Ogni cuore che sente. “Le Dernier Assaut” di Jaques Tardi

È una mattina triste quella del cinque di agosto del 1916. Ormai cento anni fa.

Non so che tempo facesse mentre, per ordine del Capo di Stato Maggiore Luigi Cadorna, ventidue divisioni italiane si spostavano dal Trentino, dove avevano appena respinto l’offensiva del generale Conrad, al fronte dell’Isonzo; varie testimonianze orali raccontano però che piovesse a rovescio. Può darsi sia stata, nel racconto del ricordo, una trasfigurazione dello stato d’animo dei soldati. Nero come le nubi sopra il Carso. Il giorno dopo, il sei di agosto, il generale Cadorna scatena la sesta offensiva dell’Isonzo. Vuole prendere Gorizia. E Gorizia cade in mani italiane il 10 di agosto. L’offensiva continua fino al 17 agosto. Alla V armata italiana la presa di Gorizia costa ventunmila morti. Dalla parte austroungarica i caduti furono più di diciannovemila.dernier assaut jacques tardiQuarantamila vite spezzate per far sventolare sul municipio di una città di (allora) meno di trentamila abitanti una bandiera piuttosto che un’altra; è un bilancio che lascia senza parole. Un massacro.

In quei giorni di agosto del 1916 una mano anonima, sconvolta dall’assurdità del combattere, trovò invece le parole e scrisse una canzone terribile. Che fu raccolta, all’inizio degli anni sessanta, dallo storico Cesare Bermani da un testimone che sosteneva di averla sentita cantare dai fanti che avevano conquistato Gorizia.

La mattina del cinque di agosto
si muovevano le truppe italiane
per Gorizia e le terre lontane
e dolente ognun si partì.
Sotto l’acqua che cadeva a rovescio
grandinavano le palle nemiche;
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:
O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza;
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.
O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letti di lana,
schernitori di noi carne umana,
questa guerra ci insegna a punir.
Voi chiamate il campo d’onore
questa terra di là dai confini;
qui si muore gridando: assassini!
maledetti sarete un dì.
Cara moglie che tu non mi senti,
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini,
ché io muoio col suo nome nel cuor.
O Gorizia, tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza;
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.

Nel giugno del 1964 il Nuovo Canzoniere Italiano presenta al Festival dei Due mondi di Spoleto un recital nel quale è contenuta anche questa canzone. Il recital è stato pensato da Filippo Crivelli, da Franco Fortini e da Roberto Leydi appositamente per il festival, e si intitola Bella Ciao, un programma di canzoni popolari italiane. Il recital ebbe varie repliche per tutta la durata del festival al teatro Nuovo. La sera del 20 giugno Sandra Mantovani, che di solito canta O Gorizia tu sei maledetta, ha un improvviso abbassamento di voce, così la sostituisce Michele Straniero. Il quale canta anche una penultima strofa spuria, non presente in tutte le versioni raccolte della canzone:

Traditori signori ufficiali
Che la guerra l’avete voluta
Scannatori di carne venduta
E rovina della gioventù 

Un ufficiale dei carabinieri presente in platea si alza, gridando la sua indignazione e cercando di interrompere il recital. In risposta, dal loggione gli arriva al volo una sedia e si comincia a intonare Bandiera Rossa. Qualcuno in platea si mette a cantare Faccetta Nera. È rissa. Il giorno dopo il Nuovo Canzoniere Italiano sarà denunciato per diffamazione delle Forze Armate, mentre per tutta la durata delle repliche gruppetti di fascisti tenteranno di impedire lo spettacolo.

Fatti che la dicono molto lunga sulla polarizzazione ideologica che una canzone come quella, che si riferiva ad avvenimenti allora già lontani mezzo secolo, riusciva e riesce a suscitare. Una canzone che riesce ancora, a distanza oggi di un secolo, a evocare la capacità umana di dare significato alla realtà anche quando quella realtà, come la Prima guerra mondiale, è impermeabile a ogni possibile significazione. E’ probabilmente per questo che O Gorizia tu sei maledetta è la prima delle due uniche canzoni tradizionali inserite da Dominique Grange nel suo nuovo recital realizzato con gli Accordzeam e con il suo compagno di una vita, Jaques Tardi. Ed è probabilmente il motivo per cui Jaques Tardi ha dedicato Le dernier assaut, il suo ultimo lavoro, “agli animali morti per la Francia”. Perché gli animali non hanno la necessità di dare senso a ciò che senso non ha.

L’ultimo album-recital di Dominique Grange e l’ultimo album-fumetto di Jaques Tardi sono un’unica cosa. Non sono uno il pretesto per l’altro. Il disco non è la colonna sonora del fumetto e il fumetto non è il libretto a commento del cd. Sono due parti distinte di un’opera completa.

Come nota Eric J. Leed nel suo indispensabile Terra di Nessuno (Il Mulino, 1985) la guerra dal punto di vista militare è d’interesse strettamente circoscritto. Quando diventa campo d’indagine per tutte le riserve significanti che mobilita (quelle di cui dicevo a proposito della canzone O Gorizia), invece, assume interesse universale.

Questo è più o meno quello che Tardi ha fatto a partire dal 1974, con La Veritable Histoire du Soldat Inconnu, con le sue costruzioni narrative sulla Grande Guerra; ma è la prima volta che lo fa, come fa un cantastorie nelle proprie canzoni, usando direttamente la propria voce. In realtà la voce narrante entrava spesso anche nel capolavoro C’etait la guerre des tranchées, ma era un uso didascalico, racchiuso appunto nelle didascalie. In questo nuovo lavoro invece la voce del narratore ha un vero  e proprio flusso evidenziato dall’uso delle nuvolette e non delle didascalie. In questo senso il disco di Dominique Grange che viene fornito insieme al libro è una chiave di lettura indispensabile per la comprensione complessiva dell’opera.

dernier assaut jacques tardi

Il barelliere Augustin, vagamente somigliante allo stesso Tardi, attraversa la trincea della Somme condotto dal flusso della voce narrante, che non è quella di un narratore modello quanto piuttosto la voce di uno storico che lega, attribuendogli un senso a posteriori, tutti gli avvenimenti di quel lungo viaggio nella trincea (viaggio che in qualche modo ha legami ideologici e strutturali con l’affresco lungo sette metri dedicato alla Grande Guerra da Joe Sacco), per dargli un senso.

La struttura di Le Dernier Assaut è una radicale messa in discussione di tutte le nostre convinzioni sociali, come lo è la guerra, e su tutte di quella convenzione – per fortuna:  mai data una volta per tutte – che chiamiamo linguaggio. E con il quale cerchiamo di alleviare le contraddizioni che la guerra porta nella realtà del corpo sociale, ristrutturando gli elementi di quella contraddizione in una sequenza narrativa. Pura convenzione.

Convenzione che Tardi appunto qui sradica (occasionalmente) attraverso quella struttura significante ed espressiva che è il fumetto e che è la sua e che usa, questa volta, ribaltandola non per raccontare ma per dire la verità. Per mostrare, anche con momenti di insostenibile e dolorosa pedanteria, quale forma di regressione culturale (la paralisi finale di Augustin) causò quella struttura oggettiva che convenzionalmente chiamiamo Prima Guerra Mondiale.

Gorizia è proprio maledetta.

Le Dernier assaut
di Jacques Tardi
Casterman, 2016
208 pagine, con CD, 23,00 €