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Sunday Page: Vanni Santoni su Jim Woodring

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le coversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è il turno di Vanni Santoni, scrittore (Muro di casse, l’antologia L’età della febbre), traduttore e giornalista culturale per Corriere della Sera, Internazionale, il manifesto, Vice, Prismo, Rolling Stone e altri. Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué.

woodring

È una tavola da Weathercraft, di Jim Woodring, edito in Italia da Coconino nel 2010. Tra i tanti lavori di Woodring ambientati nell’Unifactor, il suo mondo onirico-triptaminico, i quali costituiscono senz’altro la parte di maggior rilievo della sua produzione, ho scelto questo perché mi sembra il più organico: piuttosto che essere costituito, come gli altri, da una serie di episodi più o meno collegati, è un vero e proprio romanzo grafico, per quanto nella logica distorta propria di Woodring.

L’ho scelto anche perché è l’unica opera attualmente disponibile nelle librerie italiane. Ne esiste anche un’altra, la massiccia raccolta Frank, edita (in qualità di stampa, va detto, non eccelsa) da Free Books nel 2005, ma è fuori catalogo, anche se ogni tanto si vede sbucare a metà prezzo nelle sezioni remainder delle grandi librerie.

Della tavola in sé che mi dici?

Ho scelto questa tavola, composta da un’unica vignetta, perché ben illustra tre aspetti definitori dell’opera di Woodring: la visionarietà, ben rappresentata dal mostro triptaminico/salvinorinico che occupa quasi tutta la pagina; lo stile di disegno, ispirato sia a Albrecht Dürer e altri maestri incisori che al primo Disney (e quindi a Ub Iwerks); l’umorismo slapstick (nella scena immediatamente precedente Manhog, l’ibrido uomo-maiale spesso protagonista dei fumetti di questo autore, aveva tirato un calcio a una piccola faccia che sbucava in basso da dietro un cespuglio: ovviamente non era altro che l’appendice ultima di tale mostro).

Cos’è che ti piace tanto di Woodring da averti spinto a sceglierlo?

Mi esalta il suo tentativo di creare non solo mondi visionari (quello il fumetto lo ha fatto tante volte e magnificamente, basti pensare a tutta l’opera di Moebius, al Pazienza di Pentothal, a Robert Crumb, a Suehiro Maruo) ma anche strutture narrative con logiche ‘altre’. Nelle sue storie accadono cose, si capisce che accadono per qualche motivo, ma non sempre la meccanica degli eventi è uguale al nostro mondo. Non si limita dunque a una psichedelia delle forme, ma anche del contenuto, qualcosa che prima di lui avevo visto fare in modo così radicale solo al Lewis Trondheim di A.L.I.E.E.N. e al CF di Powr Mastrs. E tuttavia Woodring sorpassa a destra anche questi due pur eccellenti autori in virtù del fatto che il suo mondo non è un esercizio di variazione sulle modalità espressive: é una vera violenta allucinazione e risulta quindi molto più perturbante.

Pensi mai a Woodring quando scrivi le tue cose o ti affascina solo da lettore?

Mi piacerebbe scrivere un testo con leggi temporali diverse dal normale ma è un’idea venuta prima di aver scoperto Woodring. Come autore direi che per ovvie ragioni è più propenso a influenzare fumettisti piuttosto che scrittori.

Per chi fosse interessato all’opera di Woodring, che l’albo migliore è probabilmente Fran (se la gioca col Weathercraft da cui viene la tavola scelta), e dal quale avrei preso questa, strutturalmente imparentata con la suddetta, che appongo qua in chiusura per rimarcare il fatto che Jim Woodring non è tanto un autore da leggere (o di cui leggere) ma da guardare.

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