Focus Opinioni La rivista The Believer è ancora viva, forse

La rivista The Believer è ancora viva, forse

Oggi in pratica non sappiamo neanche se sono ancora vivi. Cioè ancora in commercio. Hanno mandato una mail agli abbonati, poche settimane fa, in cui sostanzialmente dicevano: “Sapete, siccome siamo passati alla formula della fondazione non-profit da quella della società a fini di lucro, ci sono ritardi e perdite di tempo per motivi vari. Così, se volete, vi rimborsiamo il costo del numero che da un po’ e ancora per un po’ non esce in edicola”. Cioè, da più di un anno. E poi? Basta, non si è saputo più niente.

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The Believer n. 114

Poi però sul sito da pochissimo ha fatto capolino una pagina in cui si rilanciano gli abbonamenti: a partire dal numero 114 (il precedente, 113, era uscito nell’autunno del 2015) per sei numeri che fanno un’annata del bimestrale, 128 pagine di ottima carta, si pagano 45 dollari più altri 30 se vivete fuori dagli Usa (solo 19 se vivete in Canada). Altre formule (9 numeri a 65 dollari più altri 45 per l’internazionale; 12 numeri a 85 dollari più altri 60 per l’internazionale). Oppure finirà tutto in una bolla di sapone e non se ne farà più di niente. Boh.

Questa è la (forse) felice ripartenza o (forse) triste fine della traiettoria a zig-zag di una delle riviste di critica letteraria più belle degli ultimi trent’anni anni: The Believer, nata nel 2003 dalla fantasia del gruppo di autori e saggisti vicini allo scrittore californiano Dave Eggers e a sua moglie, la scrittrice Vendela Vida, insieme alle scrittrici Heidi Julavits e Karolina Waclawiak. Oggi sono tutti attorno ai 40-45 anni, all’epoca tardi trentenni di belle speranze e, nel caso di Eggers, già famosi.

Breve storia di una rivista formidabile

Eggers, nato il 12 marzo 1970, aveva azzeccato il suo libro di esordio, L’opera struggente di un formidabile genio del 2000. Bel romanzo autobiografico, racconta la storia di un giovane dopo la morte di entrambi i genitori: la gestione delle cose quotidiane, la vita con il fratello minore, l’ansia esistenziale in un’America che sta cambiando ma la cui cifra all’epoca non era ancora decodificabile. Segue nel 2002 Conoscerete la nostra velocità (anche questo discretamente di successo) e poi una serie piuttosto rarefatta di altri titoli, raccolte di racconti e saggi. Eggers poi fa due mosse: fonda la casa editrice McSweeney’s (ci torno tra un attimo) e si dedica anche ad altre attività, come il cinema (siamo pur sempre in California, anche se a San Francisco: Hollywood è vicina) e cose del genere: sceneggiature, produzioni esecutive.

dave eggers
Dave Eggers

Come dicevo Eggers fonda la casa editrice oggi divenuta non-profit, che fa da apripista per una serie di iniziative. Intanto si comincia con la rivista omonima, Timothy McSweeney’s Quarterly Concern, il trimestrale più geniale che ci sia. Fondato nel 1998, all’inizio serviva a pubblicare saggi e articoli, racconti e novelle scritte da Eggers e dal suo giro di amici che erano state rifiutate da altre, all’epoca più quotate, riviste letterarie. Un genere che negli Usa, a differenza del nostro Paese, è ancora abbastanza frequentato. Eggers mette assieme un giro di amici notevole: da Michael Chabon fino a Stephen King, David Foster Wallace e Nick Hornby. Un giro buono, come si vede. Avercene così, dalle nostre parti.

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McSweeney’s n. 36

McSweeney’s (che poi è il cognome da ragazza della madre di Eggers, nonché il nome di un certo Timothy che scriveva lunghe lettere durante le festività di ogni anno per fare gli auguri, spiegando di essere un parente che però nessuno in famiglia si ricordava di aver mai conosciuto) non diventa una rivista famosa tra gli addetti ai lavori e gli appassionati del genere solo per i contenuti prodotti dal suo spettacolare roster di autori, una specie di all-star delle nuove leve della letteratura più radicale e colta della sinistra americana. A contribuire ci sono anche la grafica, il design e lo sforzo di concezione della cartotecnica del prodotto rivista.

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I primi 29 numeri di McSweeney’s

A oggi non esistono due numeri uguali della rivista. Ad esempio, un numero è fatto come un quotidiano americano della domenica, con decine di pagine di giornale e di fascicoli di riviste allegate; però ciascun articolo in realtà è un saggio scritto dagli autori di The Believer. Un altro numero è fatto a “busta della posta”: un sacchetto di plastica trasparente con dentro buste, lettere, pubblicità, pieghevoli, cataloghi con offerte, volantini: ovviamente ognuno è un pezzo, un articolo, una poesia, un componimento, una storia. Un altro numero ancora è la “scatola dei ricordi”, in cartone, con dentro vecchie foto sbiadite in bianco e nero, lettere macchiate dalla tazza del caffè, ritagli di giornale e altre *memorabilia*, che raccontano storie e avvenimenti impossibili e improbabili, tutti ovviamente frutto della fantasia dei suoi autori.

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McSweeney’s diventa insomma un riferimento per un nuovo modo di scrivere, creativo, capace di svecchiare l’idea stessa dell’oggetto rivista. Accanto a questo progetto nel 2003 nasce The Believer, che invece ha un approccio opposto: grafica solida e bloccata, con una scacchiera tre per tre in copertina, caratteri secondo la tradizione western della costa occidentale americana, un numero limitato di pagine (128), carta spessa di qualità, sempre nessuna pubblicità, e il desiderio di trovare al suo interno, come racconta nell’introduzione al primo numero Heidi Julavits, all’epoca editor della rivista, quelle recensioni di libri che oggi non si trovano più da nessun’altra parte. Scrive Julavitis:

«In un mondo perfetto, o almeno dorato, una recensione di un libro potrebbe sforzarsi per promuovere buoni romanzi, quelli del tutto estranei al commercio o alla moda; una recensione potrebbe insomma sperare di servire la cultura. Sì, abbiamo avuto i nostri Vendler, le nostre Sontag, i nostri Updike e i nostri Ozick, ma nessuno gruppo di critici è miticamente rappresentativo di un periodo d’oro come lo sono stati gli “intellettuali di New York”, tra i quali il più famoso fu probabilmente Lionel Trilling e il più infame Norman Podhoretz. Durante l’epoca della Seconda guerra mondiale, in cui la maggior parte di questi scrittori emerse, la critica letteraria era inestricabilmente connessa alla critica culturale e quindi le recensioni funzionavano come esplorazioni morali, filosofiche e politiche per la società in generale, ispirate da questo o quel libro. Trilling, di gran lunga il membro più gentile ed educato dei NYI, fu infatti il primo a coniare il termine “critica culturale” e credeva – suona adorabilmente démodé al giorno d’oggi, o riprovevolmente “borghese” (se sei mia suocera e un critico letterario femminista) – che “l’intelligenza fosse collegata alla letteratura e che progredisse grazie alla letteratura”.»

Dopo The Believer la casa editrice di Eggers ha lanciato anche una rivista culturale in Dvd, Wolphin (da noi tradotto brevemente dal settimanale Internazionale), il sito Grantland di cose sportive assieme a ESPN (chiuso nel 2015), una rivista di poesia e poi una serie di libri pubblicati in edizioni “speciali”, sia come libri di esordio che come ristampe di altre pubblicazioni. Abbiamo già citato King, Wallace e Hornby, ci possiamo aggiungere anche George Saunders, Michael Ian Black e Joyce Carol Oates, gli esordienti (lanciati da McSweeney’s) Philipp Meyer, Wells Tower e Rebecca Curtis; e poi anche altri autori come gli artisti musicali David Byrne e Beck, ma anche la pubblicazione in inglese di alcuni libri del nostro Alessandro Baricco. Allegati a The Believer: una nastrocassetta con l’album d’esordio di una band (nel 2012!), vari Dvd autoprodotti (tra cui il primo numero di Wolphin), qualche poster.

McSweeney’s apre anche una serie di centri per insegnare ai ragazzi di quartieri disagiati a leggere libri e magari a scriverne, e siccome non è possibile aprire negozi che non vendano qualcosa, li trasforma in negozi-attrazioni (a San Francisco in un negozio che vende tesori e attrezzature per pirati della Costa Barbara, con tanto di pappagalli e trappole per i malcapitati, a New York una bottega che rifornisce i supereroi di Metropolis dei loro strumenti, e così via), chiamando la parte inizialmente non profit “826 Valencia St” dall’indirizzo del primo negozio di San Francisco, che si trova non distante dalla sede di McSweeney’s.

L’azienda editoriale viene considerata un’impresa dinamica, giovane e di successo, capace di innovare e per una decina d’anni viene anche lodata dai grandi commentatori dell’economia americana, sempre alla ricerca di nuove startup da lanciare. Ma si tratta di una avventura che comincia a scricchiolare: l’editoria di alta qualità e bassi numeri fisiologicamente non rende (compresa l’app per iOS, arrivata tardi e insoddisfacente rispetto alle premesse) e il tutto adesso è andato, come dicevamo, verso la formula delle non profit per poter accettare donazioni e altre forme di sovvenzione ulteriori all’acquisto dei prodotti, senza contare le esenzioni fiscali.

The Believer rimane però un pezzo importante della storia della critica letteraria americana, anche se non si capisce se il numero 114 vedrà mai la luce, né quando eventualmente la vedrà. A noi qui, dopo questa non breve introduzione, interessa parlare dell’aspetto grafico della rivista e soprattutto delle sue illustrazioni. Anzi, delle sue copertine, curate per la maggior parte da uno dei geni più miti e irrequieti del fumetto e dell’illustrazione contemporanea, cioè Charles Burns.

Le teste di Charles Burns, copertinista

Una nota: per chi fosse curioso, oltre che sul sito della rivista (che ha un archivio dei vecchi numeri disponibile online quasi integralmente) e magari su eBay per cercare arretrati, c’è sempre la possibilità di assistere a uno dei casi meno chiariti e più tristi di “scopiazzamento all’italiana” di un format editoriale. Senza dire niente a nessuno, almeno per quanto risulta all’autore di questo pezzo, il settimanale/mensile italiano Diario fondato e diretto a lungo da Enrico Deaglio (e oggi malamente chiuso) per un paio di anni “clonò” il format di The Believer: numeri/fotocopia realizzati con lo stesso standard, impostazione grafica, soluzioni editoriali, stile delle copertine, ma anche font, gabbie grafiche, proporzioni dell’impaginato interno e della pagina conclusiva, incluse le illustrazioni.

Poi le differenze ovviamente c’erano: Diario era in italiano, The Believer in inglese, per dire. Ma come scrivevo (faccio anche un disclaimer: in una stagione diversa ho collaborato con Diario anche io, ma non sono al corrente delle scelte dietro questo caso di “omaggio” così spudorato) forse per un semplice errore di calcolo e prospettiva (la stima errata che, a causa del noto provincialismo italiano, nessuno nel nostro Paese avrebbe mai avuto notizia di questo mensile americano della West Coast) si è pensato che nessuno si sarebbe accorto di questa clamorosa somiglianza. O forse da qualche parte un accordo c’è stato, voglio sperare, e chi ha ridisegnato Diario ha parlato e magari anche stretto la mano a chi ha progettato The Believer. Chissà. Comunque, poi Diario è tornato alle sue proporzioni originali e infine ha chiuso e il problema è, come si dice, morto di morte naturale.

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Veniamo a noi, anzi a loro. The Believer è impostato ancora oggi in modo molto semplice (nonostante la pubblicità sia sbarcata sulla rivista quattro anni fa, seppure per poche pagine e in modo originale), con il contributo fondamentale delle illustrazioni di Charles Burns. Si tratta di uno dei personaggi fondamentali per l’illustrazione americana contemporanea: nato sulle pagine di Sub Pop e Another Room Magazine (‘zines della scena alternativa di Oakland), esplode sulla rivista di Art Spiegelman RAW negli anni Ottanta, alternando lavori commerciali a una attività da artista pop di notevole livello, con esposizioni presso istituzioni museali e anche una “Pew Fellowships in the Arts” nel 1994. Ha una serie piuttosto lunga di storie pubblicate su riviste e poi in formato librario (su tutte: Black Hole), raccolte di suoi disegni e copertine di riviste, e un lavoro come illustratore che copre le cover degli albumi di Iggy Pop e la pubblicità della Coca Cola, fino ad arrivare a cose fatte per Mtv e ovviamente le copertine di The Believer.

La cover della rivista è costruita in due modi: una scacchiera di tre per tre blocchi grafici (più una testata e un piede), oppure un’illustrazione aperta. Tipicamente è Burns a occuparsene quando si tratta di fare le “teste” per l’impaginazione a quadrotti, invece quando c’è una immagine al vivo che copre tutta la copertina, ci sono spesso altri autori come “guest illustrator”: l’ultimo numero uscito, il 113, ha una illustrazione di Michael Kirkham, per esempio. E, forse anche un po’ per svecchiare la rivista che aveva copertine giocate sempre sulla stessa matrice a scacchi, da alcuni anni a questa parte la tendenza è stata quella di mettere sempre più disegni a tutta pagina anziché quadrotti.

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Le “teste” di Charles Burns per The Believer raccolte in poster (click per ingrandire)

Però le teste di Charles Burns sono la cifra che definisce sin dal primo numero The Believer. Essenziali, pulite, alternative al modello più famoso di “teste” della stampa angloamericana (le teste per i medaglioni degli articoli dedicati a un personaggio del Wall Street Journal, costruite con uno stile “puntinista”, e una abilità di lavorazione grafica partendo però da fotografie, che ha fatto storia a sé)   

Torna uno stile pulito e grafico, essenziale, che rende iperlucida e quasi postmoderna la distribuzione dei segni e dei colori. Cavalca i segni grafici del vecchio West, sia come font che nella scelta della impostazione grafiche degli strilli che richiamano gli articoli interni. C’è dentro lo stile che poi sboccherà nel “material design” di Google/Android e di tanta estetica di rete, che si richiama in realtà a un gusto californiano minimalista emerso a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila. La potenza del progetto e del disegno della rivista è la sua semplicità declinabile su infiniti temi e soggetti. Attraverso la grafica di The Believer, le sue 128-pagine-e-non-una-di-più si muovono articoli lunghi, storie inedite, interviste leggere ma di capitale importanza. Non c’è l’infinita abbondanza del web, ma comunque spicca una selezione ricca capace di saziare gli appassionati, mese dopo mese.

Un peccato, insomma, che The Believer sia scomparso dal radar così a lungo: speriamo che oggi il segnale sia positivo e che della rivista di cui non si sapeva (quasi) più niente adesso si torni a sapere tutto. E anche di più.

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