Zèro (de conduite)

BANDE A PART(E) [capitolo 5]
Da Hara-Kiri alle Graphic Novel – storie di fumetti e rivoluzioni marginali

Dove si scopre che questa storia non è un romanzo ma una mappa spazio-temporale (almeno nelle intenzioni di chi scrive), e si fa poi conoscenza con due dei principali protagonisti.

La mappa non è il territorio, ovvero Alfred Korzybski aveva ragione (forse)…

Se questo fosse un romanzo potrei lasciare le indicazioni temporali nel vago, fare intuire da qualche accenno il periodo in cui si svolgono i fatti e niente più. Ma non è un romanzo. Non so nemmeno bene cosa volesse essere, nelle mie intenzioni iniziali. Forse un saggio storico con e attraverso il fumetto?

apologia della storia marc bloch

Uno dei pochi libri che, da circa trent’anni, rileggo non spesso ma con una certa frequenza, è senza dubbio Apologia della Storia di Marc Bloch. L’inizio è fulminante. Alla domanda “a che serve la storia?”, Bloch risponde subito che anche servisse a niente, c’è certo una cosa che ce la fa amare: che è divertente. Subito dopo smonta l’idea che la storia possa essere la scienza del passato, in quanto sarebbe assurdo pensare che il passato, una cosa che non esiste più, possa essere oggetto d’indagine scientifica. La storia è mezzo di conoscenza degli uomini, e come tale sfugge al calcolo matematico. Nella ricerca storica non è possibile calcolare, occorre raccontare. E qui purtroppo, sottolinea Bloch, si annidano  pericoli e ambiguità. Perché la storia e la narrativa hanno modalità diverse di rendere conto dei fatti realmente accaduti. Per quanto mi riguarda sto cercando, da quando abbiamo cominciato questo viaggio, di trovare una via praticabile che non sia solo un elenco anodino di date precise, ma che riesca a divertirmi e a divertirti.

Se questo fosse un romanzo ora racconterei del tumulto emotivo che scuote René Goscinny mentre attraversa in taxi, in quella metà ottobre del 1945, New York verso casa dello zio Boris. Ma questo non è un romanzo. È qualcosa che vuole somigliare a una mappa spazio-temporale. Allora lasciamo Goscinny ai suoi pensieri sul futuro di opportunità che la Grande Mela sta per offrirgli (non c’è nessun motivo di disilluderlo adesso, arriverà il momento di doverlo fare… ma non adesso, nel prossimo capitolo), e con balzo atletico torniamo (un vero paradosso di quelli che, per esempio, al fumetto riescono benissimo: temporalmente avanziamo di otto anni, ma spazialmente torniamo a due capitoli fa) per un momento a quello scritto di Gilles Ivain dell’estate del 1953, intitolato Formulario per un nuovo urbanismo.

Come dicevo avrebbe dovuto comparire nel quarto bollettino dell’Internazionale Lettrista, ma quel bollettino non uscì mai. Il saggio di Ivain vedrà la luce solo nel giugno del 1958, per volontà di Debord che ne curerà la pubblicazione (sebbene tagliata di almeno un quarto del testo) sul primo numero dell’Internazionale Situazionista. Ma già nella seconda metà del 1954 Debord pubblicò, prima su Les Levres Nues (fondata da Jane Graverol) e poi su Potlatch (l’organo ufficiale dell’Internazionale Lettrista pubblicato dal giugno 1954), una serie di articoli in cui esponeva, influenzato proprio dalle teorie di Gilles Ivain, l’idea che la partita decisiva per il trionfo della rivoluzione andasse giocata nel campo della critica dello spazio-tempo collettivo, quindi urbano, con l’intento di decostruire la città per trasformarla in un ambiente favorevole all’illimitato dispiegarsi delle nuove passioni di cui le nuove generazioni erano portatrici.

L’architettura… Sarà un mezzo di conoscenza e di azione. Il complesso architettonico sarà modificabile. Il suo aspetto cambierà in parte o del tutto a seconda della volontà dei suoi… occupanti… L’architettura sarà… un mezzo per sperimentare i mille modi di modificare la vita, in vista di una sintesi che non può essere che leggendaria.

L’idea del Formulario di Ivain è in fondo semplicissima e affascinante: la città dovrebbe essere – e tutto dobbiamo fare per farla diventare così – un complesso architettonico continuamente modificabile secondo le necessità dei suoi abitanti, che non ci vivranno più come in una sede fissa, ma in senso nomadico. Una specie di bivacco. Delle rivoluzioni.

… e la decostruzione non è la rivoluzione (purtroppo)

Ai miei occhi pare chiaro che il discorso situazionista di decostruzione degli spazi urbani è ancora e più che mai attuale, in particolare per quelle città famose come Londra, New York o, appunto, Parigi di cui anche chi non ha mai avuto esperienza diretta ne ha una precisa immagine rappresentativa. In un certo modo è una questione epistemologica.

alphaville

È per questo che nel film di Godard più critico verso la capacità gnoseologica del linguaggio occidentale Parigi diventa qualcosa che non c’è: Alphaville, dove quell’alpha è sicuramente privativa. La città (e altri concetti che si porta dietro, quali l’amore e la morte) è un’idea che il linguaggio non può dire, si può solo mostrare. Con le immagini. La città quale topos narrativo del genere poliziesco (Alphaville, oltre a essere un saggio filosofico sulle immagini come mezzo di conoscenza, è anche una storia poliziesca ambientata in un prossimo futuro), ci dice Godard, è un luogo dell’immaginario che solleva, ogni volta che viene messa in scena, un problema. Non esistono più spazi sconosciuti (il mondo è interamente e completamente mappato) ma la narrativa di genere – e quella poliziesca in particolare – è alimentata dal mito della scoperta; quindi come può esserci racconto se le mappe urbane che il racconto deve usare quali spazi di movimento, sono tutte già tracciate?

Godard, per permettere al suo polar di ‘funzionare’ (e un poliziesco funziona quando è scrittura di una mappa originale), nega la città stessa. I lettristi la scomponevano. In quanto aveva sicuramente ragione Fernand Braudel quando identificava, in relazione alla civiltà occidentale, lo sviluppo della città con lo sviluppo del capitalismo. Parigi è in questo senso la più simbolica di tutte le città. Eric Hazan sostiene che nonostante la retorica degli intellettuali alla moda, tutti indignati per i continui snaturamenti gentrificanti di Parigi, la città sia la stessa immutabile da oltre due secoli: il perenne campo di battaglia dove si combatte la guerra civile tra aristocratici e sanculotti.

Ci ho pensato a lungo, a quel che sostiene Hazan: che la Rivoluzione del 1789 non è mai finita, e che continua per le strade di Parigi con esplosioni insurrezionali improvvise ma ricorrenti. Mi sono convinto che è il motivo per cui amo quella città, certo, ma soprattutto è il motivo per cui la storia che sto raccontando è partita da qui e qui se ne volgerà la maggior parte. L’ho detto all’inizio: non a caso Parigi.

Un rude hiver

Quell’inverno lì, quello del 1954, l’anno in cui Debord pubblicò la sua serie di articoli sull’urbanistica, fu eccezionale per il freddo e le nevicate. Tra gli inizi di gennaio e la fine di febbraio tutto il centro-nord Europa venne letteralmente sepolto dalla neve, con temperature medie minime oscillanti tra i -6 e i -10 gradi. È in una sera di questo dannatamente rigido inverno che incontriamo questi due tipi. Siamo (non a caso) a Parigi, e loro due scendono per boulevard Saint Martin. Scherzano e cazzeggiano per lo più cercando di ingannare il fottuto freddo che fa; ma c’è da esserne sicuri: di solito cazzeggiano solo per cazzeggiare. Sono due cazzoni, proprio. Hanno appena terminato di “relever la liquette” presso quei due o tre giornali che pubblicano le loro cose e hanno in tasca i soldi necessari a una bella sbronza; quindi vanno verso il solito bistrot.

Parigi sotto la neve nel 1954
Parigi sotto la neve nel 1954

Già. Ma cosa significa relever la liquette? Ecco, letteralmente significa ritirare la camicia, magari se l’hai portata in lavanderia; c’è però da tenere presente che in francese camicia si può dire anche chemise (anzi, quelli che non vengono dal popolo non dicono liquette, dicono proprio chemise), ma che la chemise – sono pazzi questi francesi – è anche la cartella di cuoio in cui i fumettari, in quei tempi là che non c’erano nanosupporti digitali o servizi cloud, trasportavano le loro tavole.

Quindi tocca spiegare per bene cosa diavolo significa relever la liquette: si trattava di andare, il giorno stabilito nella redazione del tale o talaltro settimanale per lasciargli una cartella (la chemise) di disegni appena sfornati, ritirare quella che avevi consegnato la settimana precedente e constatare, con gioia o costernazione, quante di quelle maledette vignette, da cui dipendevano il tuo affitto e la tua cena, erano state scelte per la pubblicazione.

Insomma. Questi due qua, cha abbiamo incontrato mentre discendono boulevard Saint Martin, si chiamano François Cavanna e Frédéric Othon Théodore Aristidés detto Fred. Hanno piazzato un po’ di disegni a Quartier Latin e vanno a berseli. Quando una ragazza, uscita non si sa da dove, si piazza davanti a loro. Grande superba creatura, tutta denti e salute. Si pianta davanti a Cavanna, gli ficca lo sguardo negli occhi e gli punta le tette contro il petto tanto che i rispettivi capezzoli, pur sotto i pesantissimi maglioni (l’ho già detto che è un fottuto rigidissimo inverno, no?) si toccano. Vorrà forse rimorchiarmi? si chiede Cavanna. E non gli dispiacerebbe, ovvio. “Avrete mica qualcosa contro i giovani voi due, vero?” gli chiede a bruciapelo.

Fred e Cavanna
Fred e Cavanna

Ora, se fossimo stati in un film di Godard, sai quale sarebbe stata la risposta (chi non ha mai visto à bout de souffle merita disprezzo!) ma Cavanna non è un teorico. Fa vignette satiriche per vivere. Ammette a se stesso di non essersi mai posto la domanda. Vorrebbe pensarci un attimo, ma la ragazza non gliene lascia il tempo: “dai, comprami il giornale, così puoi aiutarci a noi giovani, non fare lo stronzo!” E glielo mette sotto il braccio.

Sotto lo sguardo della ragazza, Cavanna non se la sente di fare lo stronzo, quindi paga. Duecento franchi. La ragazza ringrazia con l’aria di chi ha appena fregato un coglione. Ha ragione, ma – si consola Cavanna – oggi che ha venduto un bel po’ di disegni, può anche permetterselo di passare per coglione. Non morirà per 200 franchi in meno. In fondo anche il giornale per cui lui e Fred lavorano lo vendono così, tutti i giornali in Francia si vendono così: per strada, grazie a venditori ambulanti. Gente in fondo più disperata di loro. “Vabbè”, dice Fred, “visto che l’hai comprato diamogli un’occhiata a questo giornale”. Lo sfogliano a fatica, colpa delle dita intirizzite. È pieno di illustrazioni e vignette. Tutta roba già vista da altre parti. Resucées le chiamano i francesi: sono disegni già pubblicati, che gli autori rivendono a giornali di serie B a prezzi da realizzo, delle specie di saldi.

zero

“Secondo me”, commenta Fred, “non pagano niente quelli di questo giornale”. “Sì”, ribatte Cavanna, “però hai visto come si chiama?! Quella sì che è una cazzo di testata, mica come quelle per cui lavoriamo”. Zéro.Maledizione”, dice Cavanna, “avrei voluto averla io l’idea di un titolo così. Non mi dispiacerebbe farmi pubblicare da loro”. “Sai che non l’ho mai sentito, dice Fred, ma che numero è?” Il numero 1, risponde Cavanna. “Senti”, dice Fred, “pagheranno anche niente ma abbiamo qui una paccata di disegni vecchi e rifiutati, mi sembra che pubblichino roba già vista altrove, potremmo proporglieli; metti che pagano anche un po’ meno che a Quartier latin, gliene piazziamo due o tre, fanno comodo, no?”.

“Guarda, stanno al 28 di boulevard Bonne Nouvelle, è qui dietro, praticamente. La ragazza che me l’ha rifilato aveva appena preso le sue copie da vendere. Che dici, andiamo a trovarli? Andiamo, dai.”

// Prosegue fra due settimane…

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