Rubriche Sunday page Sunday Page: Emanuele Rosso

Sunday Page: Emanuele Rosso

Ogni settimana su Sunday Page un autore o un critico ci presenta una tavola. E spiega le ragioni per cui vi è particolarmente legato, o cosa lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica parlo con Emanuele Rosso, autore del graphic novel Passato, prossimo, della rubrica Tipo che su Frizzifrizzi e collaboratore con l’associazione culturale Hamelin; è fotografo e conduttore radiofonico – sua la trasmissione Questa è l’acqua per Radio Città del Capo (Popolare Network). Ma soprattutto è il disegnatore che mi ha ritratto come l’Amico in questo reportage.

emanuele rosso batman

Perché hai scelto una pagina di Batman: Anno uno?

Per svariati motivi. Mazzucchelli è probabilmente il mio autore di fumetti preferito, e quindi già sapevo che avrei voluto raccontare una sua tavola. Mi piace proprio il percorso di Mazzucchelli, che passa dal fumetto di supereroi, mainstream, a una ricerca più “d’autore”.

Anno Uno rappresenta forse il punto centrale di questo percorso: l’aver trovato una sintesi stilistica che rinuncia a un approccio “steroideo” in favore di un disegno realistico e sintetico ma ancora possibile nell’alveo del fumetto popolare. E poi Anno Uno perché, anche se non sono un lettore abituale di fumetti supereroistici, trovo affascinante che di Batman si siano narrate le origini decine e decine di volte, secondo numerose declinazioni. D’altra parte la narrazione delle origini è uno degli elementi centrali dell’epica del supereroe, e sembra necessario tornarci sopra più volte. Anno Uno più di altri cicli narrativi sull’argomento, riesce a infondere alla storia un senso profondamente noir, sottolineando il percorso parallelo di due uomini (Bruce Wayne e il commissario Gordon) alla ricerca di sé stessi e del proprio ruolo nel mondo. Anzi, mi verrebbe da dire che questa storia parla più di Jim Gordon che di Batman.

Questa tavola nello specifico si concentra appunto sul commissario, alle prese con un agguato a opera di un gruppo di poliziotti corrotti, che vogliono fargli pagare la sua onesta. I motivi per cui mi piace sono innumerevoli.

Di solito Mazzucchelli punta lo sguardo dalla direzione meno enfatica e più sbrigativa per concentrarsi sugli effetti dell’azione (il lancio di una bomba sta in una vignetta, la caduta del palazzo in mezza pagina). E qui invece la mazzata chiave è nel mezzo.

Infatti è una delle poche pagine che mette enfasi sull’azione in quanto tale, a differenza della quasi totalità del fumetto, che la affronta per “sottrazione”. Innanzitutto emerge forte l’eleganza del segno di Mazzucchelli, che per bilanciamento di bianchi e neri qua rivaleggia alla pari con Toth. Mi piacerebbe saper padroneggiare il nero e le silhouette così, ma temo che non ci riuscirò mai.

Poi c’è il bellissimo trittico di vignette che compongono la prima striscia. È uno scontro tra persone realistico, vero. L’inquadratura è quasi fissa, anche se un lieve slittamento verso destra, una specie di “carrello” che si muove per seguire appena l’azione. Tanto che sembra quasi una vignetta unica.

L’azione inoltre accompagna il senso di lettura, con il cattivo con la mazza in mano che introduce la sequenza, e accompagna il lettore nella rissa. Tutte e tre le vignette sono dominate da linee diagonali e perpendicolari tra di loro. Sembrano quasi delle fotocopie, mentre in realtà l’azione evolve. La striscia centrale rappresenta il momento di svolta, con la bastonata subita dal commissario, prodromo della sua sconfitta. Dal nero si passa al bianco, anzi a un rosso mattone. Il colpo è vero, si percepisce quasi il dolore, senza bisogno di linee cinetiche o altri espedienti, se non la scia della mazza da baseball. Infine l’alternanza tra il totale in silhouette del commando che pesta Gordon (con le mazze che convergono verso un unico punto), e il dettaglio del suo viso tumefatto. Tutto sobrio, essenziale, efficace. Il fumetto che racconta senza bisogno di perdersi in virtuosismi gratuiti (per quanto sia una tavola piena di “virtù”).

C’è anche da aggiungere la bellezza del contrasto tra l’azione e il monologo interiore del commissario, che si svolge nelle didascalie. Una tavola che potrebbe essere molto rumorosa e invece si svolge “sottovoce”, quasi in silenzio. E per quanto il commissario risulti sconfitto, la sua presa di coscienza finale, accompagnata graficamente da un lieve accenno di sorriso, ne fanno un vincitore.

Secondo te, in casi del genere, quanto è frutto delle idee del disegnatore o dello sceneggiatore o del colorista?

Ho la fortuna di avere l’edizione di Anno uno ripubblicata pochi anni fa da Planeta DeAgostini, che, in appendice alla storia, presenta un sacco di materiali di lavoro, tra cui le tavole di sceneggiatura di Miller e gli storyboard di Mazzucchelli. Manca la sceneggiatura di questa tavola, ma leggendo i testi di Miller si capisce che le indicazioni della sceneggiatura si limitano a fornire un taglio per l’inquadratura, il cosa avviene nella vignetta, e i testi. Evidentemente Miller si fidava molto del lavoro del proprio disegnatore, permettendogli di costruire poi la tavola secondo la propria sensibilità, nonostante fosse chiaro dai suoi testi che avesse già in mente una regia delle sequenze ben precisa.

I colori di Richmond Lewis dipendono in parte dal fatto che la pubblicazione originale, su carta non di pregio, permetteva una gamma limitata di cromie, ma credo che quelle scelte siano state tutte successive, a prescindere dal rapporto sceneggiatore/disegnatore. È un fumetto ottimamente colorato (con questa gamma di colori “spenti”: violetti, marroncini, azzurrognoli…), ma non vincolato al colore. Potrebbe funzionare benissimo anche in bianco e nero.

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