropositato di volte, indice di un profilo psicologico non stabilissimo.

Un po’ troppo da sopportare per un uomo i cui pregi sono difficili da individuare e altrettanto arduo è capire in che modo si sia reso – se mai lo abbia fatto – una forza imprescindibile della società (super)umana. Questo breve resoconto basterebbe per far ammattire anche il più stoico degli individui. Figuriamoci Pym, uno sconfitto, una vittima di se stesso che più che nei fumetti starebbe bene tra gli uomini inetti di Italo Svevo. Come fai a costruirti una reputazione, a ritagliarti un posto al sole come supereroe quando fatichi a essere un umano decente?

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Eppure nessun autore ha mai saputo mettere a fuoco queste devasti premesse e offrire LA storia definitiva del personaggio. Questo lo ha capito benissimo Mark Millar, che, quando ne ha scritto la versione per il nuovo millennio in Ultimates, ha coagulato tutti questi sottaciuti, ha spinto il pedale sull’accelleratore e lo ha fatto diventare un impasticcato di Prozac con gravi crisi di nervi, mancanza di autostima e dubbi sulla sua virilità (tanto per dirne una, nella versione Ultimate, non può superare i 19 metri di altezza, altrimenti i femori si spezzerebbero sotto il peso del corpo).

La sola e unica storia – nell’Universo Marvel regolare – che ha provato a dare un senso a tutti questi discorsi, anche se in maniera piuttosto inconsapevole, è Corte marziale (Avengers #213), di Jim Shooter e Bob Hall. La storia è il fulcro dell’omnibus di Panini Comics intitolato Il processo di Hank Pym che, oltre a presentare storie inedite o albi già visti in Italia ma in una nuova edizione (con un nuova colorazione e un nuovo lettering che spesso riduce l’impatto dei dialoghi, per esempio nella famigerata scena del manrovescio dato da Pym alla moglie), raccoglie il troncone di storie che sfruttano questi spunti per inserire la testata dei Vendicatori nel filone post-Silver Age. Pur conservando una stupidera di fondo, Jim Shooter fa smettere ad Avengers i panni delle storie scanzonate. Personaggi e autori sono reduci dagli anni Settanta, le agitazioni sociali degli Stati Uniti hanno strappato a forza la patina di innocenza dai fumetti, Gwen Stacy è morta, Jean Grey è morta (e poi è diventata cattiva), e sull’universo Marvel tira una brutta aria.

Calabrone è sotto accusa per il comportamento tenuto nella precedente avventura, nella quale ha attaccato alle spalle un’avversaria dei Vendicatori che si stava per arrendere, innescando un’ulteriore lotta che avrebbe potuto provocare vittime innocenti. Il gruppo non può soprassedere e decide che Pym venga giudicato da una corte marziale formata da Capitan America, Iron Man e Thor. Sotto pressione e instabile, Pym mette a punto un robot che avrebbe dovuto attaccare gli Avengers durante la sentenza e che lui avrebbe sgominato guadagnandosi di nuovo la fiducia dei colleghi. Janet scopre il piano del marito e tenta di dissuaderlo, ma Hank non vuole sentire ragioni e le cala sul viso una poderosa cinquina.

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La scena dello schiaffo di Hank Pym a Janet Van Dyne, nella prima edizione italiana e in quella riletterata per il recente Omnibus

È un momento spartiacque nella narrazione del personaggio, che non solo catalizza tutte le ansie e i difetti di Hank ma aggiunge il carico da 11 della violenza domestica. Jim Shooter ha raccontato che dietro alla scena c’era stato in realtà un errore del disegnatore: «Era un gesto alla “sta’ lontana da me”. Bob Hall, che aveva imparato da John Buscema a scegliere sempre le pose e i gesti più estremi, lo trasformò in un diretto sinistro! Non c’era tempo per ridisegnarlo, e da questo ebbe origine la fama di Hank come marito manesco. Bill Sienkiewicz venne da me a chiedermi perché non l’avevo fatto disegnare a lui, tanto si era commosso per la storia». Se le storie Marvel parlano di eroi fallaci che passano le loro vite a destreggiarsi con le conseguenze dei propri sbagli, Corte marziale resta la più marveliana delle storie degli Avengers.

Comunque, il piano fallisce perché Pym perde il controllo sul robot, che viene sconfitto da Janet. Senza più la moglie, cacciato dalla villa dei Vendicatori e squattrinato, Hank ne esce distrutto e rinuncia all’attività di eroe sul campo, preferendovi la ricerca in laboratorio. Dopo queste storie – sono passati quasi quarant’anni e la qualità fattuale delle avventure successive non ha brillato per bontà – riusciamo ancora a vedere Hank in modo diverso? O rimane l’eroe che ha picchiato la moglie (in preda a una psicosi, certo, ma il fatto sussiste e non è in ogni caso una giustificazione) e poi ha cercato di metterci una pezza sopra?

Altra constatazione che ha a che fare con Peter Parker. Anche Spider-Man ha menato la moglie, però quasi nessuno se lo ricorda. Nessuno lo ha ribatezzato “il picchiamogli” e nessuno cita l’evento tra i dieci più importanti della sua vita. Non entra nemmeno nei cento più importanti, e dubito che arriverebbe tra i primi mille, se non per un soffio. E questo ci dice un paio di cose sul doppio standard del processo di stigmatizzazione. Tacciamo un personaggio di essere un bruto, chiudiamo un occhio sull’altro. Vuol dire che l’Uomo Ragno è un personaggio così ricco di storie ed eventi che questo episodio sfugge al radar dei lettori o che non si è pronti a infangare il personaggio. Pym è una figura con un bagaglio narrativo ristretto. Gli sono successe meno cose, e quelle poche quindi restano impresse. Ergo, senza i travagli psichici sarebbe rimasto il Vendicatore che non salva mai la baracca e quello che di solito viene sconfitto o catturato per primo. Oppure è un personaggio che non abbiamo a cuore e di cui non ci importa nulla se viene stigmatizzato come un picchiamoglie. Credo siano vere entrambe le possibilità. D’altro canto, c’è qualcuno pronto a eleggerlo nella rosa dei suoi cinque – a voler essere buoni – personaggi preferiti?

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