Focus Fumetti sul cibo: moda o necessità? Storia (breve) dei 'food comics'

Fumetti sul cibo: moda o necessità? Storia (breve) dei ‘food comics’

Chew è finito. Il thriller di John Layman e Rob Guilfroy con protagonista Tony Chu, un poliziotto gastro-sensitivo, è arrivato alla conclusione dopo sessanta albi e sette anni di vita (in Italia bisognerà aspettare il 2 marzo, quando uscirà l’ultimo volume dell’edizione italiana siglata Bao Publishing). Il lascito principale del suo successo è stato quello di avere ‘scatenato’ una tendenza editoriale, ovvero l’esplosione dei fumetti sul cibo. Due anni fa il giudizio del critico culinario Joshua David Stein era stato perentorio: viviamo in una “età dell’oro” dei fumetti che si occupano di cibo.

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Chew in versione “ultima cena”

La questione, va detto, non è certo ‘rivoluzionaria’ – o meglio, forse lo è per il mercato statunitense – dato che il cibo è da sempre un elemento importante nelle narrazioni per immagini (in Giappone, per dire, gli esempi fumettistici sono innumerevoli). Il fenomeno, in passato, è stato particolarmente evidente nel campo del fumetto umoristico, perché lì, come ha scritto Gianni Brunoro nel suo excursus Tavole… «a tavola»!, «tutto ciò che riguarda la tavola o comunque l’atto del nutrirsi, può più agevolmente essere oggetto narrativo: ironie sulle ambientazioni, sulle modalità, sui tic, sul contesto (eventualmente sociale), sulla ritualità – e aspetti del genere – di questa “ordinaria” operazione».

In sostanza il fumetto (europeo) ha un rapporto con il cibo che è antico quanto il mezzo stesso. Già nel 1837 Rodolphe Töppfer mise in scena il suo Monsieur Crépin all’interno di diverse vignette a tema gastronomico. Più tardi, nel 1865, Wilhelm Busch realizzò per il periodo Fliegende Blätter la serie Max und Moritz con protagonisti i due fratelli eponimi. In una delle storie più memorabili, i due rubano dei polli arrosti ma subiscono il contrappasso di finire infarinati, cotti al forno e frantumati, diventando becchime per le oche al pascolo. Da allora, la storia del rapporto tra cibo è fumetto è stata una storia forse ‘sotterranea’, ma non priva di esempi celebri, successi e bizzarre fantasie.

C’erano una volta i food comics

È il 1929 quando gli spinaci di Braccio di Ferro diventano la prima pietanza a diventare autentica protagonista di un racconto a fumetti. Solo infatti grazie al consumo di quella verdura – ritenuta ricchissima di ferro – il marinaio creato da Elzie Crisler Segar poteva superare le avversità (pure il suo compare Poldo Sbaffini, in fondo, era caratterizzato da un’ossessione per il cibo: i panini). Anche se successivi studi trovarono quantità di ferro più elevate in altri alimenti, lo spinacio diventò simbolo di forza a tal punto che la cittadina texana di Crystal City, la cui maggior produzione agricola consisteva in spinaci, dedicò una statua a Braccio di Ferro nel 1937, tanto l’economa locale aveva beneficiato del successo di Popeye.

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Affari di famiglia di Will Eisner

L’atto di nutrirsi diventa topos narrativo nel genere western, e il fumetto popolare di tale filone non si esime dal mostrare cowboy e sceriffi impegnati in cene d’accampamento. Tra gli eroi nostrani, mentre Coccobill lo sfrutta per gag e invenzioni comiche, sia Tex che Ken Parker vedono il bivacco come momento contemplativo «di approfondimento dei rapporti umani, di travaso di esperienze e idee, di eventuali confronti ideologici», come scrive Brunoro. Qui il cibo si fa essenzialità, semplice pausa tra una cavalcata e un assalto. Lardo, fagioli, gallette, pemmican sono i pasti più consumati, se presenti, perché spesso Tex e Kit si devono accontentare di un po’ di caffè caldo e nulla più. In tempi e luoghi più felici, il piatto preferito dei due è invece l’ormai classica «bistecca alta tre dita con una montagna di patatine fritte». Un gustoso anacronismo, peraltro, dato che l’alimento sarà conosciuto in America solo dopo la Prima guerra mondiale, con il ritorno dei soldati dalle zone di conflitto francesi.

Dai banchetti di Asterix e Obelix all’epopea de I maestri dell’orzo – e non mettiamoci a parlare di birra – la storia del fumetto ha poi offerto casi celebri come le noccioline di Superpippo o le lasagne di Garfield, mantenendo quasi sempre un approccio informale e domestico. L’amore di Corto Maltese per il cibo sfociò in Carnet della Cambusa, un ricettario nato dalle conversazioni a tavola tra Michel Pierre e Hugo Pratt. E Quino – il papà di Mafalda – alla cucina dedicò due interi volumi, Peccati di gola (1990) e Odissea a tavola (2007). Negli Stati Uniti, uno dei pochi esempi di messa a tema del cibo viene da Affari di famiglia (1998), opera tarda di Will Eisner che non è affatto occasione di gioia per i commensali, anzi: di fronte alla cena in onore del capofamiglia si consumano le faide di un’intera famiglia.

In Italia, il mondo della ristorazione professionale e il fumetto trovano un punto di saldatura nell’esperienza del ligure U Giancu, locale di Rapallo famoso per le dediche dei fumettisti di tutto il mondo (da Will Eisner a Sergio Toppi) che arredano le pareti. Nel 1986 il proprietario Fausto Oneto pubblicò persino un ricettario in cui, tra un disegno e l’altro, si potevano leggere le istruzioni per cucinare le “polpette à la Cavazzano” o “tacchino storionato à la Walker”. Il fumetto ispira gli chef, insomma.

La copertina del ricettario di Oneto

La serialità fumettistica nostrana non ha mai smesso di lavorare sul cibo. Diversi esempi felici provengono dalla produzione Disney – in cui la sensibilità verso cosa mangiano e bevono Topolino e Paperino è altissima: come racconta Tito Faraci nel suo Mickey. Uomini e topo, Zio Paperone con in mano un cosciotto potrebbe essere additato di cannibalismo. Eppure, nonostante le accortezze, sembra che proprio a Paperopoli le abitudini culinarie abbiano attecchito con maggior presa. Dalle frittelle di Paperino, per cui il parentado stravede, alle comparsate nei programmi di cucina. Fino a un avanguardistico filone spy-story sulle sofisticazioni alimentari di inizio anni Duemila (Ciccio agente  degli G.N.A.M. – Gruppi Nuovi Assaggiatori Municipali). Su tutti svetta però Nonna Papera, simbolo della cucina fin dal 1970, anno di pubblicazione del Manuale di Nonna Papera, un best-seller da (si stima) 300.000 copie. Non è un caso se nel celebrativo numero 3000 del settimanale Topolino una delle storie, Qui, Quo, Qua e le prelibatezze a km 3000, fosse dedicata a lei e al mondo del “fatto in casa”.

Negli anni, gli esempi si sono moltiplicati esponenzialmente, ingrandendo la loro presenza scenica fino ai giorni nostri, eletti da Stein come “età dell’oro” della cucina a fumetti. Tra le ragioni, molto probabilmente c’è una trasformazione culturale che ha investito un po’ tutti, autori inclusi: la food culture è diventata popolare. Nuovi programmi, libri, film e personalità carismatiche sono comparsi nel radar del pubblico generalista. Nomi, idee e concetti che prima erano ad appannaggio esclusivo degli appassionati, ora sono moneta di scambio comune. L’alta cucina è scesa dal piedistallo, si è democratizzata, e l’immaginario popolare l’ha rilavorata come materia prima per nuovi prodotti d’intrattenimento. E se è successo in Europa, dove mediamente l’alfabetizzazione culinaria è alta, l’effetto sugli americani – non proprio ‘buone forchette’ – è stato ben più impattante.

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Seconds di Bryan Lee O’Malley

Se prima, come scrivono su A.V. Club, il fumetto americano non si era mai interessato a cosa avessero nel piatto i suoi personaggi – anche se ci sono state occasionali scene di nutrimento nei fumetti e Galactus è pur sempre il “divoratori di mondi” – ora cucina e cibo diventano non solo il pezzo centrale del racconto ma si svuotano fino a diventare scenografia, arredo, contorno che cambia il gusto del piatto quel tanto che basta per differenziarlo dalle altre portate. Ne è un esempio Seconds di Brian O’Malley, la cui protagonista è una giovane chef, ma il suo lavoro pare ininfluente nelle motivazioni della trama. Evil Monkey ne scriveva così: «La scelta del cibo come elemento portante, oggi come oggi, non pare la cosa più innovativa e brillante che si potesse scegliere (sono passati anni dalla storica puntata di South Park “Creme Fraiche”; quello sì, autentico campanello d’allarme su dove saremmo arrivati)». Profondo o superficiale, l’ingrediente culinario delle narrazione è uguale per quasi tutte le opere: i protagonisti non sono cuochi amatoriali ma chef professionisti che «combattono sotto pressione nel mondo della ristorazione e degli show tv. Ognuno è ritratto nel mentre di produrre piatti esteticamente raffinati e vivere un’esistenza caotica, spesso violenta, a volte oscura. Gli chef e le cucine sono personaggi drammatici per natura».

Dal 2009 a oggi, il cibo è stato protagonista non solo di serie a fumetti (Starve, una distopia che mescola il credo del movimento Occupy al razzamatazz di show come Masterchef o Top Chef), crosspromozioni con cuochi celebri (Get Jiro, realizzato in collaborazione con Anthony Bourdain, o anche il nostrano Chef Rubio: Food Fighter, una spy story culinaria con protagonista il cuoco ex-rugbista e sceneggiata da una penna rodata quale Diego Cajelli), diaristica e reportage fumettistici (Acquolina di Lucy Knisley, In cucina con Alain Passard di Christophe Blain, Cotto a puntino di Guillaume Long), ma soprattutto di manuali. Già: manuali di cucina, a fumetti.

Il fumetto, nuovo strumento per cataloghi e ricettari

Da breviari per ricette casalinghe, i libri di cucina scritti da cuochi e celebrità sono diventati cataloghi per i ristoranti degli chef stellati o promotori di stili di vita e marchi. La presentazione, il contesto e il “cosa” hanno schiacciato sotto il proprio peso i contenuti e il “come”. Via le didascaliche foto delle ‘fasi’ (prendono spazio e non sono belle da vedere), dentro tanto testo e un voluttuoso risultato finale. Che forse nessuno, a casa, sarà mai in grado di replicare.

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La ricetta della pizza margherita a fumetti

«Sono certa che ci sia qualcuno che cucini davvero con quei libri», dice Amanda Cohen, il cui ristorante vegetariano è al centro di Dirt Candy: A Cookbook, disegnato da Ryan Dunlavey. «Ma dal punto di vista di un ristorante è una grande pubblicità, perché in un certo senso fa da catalogo della produzione degli ultimi anni di attività».

L’intento di questi fumetti invece è diverso, e guarda ai vecchi ricettari. Nel 2014 la casa editrice Phaidon ha pubblicato Chop, Sizzle, Wow, un remake fumettistico del Cucchiaio d’argento illustrato dal brasiliano Adriano Rampazzo. «È interessante aggiornare il libro per un pubblico giovane che potrebbe sentirsi intimorito dalle dimensioni del volume», ha dichiarato l’editor di Phaidon, Emilia Terragni, a Eater, che ha passato in rassegna le uscite a tema degli ultimi anni. «L’esperienza visiva per un libro di cucina è molto importante. I fumetti si prestano bene a essere istruzioni. Sono fatti apposta per storie che riguardano delle procedure». Inoltre, sono il passaggio intermedio tra una fotografia, mezzo che mostra ogni realistico – ma impossibile da ottenere in casa – dettaglio, e la fredda astrazione di un’infografica. Sono lontani i tempi  in cui l’Uomo Ragno insegnava a fare i pancake semplicemente dicendo di «fare i pancakes seguendo le istruzioni della confezione»: nella versione di Chop, Sizzle, Wow, la ricetta per pizza è composta da 29 passaggi illustrati (alcuni molto banali, come differenziare lo spessore della crosta rispetto al centro).

Ecco che le strade si biforcano. Nel racconto l’alto, l’altissimo, spizzicchi e bocconi di straordinarietà; come in Chew, dove, rigettate le gallette dei cowboy, il cibo si fa ossessione del bizzarro invece che nutrimento (i ricchi frequentano un locale che serve animali estinti o vicini all’estinzione), e tutti hanno a che fare col cibo in maniera professionale – la ragazza del protagonista è una critica culinaria con il potere di descrivere il cibo con tale efficacia da veicolare la sensazione del gusto a chiunque legga le sue parole. Nella manualistica, invece, il sentimento generale ci fa pensare a un recupero di prodotti come il Manuale di Nonna Papera, riadattati per i nostri tempi. Nel giusto grado di dettagli e nell’imperfezione della messa in scena, stanno le forze del disegno. La sgangheratezza geometrica di un soffritto di cipolle come lo disegna un fumettista, secondo Cohen, dissipa l’ansia del cuoco amatore perché «fa sembrare la cipolla come la taglierebbe una persona normale».

*Si ringrazia Alberto Brambilla per gli spunti forniti

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