Hm!

BANDE A PART(E) [capitolo 7]
Da Hara-Kiri alle Graphic Novel – storie di fumetti e rivoluzioni marginali

Dove si approfondisce la conoscenza con due narratori eclettici e sul finale si scopre l’importanza delle onomatopee.

François le rital

Quando, nell’agosto del 1950, François Cavanna inforca la bici per lasciare Parigi ha 27 anni e sta per intraprendere un viaggio lungo più di 950 kilometri. Più altrettanti di ritorno. Ha deciso di raggiungere suo padre Luigi che, concessosi la prima vacanza della sua vita, era tornato nel paese natale di Bettole, in provincia di Piacenza, dal quale era partito cinquanta anni prima per fare il muratore in Francia. Sua madre, francese, non ci era voluta andare, dato che non aveva intenzione di spenderci neanche un centesimo in quel paese di selvaggi da cui veniva suo marito; molto meglio tenerli per comprarsi una cucina nuova. Così, senza neppure i soldi per il treno, Cavanna si fa Parigi-Piacenza in sella a una bicicletta che, peraltro, si è praticamente assemblato da solo.

francois-cavanna
François Cavanna

Dovrò pure raccontarli un giorno i miei viaggi in bicicletta. L’avevo messa insieme io la mia bici. Mica quella dei miei sedici anni, la Favolosa; nemmeno quella che ho usato per l’esodo del giugno del ’40, quella me l’ha fregata qualche maledetto quando stavo in cantiere, nel ’41, ci sono stato male di brutto e non mi sono ancora ripreso. No, la bici di cui parlo me l’ero sistemata io, a modo mio, perfetta per il cicloturismo (o chiamalo un po’ come ti pare); era una bici da corsa, cosa c’è di più bello di una bici da corsa, di quelle con i rapporti ravvicinati?

Se non hai mai corso, con i piedi infilati nei pedali, su una bici da corsa, fatta su misura per te, non puoi capirlo: il suo telaio leggero come un effluvio di mimosa, vibrante come il cristallo, grigio metallizzato con quelle righe verdi e oro (che poi delle righe a me me ne importava niente, solo che il tipo della verniciatura ci teneva tanto…); ci avevo fatto rinforzare il pignone tra le due forcelle posteriori, così da poterci infilare una ruota da 650 con pneumatico da 44 che si incastrava perfettamente, e non avrebbe potuto farmi filare meglio; poi avevo comprato un portapacchi in lega leggera e l’avevo tagliato a pezzi, poi l’avevo fatto saldare come volevo io, e sempre come volevo io – metodo sperimentato e quindi scientifico – era che le bisacce dovevano arrivare a pendere il più in basso possibile, quasi a livello della strada, con tutto il peso in fondo per fare da zavorra e assicurarmi l’equilibrio. Se il carico lo metti in alto sul portapacchi a ogni scossa ti sbilancia, soprattutto quando ti arrampichi con passo di danza, e a lungo andare ti storta raggi e forcella. Le bisacce me le ero fatte con della tela americana comprata al Surplus [così i francesi chiamavano i mercatini americani degli avanzi della guerra, NdT], che mi ero cucito a mano, punto sella, le cuciture le avevo protette con strisce di cuoio ritagliate da una vecchia cartella, e ci avevo anche cucito qualche piccola tasca qui e là un po’ dappertutto: che faceva tutto molto safari selvaggio.

La mia tenda da campo legata dietro sul portapacchi (niente di più grosso di un salsicciotto, due kili tutto compreso, comprato alla solita bancarella in Place des Vosges), nelle bisacce cibo per otto giorni, il sacco a pelo, la biancheria, una gavetta, un fornelletto a benzina del Surplus (i Surplus dell’armata americana, il vero solaio della nonna, l’armadio delle meraviglie! La guerra ha avuto almeno questo, di buono: i Surplus). Visto da dietro avevo decisamente l’aspetto di un mulo da soma arabo incastrato tra due culle enormi. Ero pronto per l’avventura.  (da Bète et Mèchant, pp.189-191, trad. mia)

Sarà un viaggio fondamentale che lo porterà, attraverso una presa di coscienza prima di tutto linguistica, a fare di quell’epiteto dispregiativo con cui i francesi si indirizzavano agli immigrati italiani, rital, motivo di orgoglio ma soprattutto segno distintivo della propria scrittura. L’insulto di rital era infatti legato al fatto che, anche dopo anni, gli immigrati di lingua italiana non riuscivano a pronunciare correttamente la erre francese. Ora. Il lavoro di invenzione, alla faccia di quell’insulto, che Cavanna ha fatto sopra a quella lingua, al punto da intitolarci il suo romanzo (per me il più bello) dedicato alla propria infanzia – Les Ritals ha dell’incredibile.

cavanna les ritals

In quel romanzo racconta, con una sfilza di esilaranti trovate linguistiche, la vita della numerosa comunità di immigrati italiani che vivevano a Nogent sur Marne, nella banlieu a sud-est di Parigi.

È lì che François è nato, nel febbraio del 1923, e ci trascorre tutta l’infanzia e un po’ di adolescenza fino ai sedici anni, quando abbandona la scuola per farsi assumere alle Poste. È l’autunno del 1939. Nel maggio 1940 i nazisti invadono la Francia. A giugno Cavanna, insieme a tutti gli impiegati statali, riceve l’ordine di esodo forzato e deve trasferirsi a Bordeaux. Salta sulla sua bici e cerca di raggiungere il capoluogo della Gironda. Ma a pochi chilometri da Parigi viene fermato a un posto di blocco tedesco e rispedito in città.

Il lavoro alle poste è perduto. Se la cava facendo, avendone imparato i rudimenti da suo padre, il muratore in diversi cantieri. Poi, nel giugno del ’42, i tedeschi applicano anche alla Francia ciò che già applicavano a Polonia e Russia: la deportazione in Germania di mano d’opera da impiegare nell’industria bellica tedesca. Lo chiamavano “Servizio di lavoro obbligatorio”, STO l’acronimo in francese. Così agli inizi del 1942 Cavanna è deportato a Berlino, nel campo di Baumschulenweg e obbligato a lavorare, come schiavo, in un’acciaieria dove si fabbricavano munizioni per cannoni. Successivamente, dato che Cavanna è un pessimo operaio e non ha il rendimento che i nazisti pretendono, lo spostano nelle squadre che devono sgomberare le macerie dovute ai bombardamenti americani. Qui gli affiancano quale aiutante Maria, giovane sovietica anch’essa deportata, di cui si innamora. In Les Russkoff si possono leggere splendide pagine su questo primo vero amore. Lei gli insegna il russo. La vita nel campo di concentramento, l’amore, le angherie dei nazisti, i bombardamenti alleati sono descritti, nel libro, con un sarcastico realismo e con un’ironia insostenibili:

Ci cago sopra agli eroi, ai martiri, alle cause sublimi, agli dèi crocefissi, ai militi ignoti. Non sono altro che una bestia, hai ragione, una povera bestia braccata e ho tutta l’intenzione di continuare a sopravvivere in questo mondo di pazzi furiosi che passano la loro vita a massacrare gli altri per salvare la patria, per salvare la razza, per salvare il mondo, per assicurare la pace universale. O per fare più soldi del vicino… che anneghino nel loro stesso piscio! Non avranno la mia pelle, né quella di coloro che amo. (da Les Russkoff, trad. mia)

Agli inizi del ’45 gli internati di Baumschulenweg sono trasferiti in Polonia a Stetin, per scavare trincee anticarro che rallentino l’avanzata sovietica. Ma a nulla vale quel lavoro e alla fine, agli inizi di aprile, l’Armata Rossa dilaga ovunque; nel fuggi fuggi generale Cavanna perde le tracce di Maria; non la ritroverà mai più, ma non perderà mai la speranza, tanto che a lei intitolerà il suo romanzo più originale. Quando con la pubblicazione di Les Yeux plus grand que le ventre (1983) il tempo diegetico raggiungerà quello della vita reale, Cavanna scriverà (1985) un romanzo raccontando della sua vita futura, una biografia in potenza e la intitolerà, appunto Maria. Cavanna resta in mano ai russi e per quasi un mese assiste (raccontandole) alle rappresaglie sulla popolazione civile, poi lo spediscono a Lubecca, zona sotto il controllo americano e qui assiste (raccontandole) alle sopraffazioni (stupri in particolare) sulla popolazione civile; da qui, alla fine di maggio, sarà rimpatriato in Francia.

Per sopravvivere nella tremenda crisi del dopoguerra torna a fare il muratore. Ma gli capita pure di realizzare, con quale faccia tosta, spinto dalla sua nuova compagna Liliane, dei fumettini per il bollettino degli ex deportati del lavoro. Lentamente il disegno prende sempre più spazio, lentamente comincia anche a tirarci fuori quanto basta per viverci. Dopo la morte di Liliane, nel 1949 forse per tumore al cervello, cade in una profonda depressione: «Liliane non c’è più. È morta e non ci si può fare niente. E io sono completamente solo, ed è tutto nero, ed è tutto freddo. E tanto peggio per me, perché non riguarda che me». (da Bète et Mèchant, trad. mia)

Ne esce, dopo il viaggio in bicicletta in Italia, e decide che da quel momento in poi quello del disegnatore umoristico sarà il suo unico lavoro, perché solo ridendone la vita porca può diventare sopportabile. «Sbattiamole fuori a calci in culo tutte le interdizioni, a cominciare dal buon gusto. Poi continuiamo con il sacro… non c’è niente di sacro, nemmeno tua mamma, nemmeno l’Olocausto, nemmeno la fame nel mondo. Ridiamo di tutto, e ridiamone amaramente, ma senza pietà, per esorcizzare i nostri vecchi mostri. Sarebbe farle troppo onore ad affrontarla con la faccia compassata, la vita!» (da Les Russkoff, trad. mia). È questo uno dei due uomini che, quella sera di gennaio del 1954, abbiamo incontrato mentre scendeva il boulevard Saint Martin. L’altro era Frédéric Othon Théodore Aristidès, uno dei più grandi autori francesi di fumetto.

Faccia da turco Fred

Ecco, quello è un teatro greco:

teatro greco taormina
Teatro antico di Taormina

Prendiamo posto più avanti che possiamo, e vediamoci una bella commedia: quella che danno oggi si intitola Le Rane e l’ha scritta Aristofane, uno bravo davvero. Lì dove c’è l’orchestra – che non è il luogo dove ci sono quei tristi figuri inamidati che suonano nel teatro Ariston musiche morte da 57 anni (più o meno dall’ottavo Festival della canzone italiana), ma letteralmente dal greco ορχήομαι “il luogo dove si danza”, dove cioè si muovono gli attori – insomma lì dietro e lungo tutta l’orchestra c’era la scena. Era una cosa fatta con assi di legno appese o con prismi infilati in perni girevoli su cui erano stati dipinti paesaggi e ambienti. Quella disegnata a destra sulla scena di oggi è la casa di Eracle e quell’altra disegnata a sinistra è la casa di Plutone. Lì in mezzo nell’orchestra, si svolgerà il viaggio dei protagonisti dalla casa di Eracle al regno di Plutone, gli Inferi.

Ecco, escono gli attori. Shhh. Comincia. Quello entrato per primo, con quella tunica a strisce che conduce a mano un asino carico è Xantia (teniamolo ben presente, è importante: un uomo e un asino) e per tutta la prima parte, nonostante sia solo il servo di Dioniso (eccolo, Dioniso è quello che arriva ora) sarà il protagonista, quello che darà tutti i tempi comici. Quello che succederà nella commedia, in soldoni, è quanto segue.

Dioniso decide di andare, accompagnato dal suo servo Xantia e dal fedele asino, nell’Ade per riportare indietro il grande tragediografo Euripide, appena morto; perché in poco tempo è successo questo: che sono morti in stretta sequenza Eschilo, Euripide e Sofocle e ad Atene è rimasta solo una pletora di poetastri che stanno ammazzando la già malconcia tradizione della poesia tragica. Attraverso una sfilza di situazioni comiche (sconfinanti nella più rabbiosa e irriverente comicità, roba di sesso coprolalia e scoregge) infilate con maestria ritmica (un ritmo di lingua incredibile, che raggiungerà il culmine a metà della commedia, con il coro dei batraci che a sentirlo recitato in greco antico sembra proprio il gracidare di rospi saccenti) una in culo all’altra, Xantia e il suo padrone arrivano alla corte di Plutone.

A questo punto, dopo la parabasi dei batraci, che invita a una pacificazione politica di tutte le fazioni ateniesi, ci troviamo negli Inferi, dove Euripide, appena arrivato, grazie a una strepitosa interpretazione teatrale, già è diventato il capo di tutti i peggio elementi che lo hanno insediato, al posto di Eschilo sul trono al fianco di Plutone.

Secondo l’antica tradizione religiosa colui che eccelleva nelle varie arti poteva sedere al fianco del signore dell’Ade. Lo scranno del teatro era stato fino a quel momento attribuito alle chiappe di Eschilo, al quale non va proprio giù che Euripide arrivi così e glielo freghi con i suoi trucchi da teatrante che affascina il popolo. Va da sé quindi che i due comincino a litigare e vengano alle mani. Plutone per rasserenare gli animi istituisce che i due si misurino in una gara poetica, il vincitore della quale avrà l’onore di poggiare il sedere al suo fianco. Non sto a raccontare la divertente sfida che occupa tutta la seconda parte della commedia; né chi, vincendola verrà poi riportato da Dioniso, che Plutone ha voluto quale arbitro, ad Atene per ridare vita al teatro. Non è rilevante per questa storia e non voglio spoilerare nulla.

L’unica cosa che voglio sia chiara è che nella storia della satira (e chi non mi crede può leggersi la Storia della letteratura greca di Luciano Canfora) non c’è l’eguale in quanto sfilza di terribili insulti e volgari raffigurazioni di dei e letterati. Ma non è solo questo. Il punto è che nella messa in scena dell’agone poetico tra due autori classici, Aristofane rompe tutti gli schemi strutturali dei generi teatrali, creando qualcosa di nuovo e riempiendo, in quell’anno 405 a.C. in cui fu rappresentata per la prima volta, il vuoto che le recenti morti di Euripide e Sofocle avevano lasciato. Non solo nel genere tragico, ma in tutto il teatro greco.

gotlib Matou matheux
Matou Matheux

C’è un fumetto di Marcel Gotlib (più prima che poi, parleremo anche di lui) pubblicato nel 1969 su Pilote intitolato Matou Matheaux (un’espressione idiomatica che letteralmente significa gatto matematico ma che indica, nel linguaggio colloquiale, i manuali e gli eserciziari di matematica) nel quale un tipo burbero e baffuto, ma dal cuore d’oro, accompagna durante un’interrogazione di matematica un giovane scolaro in un viaggio fantastico alla ricerca appunto del “gattone matematico” che potrà dargli le risposte al problema dell’interrogazione. A un certo punto, nel mezzo di una sequenza dai dialoghi assurdi (degni di Ionesco o di un fumetto Bonelli) questo personaggio baffuto pronuncia la frase “le fond de l’air est frais!”. Che in italiano suonerebbe più o meno come “non ci sono più le mezze stagioni”.

Una frase utilizzata nelle conversazioni sul nulla, il classico modo di parlare del tempo per non dire niente. La sequenza in sé è molto divertente, ma assume un peso speciale se sai che il personaggio di quel fumetto è un amichevole omaggio che Gotlib ha fatto a un suo amico che è stato anche uno dei più grandi autori francesi di fumetti: Fred. All’anagrafe Frédéric Othon Théodore Aristidès.

fred
Fred

Nato nel 1931 a Parigi, aveva già nel nome, come quello di Aristofane, composto da ἄριστος (aristos, il migliore), il segno del proprio destino. Non so se è un caso. Ma tutti i personaggi che abbiamo incontrato fino ad ora, sono tutti gente meticcia. Il fumetto non è posto per (inesistenti) purezze etniche e culturali. Fred non è da meno. Suo padre, greco anarchico e ateo di nazionalità turca era scappato da Istanbul dopo la Prima guerra mondiale, sua madre era fuggita da Konya durante la guerra greco-turca che era seguita al disfacimento dell’Impero ottomano nel 1919. Si erano incontrati, non a caso, a Parigi e li si erano sposati. Alla dogana il padre di Fred si era sbagliato a compilare i documenti e invece del cognome di famiglia Olympion aveva messo quello di suo padre Aristides. Se lo porteranno per sempre come cognome. Perseguitato dalla xenofobia dei coetanei che lo prendevano in giro dandogli della “faccia da turco”, Frederic Oton decide di chiamarsi solo Fred.

Mi sono subito autobattezzato Fred. Ho trovato questo nome in un fumetto americano tradotto come Raoul & Gaston, che in originale si chiamava Fred & Tim. Quel nome mi è piaciuto e l’ho subito adottato. (Fred. L’histoire d’un conteur éclectique; trad. mia).

Abitavano al 6 di Rue de la Paix (e non è un dettaglio trascurabile… adesso vediamo perché). Fred scopre presto di amare il disegno. Autodidatta assoluto (non frequenterà mai scuole o corsi di disegno) riempie quaderni su quaderni di disegni e vignette. Finché un giorno il figlio della portinaia del civico 7, di fronte allo stabile dove vive lui, lo porta a scoprire una cosa incredibile. In quel palazzo c’era la sede di Opera Mundi, la concessionaria di un sacco di fumetti americani per la Francia. Solo che la Francia era occupata dai nazisti e gli uffici della società chiusi e sotto sequestro. Pile incredibili di giornalini di Popeye, Mandrake e Topolino ovunque.

I due si intrufolano in quegli uffici e Fred ne porta via quanti ne può. Circospetto come un maquis (sa che è dannatamente pericoloso circolare per Parigi con materiale americano) Fred si fionda a casa. E legge. E leggendo scopre che disegnare può diventare un vero mestiere. Con i fumetti. Una vera rivelazione. Finita la guerra, nel 1947 comincia a proporre in giro i suoi disegni. Pubblica qualcosa su pubblicazioni a bassa diffusione, come Les Joies de l’Alpinisme. È a partire dagli anni Cinquanta che, dopo il servizio militare, comincia a piazzare i disegni a riviste a grande diffusione come Ici Paris, France Dimanche e Jeudi Matin. Durante i pellegrinaggi per queste redazioni a relever la liquette conosce e si lega d’amicizia con due altri disegnatori: Cavanna e Cabu.

// Prosegue fra due settimane…

Leggi gli altri capitoli di Bande à parte. Da Hara-Kiri alle Graphic Novel – storie di fumetti e rivoluzioni marginali.

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